Capolinea. 26

ottobre 17, 2010

Capolinea. 17.10.2010

Eccoci qua. Al capolinea dell’andare. Ultima fermata. Domani c’e’ l’aereo che da Cuzco mi portera’ a Lima e da li’ dopo circa 6 ore in sala d’attesa (e ho appena finito di leggere l’ultimo libro che mi ero portato) si parte per Madrid e poi per Venezia. Trenta ore in tutto.
Dopo 48 giorni di viaggio, di un viaggio immaginato, un po’ progettato, che ha portato con se’ tante cose, molte conseguenze, sono qui con davanti tutte le luci della citta’ di Cuzco. Piove quasi ogni giorno da una settimana, ormai e’ iniziata la stagione delle piogge e non c’e’ piu’ scampo fino a marzo-aprile. E’ strano pensare cosa scrivere in questa ultima ipotetica puntata dell’irregolare diario. Se mi volto indietro mi pare un secolo da quando siamo sbarcati a Buenos Aires e abbiamo cominciato a puntare verso Nord e macinare notti in bus e centinaia di chilometri su asfalti provvisori e compagni di viaggio strampalati. E’ stata una corsa fatta di facce, parole, gesti, sorrisi, lingue. Di decine e decine di persone con cui abbiamo condiviso pranzi e cene, la casa, o solo qualche battuta in un bar. E del percepire passo dopo passo il cambiamento nel taglio degli occhi, nelle facce da chiare a bruciate dal sole, nel castillano che diventa quechua, nei vestiti, nel modo di vivere, nella diversa umanita’ dei mercati e dei quartieri piu’ poveri. Nei profumi delle spezie, nei differenti riti pagani e religiosi, nel modo tutto sudamericano di vivere il tempo e lo spazio. Nelle scarpe fatte con qualche pezzo di copertone o della dignita’ fiera dell’essere andino. Dell’acqua che non c’e’ e del friulano parlato nelle osterie in mezzo all’Argentina. Mille cose, mille sfumature di un Sudamerica che mi si e’ aperto come quando scarti un regalo la sera di Natale.

Nominare tutte le persone forse non ha senso, almeno ora. Ma nelle nostre agende ci sono i loro nomi e indirizzi come testimonianza di un incontro.
E’ strano. Guardo le luci gialle di Cuzco e mi invade una decisa serenita’, come quando hai la consapevolezza che le cose dovevano andare cosi’, che questo viaggio dopo tutto ha avuto anche lui la sua strada, la sua storia e noi dovevamo solo affiancarlo e tenerlo per mano. Che ci avrebbe portato lui. Come tutti i viaggi, dall’altra parte del mondo o alla scoperta di un angolo dietro casa, segna anche il ritorno, lo stare. E per fortuna, dico io, altrimenti sarebbe solo una parentesi tra un prima e un dopo. Sento che questo mio andare, in questi luoghi, in questo preciso mio tempo, abbia a che fare con me, sotto mille punti di vista. E devo dire anche con lo scrivere. Perche’ tenendo questo piccolo diario e’ come se mi fossi quasi giornalmente liberato da tutto, come se il fermare le cose mi abbia ogni volta svuotato per far posto a quello che sarebbe accaduto il giorno successivo. Non finira’ qui questo viaggio, prendera’ altre forme, non sappiamo ancora quali anche se, io e Claudio, qualche idea ce la siamo fatta.
Mi piace pensare a tutti quelli che hanno letto queste pagine in questo mese e mezzo. E’ come se avessero viaggiato un po’ con noi. Chi ci ha scritto, chi ha commentato, chi ha letto saltuariamente e chi ogni puntata, non appena compariva qui. Ecco, non voglio farla lunga. Sapevo, in fondo, che questa ultima puntata, sarebbe stata la piu’ complicata da pensare. Ma tutte queste luci davanti, tutta questa citta’ a forma di puma che si mostra e illumina di riflesso la mia faccia, forse, penso possa bastare come immagine finale.
Lascio in Peru’ un paio di scarpe vecchie, due asciugamani, qualche medicina che non mi servira’ in Italia. Le foglie di coca secche di Claudio le ho dovute buttare. Hasta luego!


Istantanee peruviane

ottobre 15, 2010

(Las Salinas: sacchi da 50 kg sulle spalle)

(Las Salinas: il danzatore di sale)

(Las Salinas: salineros y salineras)

(Cuzco: mentre il sole cade giu’)

(Chinchero: a pascolare sui terrazzamenti incas)

(Cuzco: lavorando a Plaza des Armas)


Cuzco. 24

ottobre 10, 2010

Cuzco. 10.10.2010

Sono seduto a Plaza des Armas, cuore pulsante dell’Impero, ombelico del Puma, simbolo di tutto. Qui e’ stato giustiziato l’ultimo Inca Tupac Amaru e il leader indigeno del XVIII secolo Tupac Amaru II. Ho scelto una panchina un po’ defilata dalla confusione dettata dal passaggio dei turisti che si ammassano attorno alla fontana centrale. Mi sento ancorato alla panchina. Fermo. Penso alla confusione, a quanto ti senti tirare da una parte e dal suo opposto e non sai dove andare a rischiare tutto, e credo con certezza che abbia a che fare con la storia dello gnomo.
Un giorno, un paio di anni fa, un ragazzo tedesco di 23 anni, suona alla porta del Centro. Va ad aprire Vittoria che si trova davanti un ragazzo tutto zuppo di pioggia, con un colletto di pizzo bianco, la bombetta in testa e un vestito medioevale che ricordava qualche tipo dei Gonzaga.
“E tu chi sei? Cosa ci fai qui?” chiede Vittoria.
“Nella borsa ho degli attrezzi da falegname. Io ti faccio dei lavoretti e tu mi ospiti qualche giorno e mi dai qualche soldo. E’ da quasi un anno che giro il mondo cosi’, con questi miei pochi attrezzi”.
Vittoria strabuzza gli occhi. Lo fa entrare. Ogni giorno, le bambini invisibili vanno a vedere quell’uomo vestito strano che sembrava loro uno gnomo del bosco.
Nel mio paese, se vuoi fare il falegname, una volta finito di studiare, ti danno 100 marchi e tu ti devi arrangiare un anno intero in giro per il mondo con i pochi attrezzi che ti danno nella borsa. Non devi fermarti nei paesi confinanti con la Germania. Per il resto puoi andare dove vuoi, basta che dopo 12 mesi riconsegni i 100 marchi. Io ora vengo dall’Indocina dove ho costruito mobili per una associazione. Ho messo via dei soldi anche prima. E ora eccomi qui, racconta davanti a un mate di coca mentre cerca di scaldarsi dal freddo e asciugarsi dalla pioggia.
Al Centro mette a posto delle sedie e dei tavoli e poi riparte. “Ormai ho quasi finito. Fra pochi giorni posso tornare al mio paese e cominciare a lavorare come falegname”
“Perche’ fanno questo?” chiede Vittoria.
“Per evitare che dopo qualche tempo uno si stanchi del mestiere. Stai tranquillo che se torni a casa con quei 100 marchi, sarai un buon falegname per tutta la vita. Le cose devi viverle fino in fondo, a costo di tutto. Devi rischiare di non mangiare, le lacrime della solitudine. E questo lo fai solo per amore. Per un’altra persona o per qualcosa d’altro, un lavoro, una passione” dice lui.
Ecco, penso io. In fondo la confusione ha a che fare con il coraggio e con l’equilibrio, con il vivere sul crinale senza la paura di scivolare giu’. La confusione fa tremare tutto, polsi e gambe, fa barcollare come ubriachi in balia di venti e scalini. Fa perdere il centro, l’asse dove si poggia il tutto.
E lo gnomo tra l’altro vive nel bosco, dove regna silenzio e equilibrio, tutto il contrario del rumore e della confusione. Li’, nel bosco, le cose si sistemano da sole, tutti, animali e alberi, foglie e insetti trovano il loro stare, il loro luogo e gli altri animali o alberi con cui stare e condividere la loro piccola tana. E anche gli gnomi, insieme ai folletti, trovano con chi abitare, con chi condividere le loro casette di pastafrolla.
Una donna con un bambino sulle spalle mi si siede accanto sulla panchina. Mi vuole vendere dei porta gioielli, dei cappelli, delle collane. Io rifiuto.
“Da dove vieni?” mi chiede.
“Italia” dico io svogliato.
“E quanti anni hai?”
“33” rispondo.
“E tuo figlio dov’e’? In Italia?”
“Non ho figli”.
“Come non hai figli? A 33 anni? E’ impossibile. Cosa aspetti?”
Io le sorrido. A proposito di confusione, penso.
“Ma puo’ essere che uno non voglia avere dei figli. Oppure che non sia ancora arrivato il momento” provo a dirle io.
“Ma non c’e’ tanto tempo. Poi diventi vecchio e senza forze”.
Io la guardo.
Lei ride. Il bambino sulle sue spalle mi ride. Non insiste piu’ nel vendermi niente. La saluto e la vedo andare via a fermare turisti con i suoi porta gioielli di legno a forma di uovo di struzzo.


Cuzco. 23

ottobre 8, 2010

Cuzco. 08.10.2010

Cirillo e’ un uomo che avra’ piu’ o meno 35 anni. Ha una faccia buona, ride spesso. Fa il turno di notte al Centro. Poi lavora anche di giorno, non so dove. “Quando sono arrivata qui, Cirillo aveva 7 anni e lavorava tutto il giorno portando sacchi sulla schiena al mercato” mi dice Vittoria. Paulita e’ la cuoca, e’ una donna di una dolcezza commovente. “Se Paulita dovesse smettere di lavorare qui da noi, prenderebbe come pensione l’equivalente di 3 kg di zucchero al mese. E si e’ spaccata la schiena tutta la vita” continua Vittoria. Siamo attorno al tavolo, io, lei e una coppia di francesi con 4 figli, il piu’ piccolo, Martin, ha 4 anni, i due gemelli piu’ grandi ne hanno 8.
Vittoria parla di Sudamerica, dei suoi 8 anni passati a vivere nelle comunita’ dei campesinos nei dintorni di Puno. “Non c’era niente. Nemmeno l’acqua per lavarsi. Niente di niente. E la cosa strana e’ che ci sia abitua anche alla mancanza di tutto, anche alla mancanza della speranza. E se nasci li’ non hai speranza. Nessuna. Non ci sono santi”.
Xavier, il padre, fa domande a Vittoria. Io lo guardo e mi sembra un marziano, come tutta la sua famiglia. Sono tutti e sei bellissimi. Occhi azzurri, biondi, ben pettinati, ordinati. Stanno facendo il giro del mondo. Partiti dal Canada sono scesi fino in America Latina, proseguiranno per Bolivia, Cile, Terra del Fuoco, poi un areo li portera’ in Australia e poi in Asia, Mongolia, Thailandia e India. I bambini sembrano perfetti: educati, puliti, autonomi. Mi raccontano che sono in anno sabbatico, lui e’ ingegnere, lei medico. Che era danni che progettavano questo viaggio ed e’ importante per i bambini vedere altri bambini di altri luoghi. Cazzo, mi dico io. Certo, bisogna avere anche un sacco di soldi, penso. Loro vogliono andare per comunita’, entrare nelle culture e nelle situazioni dei vari paesi, sono curiosi. Non capisco se mi piacciono o no. Mi fanno un po’ paura, ma li ammiro anche.
“L’estrema poverta’ e l’estrema ricchezza portano le stesse conseguenze, se ci pensi bene” dice Vittoria a un certo punto, e se ci penso bene effettivamente e’ cosi’. “Vengono azzerati tutti i valori e l’azzeramento dei valori porta alle stesse conseguenze”.
“Che cosa si puo’ fare?” chiede Xavier, quasi intimidito da quella domanda cosi’ grande.
“L’educazione. E’ l’unico modo per sperare che le cose cambino. All’inizio noi facevamo assistenzialismo, davamo da mangiare e da dormire. Benissimo. Ma cosi’ le cose non le cambi. Qui in Peru’ il 47% dei bambini che finiscono il ciclo della scuola primaria e’ analfabeta. E’ una questione di potere. Lasciare inetere generazioni ignoranti significa poterle comandare senza problemi. Una educazione alternativa, vera, e’ l’unica speranza che vedo” continua.
Chiedo ai francesi: “Quanto vi fermate qui?”
Xavier allarga le braccia. “Non lo so, vedremo” risponde.
“E in Bolivia, dove andrete?”
“Non lo so, conoscete qualche situazione simile a questa?”
Ma, dio santo, mi dico io. Ma da dove sono usciti questi?
Vittoria parla loro di un italiano che lavora in Bolivia con i bambini delle carceri. I bambini, in Bolivia, vanno in carcere come gli adulti, insieme agli adulti. Lui ha comprato un sacco di terra vicino a La Paz e ha cominciato a costruire una specie di riformatorio dove i bambini che vengono arrestati, invece di andare in prigione, vanno li’. E lui organizza laboratori, lavora la terra, ha campi e orti, una casa dove ospita gente. Insomma, una realta’ bella.
“Possiamo andare li'” dice Xavier alla moglie.
Io rimango affascinato e allibito dalla serenita’ della famiglia anarchica del Mulino Bianco.


Machu Picchu (2). 22

ottobre 8, 2010

Machu Picchu. 05.10.2010 (seconda parte)

Andare a Machu Picchu costa un sacco di soldi e la prima cosa che salta agli occhi e’ che la contrattazione avviene in dollari e non in soles, la moneta peruviana. Che fa pensare questo? Che, almeno la maggioranza dei soldi che si spendono non rimangono in Peru’, ma vanno da qualche altra parte. Io ho speso 170 dollari (130 euro circa) comprensivi di tutto esclusi pranzi e cene. Una enormita’ in un Paese dove lo stipendio medio si aggira attorno ai 200 euro al mese. I peruviani, certo hanno delle tariffe a parte, sicuramente piu’ abbordabili, ma sempre eccessive per loro. Che non ci vanno. Come anche le scuole, le scolaresche, non ci vanno.
Le ultime cifre dicono che sono 600.000 i visitatori ogni anno. Circa 1500 al giorno.
Il Cammino inka non e’ piu’ quasi praticabile. Lo hanno messo a numero chiuso, come le facolta’ di medicina: 500 persone massimo al giorno, altrimenti crolla tutto. Solo tramite un’agenzia autorizzata. Solo con guida al seguito. Prenotando quasi un anno prima. Passa la voglia.
Il biglietto d’entrata a Machu Picchu costa 126 soles (circa 35 euro) e sono soldi che vanno al Governo di Lima.
Il biglietto dell’autobus che da Aguas Calientes ti porta all’entrata della citta’ nascosta costa 14 dollari andata e ritorno per un tragitto di un quarto d’ora. Questi soldi vanno a una fantomatica societa’ che si chiama Consettur Machupicchu S.A.C. che e’ stata piu’ volte denunciata e costretta a pagare multe salatissime perche’ lavora in regime di monopolio e la propria licenza nel fare questo servizio e’ scaduta da anni.
Il treno costa da Ollaytaitambo ad Aguas Calientes (non ci sono alternative come mezzi) 29 dollari, mentre il ritorno, stesso traggito, chissa’ perche’ ne costa 39 di dollari. La compagnia e’ la Perurail S.A. di proprieta’ della multinazione inglese Orient Express che ha lavorato in monopolio assoluto per gli ultimi 10 anni.
A partire dalla fine del 2009 dei 18 viaggi giornalieri a Machu Picchu, 10 rimangono a Perurail mentre 8 passano a due nuove imprese, Andean Railways e Inca Rail, di capitale peruviano. Bene. Anche se di queste due compagnie non ne ho visto traccia mentre organizzavo la visita a Machu Picchu.
In piu’ Aguas Calientes, citta’ nata in pratica dopo la dichiarazione di Machu Picchu tra le sette meraviglie del mondo, operazione di marketing a livello mondiale.

Machu Picchu e’ stata scoperta nel 1911 da un gringo americano di nome Hiram Bingham, professore di Yale. Nel 1906 Bingham aveva intrapreso un viaggio avventuroso da Buenos Aires a Cusco, seguendo le rotte commerciali dell’epoca coloniale. Il suo desiderio ultimo era di trovare Vilcabamba, ultimo rifugio, secondo quanto narrato dagli antichi cronisti, degli inca ribelli. E così viaggiò ad Abancay, porta naturale verso l’inesplorata e leggendaria città inca. Lì gli abitanti lo informarono dell’esistenza di alcune rovine e lo condussero a quello che oggi conosciamo come complesso archeologico di Choquequirao. Bingham non si lasciò impressionare: la mitica Vilcabamba doveva essere ancora più imponente. Tornato negli Stati Uniti ottenne l’appoggio della National Geografic Society e dell’università di Yale, nonché i contributi volontari di amici e parenti. Trovare Vilcabamba non era più il sogno di un accademico, ma un’impresa pianificata.

Nel gennaio del 1911 Braulio Polo y la Borda, proprietario dell’hacienda Echarati, nella provincia di Convención (Cusco), ospitava Alberto Giesecke, allora rettore dell’università di Cusco. Fu in una delle numerose conversazioni che gli raccontò dell’esistenza di misteriose rovine inca nella zona. Giesecke, amico di Bingham, lo contattò immediatamente, invitandolo a esplorare la regione.
Il resto è storia: il 24 luglio 1911, accompagnato dalla guida locale Melchor Arteaga, Bingham arrivò sulla cima del monte Machupicchu. Lì incontrò Anacleto Alvarez e Toribio Recharte, due campesinos che vivevano sul posto con le rispettive famiglie, coltivando i terrazzamenti inca. Loro non volevano svelare l’esistenza della citta’ sacra, ma in cambio di un soles cedettero. Si dice che fu un bambino di 10 anni a svelare a Bingham le monumentali rovine. In seguito il Governo peruviano, tramite decreto del 31 ottobre 1912, autorizzò lo studioso a scavare nella zona. Non solo: gli permise di portare negli Usa tutto il materiale archeologico reperito.
Occorsero più di cinque anni di lavori per far riemergere dalla giungla l’intero complesso architettonico. E’ dal 1920 che il governo peruviano chiede al governo americano le 170 mummie ritrovate e tutto il materiale trafugato per motivi di studio e mai ritornato nel luogo d’origine.
Io mi immagino quel bambino di 10 anni, figlio di campesinos che gioca tutto il giorno tra le mura della citta’ sacra e che la conosce palmo a palmo. E salta sulle pietre, si nasconde tra i cunicoli, conosce le 170 mummie una ad una. E i genitori coltivano i terrazzamenti di Machu Picchu con mais e patate. E non vivono la zona urbana, perche’ per loro e’ una citta’ sacra. Costruiscono una piccola casa dove ora c’e’ l’entrata per i turisti. Ma lasciano giocare il bambino libero tra la casa del guardiano e il tempio del sole.


Machu Picchu (1). 21

ottobre 6, 2010

Machu Picchu. 05.10.2010 (prima parte)

Ci sono momenti in cui essere da soli e’ giusto. E per uno che non ha mai viaggiato da solo, non e’ mai stato da solo dall’altra parte del mondo per un po’ di giorni, entrare all’alba nella citta’ nascosta, senza nessuno con cui condividerlo, non ha a che fare con la solitudine cattiva, quella che ti fa girare la testa e rimanere sveglio tutta la notte. E’ una questione di tempo, penso, io. Torno sempre li’. Di momenti. Anni fa non avrei mai potuto essere qui, da solo, circondato da una scenografia che ti fa chiudere gli occhi e rimanere immobile. Ora si’. Mi tocco le gambe, le braccia, sento il mio cuore che batte, le mie labbra bruciare un po’. Mi tiro i capelli e mi stringo le guance. Eccomi, mi dico. Non so, e’ una consapevolezza bambina come quando i bimbi cadono e solo dopo aver visto il sangue uscire dalla ferita percepiscono il dolore. E’ una questione del tuo corpo nello spazio, e vorrei dire di piu’, nel mondo, nell’aria. Qui non c’e’ aria. Non tira nemmeno un fiato di vento. C’e’ un sole potente che brucia braccia e teste. Tutto e’ fermo, e anche io sono fermo. C’e’ una serenita’ logica, simmetrica. Tu e lo spazio. Tu e la citta’ nascosta. Tu e il borgo abbandonato nella Valcellina o sulle prealpi carniche. Assenza. Svuotare tutto. Mai aggiunte. Riduzione controllata del tutto, all’osso.
E tempo. Che significa camminare lungo l’ultimo tratto del leggendario Cammino Inka fino alla porta del sole. Un’ora quasi da solo sulle pietre. Arrivare li’ e voltarsi. Sedersi su un angolo di terra e avere tutta Machu Picchu davanti, vicina e lontana allo stesso tempo.
Non leggere guide o ascoltare spiegazioni. Non sapere. Non informarsi. Ma fare uno scarto secco, spostarsi dalla linea retta della Storia, del Tempo, e rimanere incollati solo a se stessi. Prendersi di peso e fare un passo al lato destro o sinistro. Dipende sempre da come occupi lo spazio, se conti le lancette del tempo in senso orario o in senso antiorario. Oppure se come il coniglio insieme al cappellaio matto il tempo te lo bevi in una tazza da te’ alle cinque di pomeriggio.
E mi tolgo la maglia, allontano lo zaino, mi levo le scarpe e il borsello per rimanere piu’ nudo possibile e sentire tutto questo vuoto addosso e provare a non far tremare le gambe ma tenerle salde su una pietra della porta del sole di 700 anni fa. E non sentire piu’ paura di muoversi e fare danni. Restare fermo perche’ si ha voglia di restare fermo e non per paura di andare. E pensare solo per qualche istante alla liberta’. Ma a questo, alla liberta’, e’ concesso solo qualche secondo. Non di piu’.


Sul treno per Machu Picchu

ottobre 6, 2010

Come sempre il treno per Aguas Calientes (Machu Picchu) e’ pieno fino a scoppiare. C’e’ un giapponese seduto accanto a me. Non so, in effetti, se sia un uomo o una donna. Non lo capisco. Ha tirato fuori un taccuino e ha cominciato a scrivere. Ha scritto per tutte e due le ore di viaggio. E’ giovane, ma ha qualche cappello bianco. Nelle orecchie ho I muscoli del capitano e Bufalo Bill. Mi metto a osservare quello che scrive. Non ci capisco niente, ovviamente. Per me non scrive. Disegna. E’ concentrato a mantenere i medesimi spazi da un segno all’altro e tutti i segni sono perfettamente allineati sia in orizzontale che in verticale. C’e’ una precisione e una lentezza che ha a che fare con i saggi. Gli offrirei 100 soles sull’unghia per sapere che cosa sta scrivendo.
Di fronte a me, sulla sinistra, nell’altro scompartimento c’e’ una dona giapponese con un buffo cappello verde in testa con la scritta IRISH e una cordicella che gli circonda il mento. Dorme. Ha la testa che ciondola a destra e a sinistra. Ha una faccia buffa e resisto al forte desiderio di alzarmi e stringerle le guance ripiene. Accanto a lei un uomo dagli occhi a mandorla passa piu’ della meta’ del viaggio a rivedere le fotografie della macchina fotografica. I due non si conoscono, sono saliti in momenti diversi sul treno, non si sono salutati.
Guardo di nuovo lei. Mi chiedo che cosa sognino i giapponesi, se fanno gli stessi nostri sogni, che tipo di immaginario e inconscio possiedano. Lei sta sognando di essere su una nave, di essere la cuoca dell’intero equipaggio. E oggi il mare e’ troppo mosso e le pentole le vanno di qua e di la’. E, cazzo, non si puo’ continuare a lavorare cosi’ e appena toccheranno terra chiedera’ un aumento al capitano.
Torno a guardare il giovane che scrive. E’ singolare, penso, che su tutto il treno per Machu Picchu ci siano tre giapponesi. Mentre aspettavamo non mi pare di averne visti altri. E io ce li ho tutti e tre sott’occhio. E, caso ancora piu’ strano, non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro.