Cosa ho messo nello zaino (3)

ottobre 30, 2008

Cosa ho messo nello zaino (3)
di Enrico Brizzi

Affidate le vostre anime e cominciate a camminare. Un passo dopo l’altro, come sapete fare da sempre. Puntate la cima più alta dell’Argentario, questo promontorio che un tempo era un’isola, e da lassù, circondati dall’immensità del Tirreno, vi riempite il cuore di buoni propositi. È abbastanza facile e consueto, dalla cima dei monti. Poi scendete di nuovo schiacciati al livello del mare, percorrete la lingua di terra del tombolo, sospesa fra la laguna e il mare aperto, e cominciate a guadagnare strada sotto il sole, verso un rosario di paesi e frazioni disseminati fra campi e frutteti. Cominciano gli incontri, e in tutto quell’aperto ogni uomo e ogni donna finiscono per raccontarvi un brandello della propria storia. Al terzo giorno di marcia raggiungete Saturnia sotto un cielo che pare di bronzo; potete fare il bagno alle cascate, e in quell’odore penetrante di zolfo mascherare i vostri volti con la creta bianca che si raccoglie a piene mani sul fondo del fiume. Ormai la fatica fa parte del vostro marciare insieme, e siete come consacrati all’impresa. Risalite per due giorni l’alta valle dell’Albegna. Primi boschi. Caprioli, cinghiali, voci di lupi liberi. Nelle radure fioriscono spontanee le orchidee. Le case si fanno più rade, vi fermate a ogni frazione per domandare da bere e ormai siete rassegnati ad apparire gente sospetta. A Triana c’è un castello che non si può visitare e una fontana. Comincia a piovere, vi rifugiate in una rimessa. Una vecchia vi offre delle frittelle e spiega la strada per Santa Fiora. Seguite il sentiero del versante meridionale dell’Amiata sotto una specie di uragano. Abeti cadono sotto i fulmini. Scendete su Abbadia San Salvatore, piantate la tenda vicino all’abbazia sollevati come i pellegrini medioevali. Il sesto giorno di marcia seguite i diverticoli della via Francigena fino a Radicofani. Terre spopolate, i maiali neri pascolano liberi. Ormai non sentite più la fatica, ma i piedi cominciano a riempirsi di vesciche. Traversate la Val d’Orcia, vi portate a Sarteano, Cetona, Chiusi. È l’ottavo giorno di marcia e tuo fratello deve rientrare in città. Come da solenne giuramento, l’amico noto come “il Vietnamita” ti raggiunge l’indomani alla stazione di Chiusi e ripartite insieme verso l’Umbria. Tappe semplici si trasformano in tormenti, se i piedi sono coperti di piaghe e vesciche, e fermarsi un giorno non servirebbe a niente. Serve curarsi ogni sera e ogni mattina, mentre sotto la veranda della tenda arde il fuoco azzurrino del campingaz e l’odore di caffè solubile arriva ad annunciarti che anche oggi sei ancora vivo. “Non verbis sed herbis redeunt in corpora vires” dicevano gli antichi, e anche noi camminatori d’oggi abbiamo a disposizione un buon campionario di medicamenti naturali per non appesantire l’organismo con prodotti chimici. Camminerai finché le piaghe non si cureranno, e forse le vesciche si trasformeranno in calli più in fretta di quanto tu possa credere. [continuerà nei prossimi giorni…]


Tutti i colori del fiume (3)

ottobre 29, 2008

Tutti i colori del fiume (3)
di Emilio Rigatti

Da qui in poi il camino del rio, ormai asfaltato ma tranquillo, attraverserà una serie di paesi, come Ladra, Kamno, Volarje. I campi scendono dolcemente fino al greto, lontano un chilometro, e la topografia è dolce e mossa, qualche chiesa occupa la sommità dei modeste alture sopra la strada. Le pareti del Kolovrat chiudono il lato occidentale della valle ma da Tolmino a Canale le perderemo di vista: la strada si allontana dal corso d’acqua e saranno ancora ore di bosco, di rari campi e borghi minimi come Gorenij Log, Spodnji Log e Avče.
Canale/KIanal si allunga sulle due sponde del fiume, che scorre verde quindici metri sotto il ponte che lo scavalca. Da un trampolino dei ragazzi si gettano nel vuoto: a guardarli si sente lo stomaco contrarsi, ma loro s’infilano nelle acque gelide con la precisione di una freccia. È grazioso, questo paese: ha una bella chiesa e una fontana barocca con un Nettuno cui hanno da poco messo una corona dorata che quasi abbaglia tant’è nuova. Fino a Plave si riesce a scampare alle automobili passando sulla riva destra e seguendo la ferrovia, ma da lì a Nova Gorica ci tocca un tratto di strada con molto traffico. Sarà il più spiacevole della discesa, ma durerà solo pochi chilometri.
L’albergo che si affaccia su Piazza Transalpina è un ottimo osservatorio per vedere la passeggiata serale nel luogo simbolo della caduta del “piccolo muro” tra Italia e Slovenia. Se c’è chi non riesce a dimenticare le violenze e gli odi dell’ultimo conflitto, molti giovani sloveni e italiani cominciano a frequentarsi, per innamoramenti transfrontalieri, per le discoteche, o semplicemente per la condivisione della scuola: molti sloveni frequentano a Gorizia la scuola d’arte, ma anche altri istituti. La stazione ferroviaria ha mantenuto un’aria demodé: niente biglietterie automatiche, né design ultramoderni, né traffico continuo di convogli. Gli interni hanno rifiniture di legno scuro, più volte riverniciato, e non ci stupiremmo se dagli sportelli si affacciasse il volto baffuto di un funzionario austroungarico. [continuerà nei prossimi giorni…]


Il caso Kundera, di Bozidar Stanisic

ottobre 28, 2008

Il caso Kundera
di Bozidar Stanisic

“Oggi verso le ore 16 – dice l’inedito rapporto di polizia numero 624/1950, conservato negli archivi del ministero dell’Interno – uno studente di nome Milan Kundera, nato il 1° aprile 1929 a Brno, si è presentato a questo dipartimento per riferire che una studentessa doveva incontrarsi in serata con un certo Miroslav Dvoracek, un giovane disertore in procinto di recarsi clandestinamente in Germania”.
Lo studente di allora era Miroslav Kundera, autore dei celebri romanzi Lo scherzo e L’insostenibile leggerezza dell’essere, protagonista della primavera praghese, a sua volta più noto dissidente cecoslovacco. L’accusa arriva dal settimanale ceco “Respekt”. Nell’articolo di Adam Hradilek, storico e giornalista, che lavora all’Istituto per lo Studio dei Regimi Totalitari, oltre alle prove di accusa contro Kundera, è apparsa anche la testimonianza di Iva Militka, amica d’infanzia di Kundera e allora ragazza di Miroslav Dlask, che raccontò a Kundera della presenza di Dvoracek. Dvoracek aveva lasciato la Cecoslovacchia dopo il colpo di stato del 1948; in un campo profughi a Monaci di Baviera, era stato reclutato dalla rete di spionaggio americana e rispedito in Cecoslovacchia. Il suo ritorno nel Paese però ebbe una fine tragica. Arrestato sul luogo e nel giorno dell’appuntamento con Militka indicato da Kundera alla Stb, polizia segreta, Dvoracek fu processato e, avendo sfiorato la pena di morte, condannato a 22 anni di carcere. Fu costretto ai lavori forzati in una miniera di uranio, dove finivano molti dissidenti dell’epoca. Kundera aveva 21 anni anni all’epoca dei fatti; non conosceva personalmente Dvoracek, ex pilota che lavorava per gli occidentali. Fu rilasciato nel 1963; nel 1968 Dvoracek scappò in Svezia, dove vive tuttora. Tre mesi fa ha subito un ictus. Secondo la rivista, la studentessa a cui Miroslav Dvoracek aveva dato appuntamento è vissuta per anni con il senso di colpa per l’arresto dell’amico. ”Da allora mi sento in colpa per aver parlato di lui tra amici, ero troppo ingenua”, ha detto Militka al settimanale. ”Lui sa solo che è stato denunciato – ha detto Marketa, moglie di Dvoracek – Chi è stato, oggi per lui non ha nessuna importanza.“
E poi aggiunge: “Non siamo affatto stupiti che Kundera sia stato chiamato in causa”. Leggi il seguito di questo post »


Latitanze, di Mauro Daltin

ottobre 27, 2008

LATITANZE
di Mauro Daltin
Prefazione di Pietro Spirito
Pagine 120 – ISBN 978-88-497-0566-9 – euro 10,00
Besa Editrice, www.besaeditrice.it

La distribuzione nazionale è affidata a PDE.

Il libro è acquistabile anche su: www.unilibro.it e fra poco su www.ibs.it
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Queste storie percorrono una strada di meta-realismo, oltre la realtà, verso un territorio dove i gesti hanno una tonalità e un peso incomprensibile per la logica comune.
Elio Bartolini

C’è un’ansia di ricerca costante in questi racconti, vere e proprie ricognizioni ad ampio raggio nei territorio di un immaginario molto ricco […]. Una commistione di realismo e surrealismo, partendo da un approccio visivo per approdare a esiti più visionari…

Dalla prefazione di Pietro Spirito

“Un passo dietro l’altro in una cadenza ritmata, fatta di morbide ricadute sulla terra e di lievi voli in aria. Schiacciò con forza la testa del pagliaccio dalle calze blu che aveva in tasca. Uscì dal parco e proseguì lungo il fiume, oltre il ponte, oltre l’uomo con il berretto verde e la mezza sigaretta tra le labbra. A destra aveva l’acqua, a sinistra la terra scura. Davanti a lei solo ghiaia e foglie che si spezzavano sotto le scarpe”.

Dieci racconti, dieci storie costrette in spazi e tempi circoscritti, in eterne latitanze quotidiane sospese fra reale e surreale, fra manie e abitudini. Dieci fotografie minime catturate nel loro divenire senza, molto spesso, accennare a cause e conseguenze, a un prima o a un dopo. Il delitto, il sogno, la follia, l’assenza, il tempo sono le regioni in cui queste storie si addentrano. E la mappa che si ricava è fatta di racconti brevi, short stories, per lo più giocati in presa diretta, dove echeggia la lezione carveriana, un minimalismo teso all’analisi minuta del reale, perché è lì che si nasconde il significato delle cose.


Cosa ho messo nello zaino (2)

ottobre 24, 2008

Cosa ho messo nello zaino (2)
di Enrico Brizzi

Un’altra passione che coltivi è quella degli arrivi al mare. Solo il mare scuro che riempie la curva dell’orizzonte è in grado di fare da argine al metronomo della camminata intrapresa settimane addietro. Qui la strada finisce, e finisce sul serio. Va a morire in un viottolo che conduce a una spiaggia di sassi, fra l’odore di salmastro, e la macchia ai lati del viottolo la conosci da sempre. Sono foglie lucide di corbezzolo e gli aghi del pino strisciante, lo stesso profumo di resina che riempiva le prime ore del mattino, in estate, quando prendevate in affitto una casa in mezzo ai campi biondi di grano, lungo una strada che si chiamava via Fienilone, e per arrivare in spiaggia dovevate traversare l’ombra della pineta. Il treno è il mezzo con cui, di preferenza, ti rechi sul luogo delle operazioni. Una volta sceso sulla banchina scoperta di una minuscola stazione priva persino della biglietteria, il camminatore guarda allontanarsi lungo il binario l’espresso a tre vagoni che l’ha condotto fin lì. Come in sogno, sulla banchina non c’è nessuno a parte lui e il proprio zaino, e quando la coda del treno scompare lungo l’arco di curva del binario, il camminatore può anche lasciarsi sfuggire un sospiro. Non si lascia indietro niente, nel vero senso della parola. Allora può aggirare l’edificio in disuso della stazione priva persino di biglietteria e, spiegata la carta, provare a capire da dove cominciare. Così puoi spendere un paio di settimane a mettere insieme la squadra d’amici che s’alterneranno al tuo fianco, procurarti le mappe e disegnare un itinerario che, dalla costa maremmana, unisca tutti i sentieri a disposizione che portano verso l’Amiata. Poco importa se ci sono da fare dei raccordi su asfalto, o altri non segnati attraverso i campi. Non esiste uno steccato che non si possa aggirare, e la piramide del vecchio vulcano coperto d’alberi a un certo punto apparirà a guidarti. All’alba d’un giorno di maggio parti insieme a tuo fratello, due zaini da sherpa aggrappati alle spalle come enormi scimmie, e con la ferrovia raggiungi la stazione di Orbetello Scalo, sospesa fra il doppio specchio della laguna e le colline dell’entroterra. [continuerà nei prossimi giorni…]


Tutti i colori del fiume (2)

ottobre 21, 2008

Tutti i colori del fiume (2)
di Emilio Rigatti

Appoggiato a uno dei tanti ponti sospesi, di quelli che fanno venire in mente i film di Indiana Jones e ti chiudono un po’ lo stomaco, ho concluso dopo adeguata meditazione che è il fiume più bello che abbia mai visto, almeno nella parte alta. L’azione reciproca tra roccia candida, plasmata per millenni, e l’acqua sonora, incessante, ipnotica, il bosco dove corre il sentiero, facile, curato e bene indicato, sempre in vista dell’acqua, rendono i primi due giorni di marcia indimenticabili. Ogni tanto l’Isonzo si vede costretto in gole di calcare liscio, come se un coltello rovente, affondando, avesse tagliato la roccia come burro. L’acqua entra tra queste pareti che comprimono il flusso d’acqua, la emulsionano, la trasformano in schiuma che esce a pressione alla fine del canyon. Incontriamo un gruppo di kayakisti che danno spettacolo: i natanti, coloratissimi, passano per questi budelli poco rassicuranti, sbattendo rumorosamente contro la roccia, si rovesciano e si rigirano con guizzi da trota.
Dopo aver ricevuto il torrente Koritnica, la valle si allarga e il sentiero a volte abbandona il corso e s’infila in mezzo a boschi di carpini e querce, si sommerge tra l’erba dei prati stabili o passa in mezzo a borghi semideserti, dove però troviamo sempre qualcuno da cui riceviamo acqua, incoraggiamenti e indicazioni su come proseguire. Ci portiamo in bisaccia il ricordo dell’ultimo bel ponte: quello napoleonico di Caporetto/Kobarid, un solo arco solido che scavalca l’ultima delle gole azzurre e bianche. [continuerà nei prossimi giorni]


PaginaZero su Osservatorio Balcani

ottobre 20, 2008

E’ stata pubblicata sui portali Osservatorio Balcani e Balcani Cooperazione una mia intervista sulla rivista PaginaZero-Letterature di Frontiera. L’intervista è a cura di Anita Clara e si può leggere qui