La periferia del teatro

marzo 29, 2010

La periferia del teatro
di Mauro Daltin (già pubblicato su Carta Estnord)

Gradisca di Sedegliano è un piccolo paese della Bassa friulana ancora “al di qua dall’acqua”, dentro quel pasoliniano confine che è il Tagliamento, fiume che quando lo attraversi, ti pare già di non essere più in Friuli. Ce ne sono decine di paesi simili fra Codroipo, Spilimbergo e Udine. Li taglia a metà una strada, le case sono basse con i cortili interni che aprono mondi invisibili, lontani dagli occhi, poca gente per le strade, uno o due osterie come ritrovo.
Sono di questo paese di poche anime i tre del mitico Teatro Incerto: Fabiano Fantini, Elvio Scruzzi e Claudio Moretti. Tutti e tre di questa frazione di cui è originario anche il pianista Glauco Venier, famoso in mezzo mondo o lo scrittore e giornalista Max Mauro. Strano paese Gradisca di Sedegliano.
Possiamo definire il Teatro Incerto come un vero e proprio fenomeno teatrale: ventisette anni di attività, migliaia di repliche in ogni angolo del Friuli e anche in giro per il mondo, spettacoli diventati mitici e che ormai fanno parte della cultura di questa terra; un modo di fare teatro che non ha eguali non solo in regione, ma anche fuori dai confini.
Hanno calcato teatri, sale sgangherate adibite per l’occasione, auditorium, e in questo modo hanno scoperto il Friuli, lo hanno visto cambiare, sono diventati osservatorio privilegiato, occhio attento.
“Tutto è nato più di 20 anni fa a Gradisca dove, durante un laboratorio, abbiamo deciso di fare i clown. Avevamo già le idee chiare. Il laboratorio non doveva essere fine a se stesso, ma avere la finalità di salire sul palco. Il teatro va messo in scena, non può rimanere su carta. Avevamo scelto di fare i clown perché lì puoi fare un grande lavoro sul tuo personaggio comico, sul tuo mondo infantile. L’attore è altro. Ma iniziare così è stato fondamentale” racconta Claudio Moretti, attore professionista, volto conosciutissimo e amatissimo in Friuli. Leggi il seguito di questo post »

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A Belgrado tornano a suonare le sirene

marzo 24, 2010

Per ricordare l’undicesimo anniversario dell’inizio dei bombardamenti della Nato, a Belgrado alle 12 sono tornate a suonare le sirene. Nella capitale, e in altre città della Serbia, sono previste cerimonie per commemorare i quasi 3.500 morti e gli oltre 12 mila feriti dei bombardamenti decisi dalla Nato contro l’allora regime di Milosevic. In 78 giorni di bombardamenti rimasero uccisi 2.500 civili, e 1.031 fra militari e poliziotti.


Furlan on air. Onde Furlane una radio libera da 30 anni

marzo 21, 2010

Furlan on air
Onde Furlane una radio libera da 30 anni

di Mauro Daltin (articolo pubblicato su Carta Estnord)

Nel condominio di via Volturno, al civico 29, c’è uno strano campanello color rame con la scritta Radio Onde Furlane. Quando suoni, non ti chiedono mai chi sei, da lassù aprono a tutti. Sali fino al secondo piano ed entri in questo appartamento dove ti sembra di entrare nella sede di una radio libera degli anni Settanta.
A sinistra entri in una stanza dove c’è una finestra. Da questa finestra qualche anno fa potevi guardare il fragile edificio che ospitava il Centro Sociale di Udine; ora, sempre da qui vedi un indistruttibile e gigantesco blocco di cemento con rampe per le macchine, vetrate, gente incravattata. È la nuova sede della Regione Friuli Venezia Giulia.
La radio proprio nel 2010 compie 30 anni e da quelle scale, per tutto questo tempo, sono salite migliaia di persone della cultura, del mondo sociale e politico, gente comune, immigrati, artisti, giornalisti, operai. La radio è l’occhio che guarda da quella finestra ed è un occhio che osserva, registra, racconta. Testimonia. In friulano.
È proprio questa relazione fra informazione giornalistica e lingua friulana che ha fatto nascere la radio nel lontano 1980. Solo dopo, e come conseguenza, si è trasformata in un osservatorio per le questioni sociali, ambientali, culturali di tutto il territorio. Ma l’aspetto nuovo era che per la prima volta in Regione, e nel resto d’Europa, nello Statuto di un organo di informazione, tra l’altro privato, compare come elemento fondante una lingua minoritaria, in questo caso il friulano.
“Bisognava inventarsi tutto non avendo riferimenti né modelli a cui guardare” – racconta Paolo Cantarutti, presidente della Cooperativa “Informazione Friulana” che gestisce la radio, responsabile dei progetti speciali e della redazione culturale, uno degli elementi innovativi della cultura friulana moderna. “Ci siamo messi a usare questa lingua per raccontare la realtà, l’attualità, le cose che capitavano ogni giorno in Friuli e fuori dal Friuli. È da qui, dalla radio, che poi sono nati strumenti come il vocabolario, il correttore ortografico. Da qui, non dall’Università. Perché qui usciva il friulano non folcloristico, non legato ai sentimenti, ma una lingua vera, che faceva i conti con le altre lingue e con tutto quello che capitava attorno, dal territorio allo sport, dal cinema alle questioni sociali” continua. Leggi il seguito di questo post »


La periferia del teatro. Animali da palcoscenico

marzo 19, 2010

Su “Carta qui-estnord”, supplemento a Carta n. 9 in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino e Sud Tirolo, in edicola questa settimana (da venerdì) un mio articolo dal titolo “Animali da palcoscenico” dedicato al Teatro Incerto di Claudio Moretti, Fabiano Fantini e Elvio Scruzzi. Il loro modo di fare teatro, il teatro in Friuli Venezia Giulia, il pubblico, il palcoscenico.

Questo il sommario del numero:

L’Estnord oltre il nord est [Gianni Belloni]
Curare con profitto [Gianni Belloni]
2010: fuga da Castelfranco [Lorenzo Zamponi]
L’Angelo non spicca il volo [Alberto Cotrona]
Le inaspettate qualità della sanità [Giulio Mozzi]
Ai confini della cura [Intervista di Guglielmo Pitzalis di Chiara Spadaro]
Il piano della discordia [C.S.]
Valsugana: salute d’acciaio [G.T.]
Viver ben
De Gustibus [Danilo Gasparini]
Lettera dall’altro Veneto [Cantieri sociali dell’Estnord]
Animali da palcoscenico [Mauro Daltin]
Anomalie elettorali a nordest [G.T.]
Lezioni di Storia [Roberto Franco]
Cartolina [G.B.]


“Latitanze” a Trasaghis

marzo 15, 2010

nuolune11

SABATO 20 MARZO – ORE 21.00
SALA CONSILIARE
TRASAGHIS (UD)

Presentazione del libro

LATITANZE
di Mauro Daltin

Intervengono

Maurizio Mattiuzza
(poeta in movimento e agitatore culturale)

Renzo Stefanutti
(cantautore folk, chitarra, voce e anima)

Claudio Moretti
(attore, viaggiatore, mina vagante)

Angelo Floramo
(critico, spirito liberissimo, balcanico)
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“Un passo dietro l’altro in una cadenza ritmata, fatta di morbide ricadute sulla terra e di lievi voli in aria. Schiacciò con forza la testa del pagliaccio dalle calze blu che aveva in tasca. Uscì dal parco e proseguì lungo il fiume, oltre il ponte, oltre l’uomo con il berretto verde e la mezza sigaretta tra le labbra. A destra aveva l’acqua, a sinistra la terra scura. Davanti a lei solo ghiaia e foglie che si spezzavano sotto le scarpe”.

Dieci racconti, dieci storie costrette in spazi e tempi circoscritti, in eterne latitanze quotidiane sospese fra reale e surreale, fra manie e abitudini. Dieci fotografie minime catturate nel loro divenire senza, molto spesso, accennare a cause e conseguenze, a un prima o a un dopo. Il delitto, il sogno, la follia, l’assenza, il tempo sono le regioni in cui queste storie si addentrano. E la mappa che si ricava è fatta di racconti brevi, short stories, per lo più giocati in presa diretta, dove echeggia la lezione carveriana, un minimalismo teso all’analisi minuta del reale, perché è lì che si nasconde il significato delle cose.


Primo marzo. Anch’io ero clandestino (5)

marzo 10, 2010

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (5)
di Bozidar Stanisic

Il piccolo segreto sul perché questo scritto non sussiste né nel suono, né nel significato della parola clandestino [i nomi che diamo agli altri sono il rispecchio della nostra relazione con gli altri e i diversi e parlano più di noi che dei nominati]. E’ nell’immagine di quel banco, nella piccola cella al confine italo-sloveno. Aveva una superficie di legno talmente liscia che non riuscivo a sedermi senza tenermi con le mani ai lati. Così si fa, ricordo, sul bordo delle barche quando ci troviamo nella tempesta. E quanti tali come me – come venni nominato dal Grasso – si erano seduti prima di me? Da dove e per dove erano partiti? Dove sono ora, che vita fanno? E io, con queste parole povere ma camminatrici libere [Sofocle] dico che so benissimo che non riesco né a migliorare la loro vita, né a rasserenare il loro animo, né quello di migliaia dei disperati che sognano altre sponde del Mare Nostrum. Spero almeno che chi legge questo racconto, che non è un racconto vero, in futuro si fermi almeno per un attimo prima di pronunciare la parola clandestino. Potrebbe risvegliare la memoria di molti Friulani e Italiani che hanno dimenticato le valigie di cartone dei nonni e dei padri, a loro volta non raramente i sans papier in molti Paesi del mondo? Che pure molti di noi, immigrati da lungo tempo presenti in Italia, meno imitiamo le abitudini di consumo e la voglia di cariera e prestigio e più lottiamo in modo nonviolento per un’autentica cultura di solidarietà e accoglienza? E la memoria risvegliata potrebbe richiamare al chiaro del sole i sensi di solidarietà e cultura di accoglienza con chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese.


Primo marzo. Anch’io ero clandestino (4)

marzo 9, 2010

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (4)
di Bozidar Stanisic

E, alla fine, che cosa mi ha spinto a scrivere tutto questo di cui solo una parte potrebbe assomigliare a un racconto? Che nella patria di Dante, Galileo, Bruno, Michelangelo, Vico, Manzoni, Leopardi, Fermi, Balducci, Moravia, Pavese, don Milani, Fellini… c’è qualcosa che oggi viene dimenticato? Soltanto quei sessanta milioni che nell’arco di un secolo erano partiti per l’intero mondo, con le valigie di carta? Oppure in una domanda semplice: come stanno con la coscienza tutti coloro che hanno alzato la mano in segno d’accordo con i promotori della Legge? Perché ancora speravo, insieme a molte altre persone con la coscienza civile, che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non firmasse la Legge? E l’ha firmata. Perché sento la fratellanza del pensiero di Bruno Segre, nella sua lettera al Presidente: Memore del fascismo e delle sue aberrazioni razziste, mi permetto di rivolgermi a Lei per chiederLe di non ratificare il cosiddetto «pacchetto sicurezza» approvato in via definitiva dal Senato il 2 luglio scorso, dopo ben tre voti di fiducia imposti dal governo. Si tratta di un provvedimento che, in palese violazione dei princìpi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, introduce nei confronti dei gruppi sociali più deboli misure persecutorie e discriminatorie che, per la loro gravità, superano persino le mostruosità previste dalle leggi razziali del 1938. Si pensi, per citare un unico esempio, al divieto imposto alle madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile: un divieto che, inibendo alle genitrici il riconoscimento della prole, farà si che i figli, sottratti alle madri che li hanno generati, vengano confiscati dallo Stato che li darà successivamente in adozione.
[Se una Legge come questa fosse approvata in Croazia o in Serbia, l’Europa in modo unisono direbbe che è razzista. Ma è approvata a Roma. E l’Europa è forte contro i deboli, è debole contro i forti. Ma non poteva almeno chiedersi quanta fantasia macabra leghista ci voleva per proporre il divieto di registrazione anagrafica dei neonati i cui genitori sono clandestini? Anche se non è approvata la proposta sui presidi delle scuole e sui medici, che dovevano diventare spie, il contenuto della proposta testimonia abbastanza il clima che piace ai leghisti…]