Al Salone del Libro di Torino

maggio 11, 2010

bici

Da giovedì 13 maggio a lunedì 17 maggio, sarò al Salone del Libro di Torino allo stand Ediciclo (J 125 pad 2). Due gli eventi targati Ediciclo, entrambi sabato:

sabato 15 maggio 2010
ore 15.00, Spazio Autori A
Il bello della lentezza
La filosofia dell’andare a piedi e in bicicletta al tempo dei suv
intervengono: Riccardo Carnovalini, Alberto Conte, Natalino Russo
coordina: Stefano Brambilla
evento a cura di Ediciclo Editore

L’alta velocità è di moda, i suv spopolano, ma c’è anche chi va controcorrente e predica la lentezza, propone un modo di viaggiare o semplicemente di spostarsi a piedi o in bicicletta, chi opera per un mondo sostenibile costruendo le basi per una nuova filosfia e un originale approccio della vita. Ne parliamo al Salone Internazionale del libro di Torino (sabato 15 maggio, a partire dalle ore 15.00, allo Spazio Autori A) assieme a Riccardo Carnovalini, fotografo e camminatore, Alberto Conte, progettista e organizzatore di viaggi lenti (entrambi impegnati in questi giorni in GeMiTo, un viaggio a piedi lungo l’ex triangolo industriale alla ricerca della bellezza e di uno stile di vita “più lento, più profondo e più dolce”) e Natalino Russo, fotoreporter e viaggiatore che ha appena pubblicato il libro “Nel mezzo del Cammino di Santiago. In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini” (Ediciclo ed.). Modererà l’incontro Stefano Brambilla, vicecaporedattore della rivista Speciale Qui Touring, bimestrale monografico del Touring Club Italiano.

ore 16.00, Spazio Autori B
Lo zen e l’arte di andare in bicicletta
con Claude Marthaler, Luigi Bairo e Franco Monnet
evento a cura di Ediciclo Editore

Claude Marthaler, il noto cicloviaggiatore e scrittore svizzero che ha al suo attivo più di un giro del mondo in bicicletta e tre libri pubblicati in diversi paesi europei, concluderà la sua tournée italiana di presentazioni del libro “Lo zen e l’arte di andare in bicicletta. La vita e altre forature di un nomade a pedali” (Ediciclo Ed.)a Torino
in occasione del Salone. L’evento, dedicato al piacere e all’arte di andare in bicicletta, vedrà la partecipazione, oltre a lui, di Luigi Bairo, autore di “Bici e libertà” e del recente “Bici ribelle” (entrambi per Stampa Alternativa) e di Franco Monnet, anch’egli un cicloviaggiatore autore del libro, per Edt, “Puroremo”.


“Il sentiero degli dei” di Wu Ming 2: il trailer

aprile 29, 2010

Il rumore del fiume (6)

luglio 16, 2009

arcobaleno

Il rumore del fiume (sesta parte)
di Mauro Daltin

Arriviamo all’auto ed è strano pensare dopo quattro giorni di cammino di sederci di nuovo dentro una macchina. Il fiume è lì, in basso a sinistra, silenziosissimo e timido. È ancora un fiume donna, ancora per pochi chilometri. Ci affacciamo sul ponte di Plave. In mezzo al greto, con gli stivali verdi che lo coprono fino al tronco, c’è un pescatore. Usa la canna come una frusta che fa volteggiare in aria. Lascia il filo piano piano, fino al punto dove vuole che la mosca artificiale si adagi sul pelo dell’acqua. Poi segue con lo sguardo il lento andare dell’esca. Riavvolge il filo e ricomincia. Se gli togliessero la canna dalla mano starebbe ballando sopra il sottofondo di musica classica allargando le braccia e piegando leggermente il corpo in avanti. È un tutt’uno con l’acqua. Lui è fatto di acqua, sulla sua testa cade pioggia, il suo corpo è mezzo immerso nel fiume. Lo fissiamo per qualche minuto senza dire niente. Poi alziamo lo sguardo sopra di lui, risaliamo tutta la vallata, quella dopo e quella dopo ancora, riattraversando i costoni delle montagne fino ad arrivare alla sorgente. C’è sempre la gentile signora ad accoglierci nel piccolo rifugio. Mi chiedo perché mi trovo lì, ma non c’è nulla da dire o a cui pensare, solo qualche ora per riposare le gambe e i piedi per poi ripartire l’indomani. Tendo l’orecchio e rimango in ascolto del silenzioso rumore del fiume. Na svidenje, Soča.


Il rumore del fiume (5)

luglio 15, 2009

plave

Il rumore del fiume (quinta parte)
di Mauro Daltin

Il miracolo di un sonno rigeneratore si ripete ogni mattina. I dolori alle gambe diventano sopportabili, le vesciche pulsano con un po’ meno di insistenza, il collo e le spalle si sono riassestati. È strano percepire come il corpo riesca dopo una doccia, una cena e qualche ora di sonno a rigenerarsi quasi completamente anche se sottoposto a un insolito e continuativo sforzo.
Arriviamo a Kanal dopo aver attraversato prati e boschi. Le uniche indicazioni che abbiamo sono quelle di seguire la ferrovia per gli ultimi otto chilometri finali per raggiungere Plave. Sbagliamo strada e ci ritroviamo nel giardino di una casa. Una signora grassa sente le nostre voci ed esce. Ci saluta. Noi le chiediamo in italiano qualche indicazione. Lei farfuglia qualcosa, ci parla in sloveno e l’unica cosa che catturiamo è un “most” che poco ci aiuta. Lei inizia a camminare risalendo la strada e si rivolge a noi, ma è visibilmente seccata per non poterci essere d’aiuto. Ci fa strada in ciabatte, dondola a destra e sinistra e fisso il suo grasso che deborda dalla maglietta. A un certo punto grida un nome verso una casa, lo grida forte: “Igor” capisco io. Una voce esce dall’orto. Si scambiano qualche battuta, la donna ci saluta e noi rimaniamo con Igor, un distinto signore che subito ci comunica di essere l’ex sindaco di Kanal e che il paese è gemellato con una cittadina in provincia di Latina.
Parla un buonissimo italiano.
“Venite a mangiare le ciliegie. Ne abbiamo tantissime” ci invita lui. Leggi il seguito di questo post »


Il rumore del fiume (4)

luglio 13, 2009

most na soci

Il rumore del fiume (quarta parte)
di Mauro Daltin

Attraversiamo una Caporetto tutta in rifacimento, con la strada principale sollevata e decine di operai a rifarle il volto, forse nel tentativo di sdoganare il suo nome da quello che evoca.
Il giorno dopo da Kobarid a Tolmin camminiamo lungo una lingua d’asfalto stretta, del tutto priva di automobili. Attraversiamo paesi semi abbandonati, con case in via di perenne ristrutturazione, senza bar o alimentari. Sulle terrazze i panni stesi al vento, qualche macchina parcheggiata nei giardini, ma non si vede nessuno. Anche qui il senso di incompiutezza è forte. Non ci sono fontane, non si vedono gatti o cani, mai un bambino a giocare in un giardino. Qualche vecchia negli orti, qualche uomo con la birra in mano che riposa sotto la tettoia. E silenzio. Silenzio e verde dappertutto. Basta alzare gli occhi e i costoni delle montagne sono interamente coperti di alberi.
La Soča adesso è lontana e la ritroviamo vicino a noi solo alle porte di Most na Soči. La guardiamo e non sembra neanche lei. Sembra un fiume morto, l’acqua non scorre come sopra, il colore non è più bianco trasparente, ma verde scuro. Vicino alla riva della schiuma bianca e un paio di bottiglie di plastica a galleggiare.
“Ti stanno già rovinando, vecchio” dico.
“Non sembra un fiume” dice Simone.
Scopriamo poco più avanti che in effetti diventa lago a Most na Soči (ponte sulla Soča ). Un vero e proprio lago e, come ci diranno poco dopo, ricco di trote marmorate e temoli. Il paese è trafficato e il ponte è stretto e alto. A fianco del ponte un trampolino di legno altissimo da dove immaginiamo i ragazzi del paese sfidarsi in tuffi memorabili, diventare angeli o palle infuocate prima di infilarsi nell’acqua come frecce.
Entriamo in una gostilna e ci sediamo al bancone. Ordiniamo due birre. L’oste è un uomo dai modi gentili. Ci combina una camera per dormire la notte con l’aiuto di un cliente seduto a un tavolo. Leggi il seguito di questo post »


Il rumore del fiume (3)

luglio 7, 2009

isonzo19

Il rumore del fiume (terza parte)
di Mauro Daltin

“Scusi, per Lepena?” chiedo a una signora molto anziana curva sull’orto a raccogliere qualcosa. Ne vedi tante di donne vecchie, con le calze di lana tirate su a mezzo polpaccio, un golf slabbrato e la pelle bruciata dal sole.
Lei pronuncia una parola in sloveno che noi non capiamo. Si avvicina l’indice all’orecchio e poi lo punta verso il letto del fiume.
“Seguite il rumore” pensiamo che voglia dire. Non lasciatelo mai, sarà lui a portarvi dove vorrete.
Non aspetta nessun cenno di ringraziamento, si riaccuccia sul suo pezzo di orto e noi andiamo. Qui è il fiume che segna il territorio, che lo divide in un di qua e in un di là. È la Soča che dà vita, che fa sorgere case, campeggi, interi paesi. L’intera Valle deve a lei la propria esistenza. Gli sloveni lo hanno capito e la ringraziano come sanno loro, curando un sentiero che dalle sorgenti termina poco prima di Bovec. È il Soska Pot, una camminata che rende onore alla Signora della Valle. Un percorso curato nei minimi particolari che scorre quasi sempre accanto a lei oppure la lascia al massimo per qualche centinaio di metri.
“Sembra che qualcuno alzi e abbassi il volume” mi dice Simone ad un certo punto indicando anche lui l’orecchio e poi il fiume.
“Che colore ti immagini?” mi chiede.
“Bianco”.
“Rumore bianco” fa lui.
“Esatto, come il titolo del film che abbiamo visto al cinema. Quello sul Tagliamento” dico io.
“E come un libro di Don De Lillo” continuo.
“Rumore bianco è l’insieme di tutte le frequenze udibili. In pratica il rumore bianco non esiste, graficamente è una linea continua, senza picchi. E il suono che ne esce sembra proprio quello dell’acqua” mi spiega con l’anima del musicista che gli è propria. Leggi il seguito di questo post »


Il rumore del fiume (2)

luglio 2, 2009

isonzo2

Il rumore del fiume (2)
di Mauro Daltin

Il fiume è a destra, a decine di metri di profondità. È lui adesso che segna il territorio. Ne risaliamo tutto il corso in macchina, due ore circa che si trasformeranno in quattro giorni pieni di camminata.
Una timida signora ci accoglie nel piccolo rifugio alle sorgenti della Soča, in mezzo alla Val Trenta, nel parco naturale del Triglav. Sorride e si sforza a parlare un po’ di italiano. Sono in tre donne a gestire la casa. Gli uomini non ci sono. Dove il fiume femmina nasce lo custodiscono delle donne, come è giusto che sia, come qualunque momento della nascita dove gli uomini sono quasi del tutto eliminati dalla scena.
“Noi andiamo su, alla sorgente” la informiamo.
“C’è neve” dice lei.
“Quanto tempo serve?” le chiedo.
“Venti minuti” dice lei.
“A dopo”.
Lei sorride, torna a sedersi su una panca accanto alla stufa calda e si appunta su un foglio dei numeri.
Dopo una ventina di minuti siamo lì, di fronte a un blocco gigantesco di neve incastrato come fosse un diamante in mezzo alle rocce. Saliamo lungo la ferrata tenendoci stretti alla corda non del tutto stabile. In due punti barcollo. Guardo giù e vedo che il fiume sbatte violento sulle rocce. Ripeto fra me che ci vuole calma. Leggi il seguito di questo post »