Ciclomundi. l’agenda del viaggiatore a pedali

ottobre 21, 2010

CICLOMUNDI. L’AGENDA DEL VIAGGIATORE A PEDALI
a cura di Mauro Daltin e Lorenza Stroppa
Prefazione di Emilio Rigatti
Pagine 400 – ISBN: 9788865490051 – Prezzo: € 14,90
Ediciclo Editore

La distribuzione nazionele e’ affidata a Messaggerie Libri e la promozione a Promedi.

I viaggiatori portano sempre con sé un taccuino, un quaderno, una penna, per appuntare e fermare sulla carta pensieri, paesaggi, dialoghi, volti. Questo strumento è qualcosa di più, è anche una agenda perpetua (valida ogni anno, basta segnare di volta in volta i giorni della settimana), è anche un insieme di suggestioni, inviti quotidiani a inforcare la bicicletta e partire.
Ogni giorno si potranno leggere frasi sulla filosofia del viaggio a pedali, l’equipaggiamento, le forature,
la fatica, l’arrivo e la partenza, i ritorni, i pionieri, i furti, i cani randagi, il cibo, i luoghi del mondo, la scrittura, la solitudine e moltissime altre suggestioni. All’inizio di ogni mese, un estratto di alcuni viaggi a pedali in un Paese, in un continente, dal Tibet alla Patagonia, dall’Africa all’Asia. Alla fine una bibliografia di libri di viaggio in bicicletta e alcune curiosità per il cicloviaggiatore.
Un’agenda che è anche un libro da leggere, ma soprattutto uno spazio libero, come liberi sono i viaggi, meglio se lenti.


Capolinea. 26

ottobre 17, 2010

Capolinea. 17.10.2010

Eccoci qua. Al capolinea dell’andare. Ultima fermata. Domani c’e’ l’aereo che da Cuzco mi portera’ a Lima e da li’ dopo circa 6 ore in sala d’attesa (e ho appena finito di leggere l’ultimo libro che mi ero portato) si parte per Madrid e poi per Venezia. Trenta ore in tutto.
Dopo 48 giorni di viaggio, di un viaggio immaginato, un po’ progettato, che ha portato con se’ tante cose, molte conseguenze, sono qui con davanti tutte le luci della citta’ di Cuzco. Piove quasi ogni giorno da una settimana, ormai e’ iniziata la stagione delle piogge e non c’e’ piu’ scampo fino a marzo-aprile. E’ strano pensare cosa scrivere in questa ultima ipotetica puntata dell’irregolare diario. Se mi volto indietro mi pare un secolo da quando siamo sbarcati a Buenos Aires e abbiamo cominciato a puntare verso Nord e macinare notti in bus e centinaia di chilometri su asfalti provvisori e compagni di viaggio strampalati. E’ stata una corsa fatta di facce, parole, gesti, sorrisi, lingue. Di decine e decine di persone con cui abbiamo condiviso pranzi e cene, la casa, o solo qualche battuta in un bar. E del percepire passo dopo passo il cambiamento nel taglio degli occhi, nelle facce da chiare a bruciate dal sole, nel castillano che diventa quechua, nei vestiti, nel modo di vivere, nella diversa umanita’ dei mercati e dei quartieri piu’ poveri. Nei profumi delle spezie, nei differenti riti pagani e religiosi, nel modo tutto sudamericano di vivere il tempo e lo spazio. Nelle scarpe fatte con qualche pezzo di copertone o della dignita’ fiera dell’essere andino. Dell’acqua che non c’e’ e del friulano parlato nelle osterie in mezzo all’Argentina. Mille cose, mille sfumature di un Sudamerica che mi si e’ aperto come quando scarti un regalo la sera di Natale.

Nominare tutte le persone forse non ha senso, almeno ora. Ma nelle nostre agende ci sono i loro nomi e indirizzi come testimonianza di un incontro.
E’ strano. Guardo le luci gialle di Cuzco e mi invade una decisa serenita’, come quando hai la consapevolezza che le cose dovevano andare cosi’, che questo viaggio dopo tutto ha avuto anche lui la sua strada, la sua storia e noi dovevamo solo affiancarlo e tenerlo per mano. Che ci avrebbe portato lui. Come tutti i viaggi, dall’altra parte del mondo o alla scoperta di un angolo dietro casa, segna anche il ritorno, lo stare. E per fortuna, dico io, altrimenti sarebbe solo una parentesi tra un prima e un dopo. Sento che questo mio andare, in questi luoghi, in questo preciso mio tempo, abbia a che fare con me, sotto mille punti di vista. E devo dire anche con lo scrivere. Perche’ tenendo questo piccolo diario e’ come se mi fossi quasi giornalmente liberato da tutto, come se il fermare le cose mi abbia ogni volta svuotato per far posto a quello che sarebbe accaduto il giorno successivo. Non finira’ qui questo viaggio, prendera’ altre forme, non sappiamo ancora quali anche se, io e Claudio, qualche idea ce la siamo fatta.
Mi piace pensare a tutti quelli che hanno letto queste pagine in questo mese e mezzo. E’ come se avessero viaggiato un po’ con noi. Chi ci ha scritto, chi ha commentato, chi ha letto saltuariamente e chi ogni puntata, non appena compariva qui. Ecco, non voglio farla lunga. Sapevo, in fondo, che questa ultima puntata, sarebbe stata la piu’ complicata da pensare. Ma tutte queste luci davanti, tutta questa citta’ a forma di puma che si mostra e illumina di riflesso la mia faccia, forse, penso possa bastare come immagine finale.
Lascio in Peru’ un paio di scarpe vecchie, due asciugamani, qualche medicina che non mi servira’ in Italia. Le foglie di coca secche di Claudio le ho dovute buttare. Hasta luego!


Istantanee peruviane

ottobre 15, 2010

(Las Salinas: sacchi da 50 kg sulle spalle)

(Las Salinas: il danzatore di sale)

(Las Salinas: salineros y salineras)

(Cuzco: mentre il sole cade giu’)

(Chinchero: a pascolare sui terrazzamenti incas)

(Cuzco: lavorando a Plaza des Armas)


Las Salinas. 25

ottobre 12, 2010

Las Salinas. 12.10.2010

Faccio il viaggio sul bus che collega Cuzco a Urubamba insieme a Jose’, un cantastorie, un trovatore, un conta cuentos di Lima che fa base al Centro per alcuni giorni per alcuni appuntamenti di letture a bambini e adulti a Cuzco. Lavora in una casa editrice, ha aperto una associazione e va in giro a raccontare, a narrare. Estrae dal suo zaino magico strumenti musicali africani mai visti. Parliamo di libri e lettura in Italia e in Peru’ e mi pare che paradossalmente la situazione migliore sia qua rispetto al nostro paese. Sconforto. Con noi, sul bus, ci sono solo peruviani, qualche gallina da vendere al mercato di Chincero e qualche studente in divisa pronto per la scuola.
Scendo al bivio per Maras-Moray, vengo circuito da un taxista che poi si rivelera’ mio utilissimo e piacevole compagno di viaggio di questa giornata. Mi porta a Moray, luogo pieno di misticismo, dove tre enormi terrazzamenti agricoli concentrici fungevano da laboratorio agricolo e dove su ogni cerchio c’era un microclima differente e di conseguenza era adatto a una specifica coltivazione. C’e’ pochissima gente e comincio a camminare lungo il sentiero che mi fa piano piano scendere fino al centro del sito. Sensazioni strane, di grandezza, come essere in mezzo a un anfiteatro naturale.
Ma la reale meta di oggi sono le saline di Maras e qui mi si apre un mondo, forse la cosa piu’ stupefacente mai vista. Rojer, il taxista, guida forte da Moray e Maras lungo vallate con erba gialla e secca, terre scure coltivate, che mi sembra di essere in Toscana o in Umbria.
Rojer mi racconta che lui e’ uno dei soci delle Salinas e che sono circa 500-600 i soci, praticamente quasi la totalita’ degli abitanti di Maras.
“Se vuoi ti faccio da guida” mi dice.
“Per quanto?” gli chiedo io.
“Niente. Per noi e’ un onore far vedere come funzionano le nostre saline, quello che ci da’ da mangiare, che ci fa vivere”. Affare fatto, gli dico.
Parliamo una decina di minuti, poi lui si volta verso di me e mi dice: “Guarda sotto”. Io guardo e mi manca il fiato. Incastonate in una vallata stretta mi si aprono Las Salinas, migliaia di terrazzamenti bianchi che sembrano specchi.
Scendiamo e ci addentriamo in mezzo alle saline. La cosa incredibile e’ che si tratta di saline naturali: da un monte (forse un vulcano non piu’ in attivita’) esce acqua calda e salata. La assaggio e mi pare assurdo. Ne esce tanta, un fiumiciattolo. E poi vedo loro, los salineros, uomini che trasportano sacchi di 50 chili di sale tutto il giorno. Uomini dai volti e dalle schiene segnate che, con ai piedi dei provvisori sandali, risalgono le saline fino al deposito. Mi fermo per farne passare uno che ha anche la forza e il fiato di sorridermi. E poi vedo loro, las salineras, donne piegate che con il piccone estraggono il sale dalla Madre Terra e lo raccolgono in piccoli cumuli.
“Qui lavorano in 15-16 persone” mi spiega Rojer e a me pare un numero insignificante davanti a 4000 terrazze che producono, ognuna, 250-300 kg di sale al mese .
“Vedi quello?” e Rojer punta il dito verso una terrazza lontana. Vedo un uomo che sta danzando sul sale. Balla, come se ballasse un flamengo. Pigia i piedi come se stesse pestando l’uva. E invece sta calpestando il sale a quasi 3000 metri d’altezza.
“Non e’ facile preparare le terrazze. Devi spianare bene la terra e coprirla con due strati di un materiale simile al gesso. Compatti bene, e’ fondamentale preparare perfettamente questa base, altrimenti si infiltra altra terra e acqua. Poi naturalmente si forma il sale, con quell’acqua benedetta che esce dal monte. Ogni tre giorni l’acqua va smossa con i piedi, altrimenti diventa stagnante e non serve a niente. Poi quando e’ pronta, la terrazza diventa di un bianco assoluto e cominci a raccogliere. Devi pulirla bene, con acqua buona. Solo cosi’ hai sale di prima qualita’ che ti pagano 15 soles (poco piu’ di 4 euro) ogni 50 kg. Altrimenti se e’ di seconda scelta, 12 soles al chilo e cosi’ via” mi spiega Rojer.
Resto a guardare questi uomini che come fantasmi in mezzo a tutto quel bianco, portano i sacchi, e le donne che come formiche se ne stanno accucciate tutto il giorno.
Lavorano dalle 8 di mattina alle 4 di pomeriggio. Tutti i giorni. E guadagnano dai 600 agli 800 soles al mese (circa 200 euro). Qui lavorano solo 6 mesi all’anno, nella stagione secca. Quando comincia a piovere e’ la fine. La pioggia spazza via tutto e rimane solo terra.
“Se vieni ad agosto, devi metterti gli occhiali da sole. E’ tutto bianchissimo, non vedi dei pezzi di terra come ora. E’ uno spettacolo unico. Il sole riflette la luce sulle terrazze e ti puoi guardare come se fossi davanti allo specchio” continua.
Ma io continuo a guardare gli uomini e le donne, quelle 15 e 16 persone che ogni giorno vengono qui e lavorano in mezzo a questi 4000 occhi bianchi. Poi, prima di andare via mi fermo a fissare quella terrazza lontana dove il ballerino di flamengo continua a danzare sull’acqua e i suoi piedi smuovono il sale. Mi piace pensare che immagini di essere in una sala da ballo con una bella donna tra le braccia. Lo immagino con gli occhi chiusi e con un mezzo sorriso sulla bocca.


Cuzco. 24

ottobre 10, 2010

Cuzco. 10.10.2010

Sono seduto a Plaza des Armas, cuore pulsante dell’Impero, ombelico del Puma, simbolo di tutto. Qui e’ stato giustiziato l’ultimo Inca Tupac Amaru e il leader indigeno del XVIII secolo Tupac Amaru II. Ho scelto una panchina un po’ defilata dalla confusione dettata dal passaggio dei turisti che si ammassano attorno alla fontana centrale. Mi sento ancorato alla panchina. Fermo. Penso alla confusione, a quanto ti senti tirare da una parte e dal suo opposto e non sai dove andare a rischiare tutto, e credo con certezza che abbia a che fare con la storia dello gnomo.
Un giorno, un paio di anni fa, un ragazzo tedesco di 23 anni, suona alla porta del Centro. Va ad aprire Vittoria che si trova davanti un ragazzo tutto zuppo di pioggia, con un colletto di pizzo bianco, la bombetta in testa e un vestito medioevale che ricordava qualche tipo dei Gonzaga.
“E tu chi sei? Cosa ci fai qui?” chiede Vittoria.
“Nella borsa ho degli attrezzi da falegname. Io ti faccio dei lavoretti e tu mi ospiti qualche giorno e mi dai qualche soldo. E’ da quasi un anno che giro il mondo cosi’, con questi miei pochi attrezzi”.
Vittoria strabuzza gli occhi. Lo fa entrare. Ogni giorno, le bambini invisibili vanno a vedere quell’uomo vestito strano che sembrava loro uno gnomo del bosco.
Nel mio paese, se vuoi fare il falegname, una volta finito di studiare, ti danno 100 marchi e tu ti devi arrangiare un anno intero in giro per il mondo con i pochi attrezzi che ti danno nella borsa. Non devi fermarti nei paesi confinanti con la Germania. Per il resto puoi andare dove vuoi, basta che dopo 12 mesi riconsegni i 100 marchi. Io ora vengo dall’Indocina dove ho costruito mobili per una associazione. Ho messo via dei soldi anche prima. E ora eccomi qui, racconta davanti a un mate di coca mentre cerca di scaldarsi dal freddo e asciugarsi dalla pioggia.
Al Centro mette a posto delle sedie e dei tavoli e poi riparte. “Ormai ho quasi finito. Fra pochi giorni posso tornare al mio paese e cominciare a lavorare come falegname”
“Perche’ fanno questo?” chiede Vittoria.
“Per evitare che dopo qualche tempo uno si stanchi del mestiere. Stai tranquillo che se torni a casa con quei 100 marchi, sarai un buon falegname per tutta la vita. Le cose devi viverle fino in fondo, a costo di tutto. Devi rischiare di non mangiare, le lacrime della solitudine. E questo lo fai solo per amore. Per un’altra persona o per qualcosa d’altro, un lavoro, una passione” dice lui.
Ecco, penso io. In fondo la confusione ha a che fare con il coraggio e con l’equilibrio, con il vivere sul crinale senza la paura di scivolare giu’. La confusione fa tremare tutto, polsi e gambe, fa barcollare come ubriachi in balia di venti e scalini. Fa perdere il centro, l’asse dove si poggia il tutto.
E lo gnomo tra l’altro vive nel bosco, dove regna silenzio e equilibrio, tutto il contrario del rumore e della confusione. Li’, nel bosco, le cose si sistemano da sole, tutti, animali e alberi, foglie e insetti trovano il loro stare, il loro luogo e gli altri animali o alberi con cui stare e condividere la loro piccola tana. E anche gli gnomi, insieme ai folletti, trovano con chi abitare, con chi condividere le loro casette di pastafrolla.
Una donna con un bambino sulle spalle mi si siede accanto sulla panchina. Mi vuole vendere dei porta gioielli, dei cappelli, delle collane. Io rifiuto.
“Da dove vieni?” mi chiede.
“Italia” dico io svogliato.
“E quanti anni hai?”
“33” rispondo.
“E tuo figlio dov’e’? In Italia?”
“Non ho figli”.
“Come non hai figli? A 33 anni? E’ impossibile. Cosa aspetti?”
Io le sorrido. A proposito di confusione, penso.
“Ma puo’ essere che uno non voglia avere dei figli. Oppure che non sia ancora arrivato il momento” provo a dirle io.
“Ma non c’e’ tanto tempo. Poi diventi vecchio e senza forze”.
Io la guardo.
Lei ride. Il bambino sulle sue spalle mi ride. Non insiste piu’ nel vendermi niente. La saluto e la vedo andare via a fermare turisti con i suoi porta gioielli di legno a forma di uovo di struzzo.


Cuzco. 23

ottobre 8, 2010

Cuzco. 08.10.2010

Cirillo e’ un uomo che avra’ piu’ o meno 35 anni. Ha una faccia buona, ride spesso. Fa il turno di notte al Centro. Poi lavora anche di giorno, non so dove. “Quando sono arrivata qui, Cirillo aveva 7 anni e lavorava tutto il giorno portando sacchi sulla schiena al mercato” mi dice Vittoria. Paulita e’ la cuoca, e’ una donna di una dolcezza commovente. “Se Paulita dovesse smettere di lavorare qui da noi, prenderebbe come pensione l’equivalente di 3 kg di zucchero al mese. E si e’ spaccata la schiena tutta la vita” continua Vittoria. Siamo attorno al tavolo, io, lei e una coppia di francesi con 4 figli, il piu’ piccolo, Martin, ha 4 anni, i due gemelli piu’ grandi ne hanno 8.
Vittoria parla di Sudamerica, dei suoi 8 anni passati a vivere nelle comunita’ dei campesinos nei dintorni di Puno. “Non c’era niente. Nemmeno l’acqua per lavarsi. Niente di niente. E la cosa strana e’ che ci sia abitua anche alla mancanza di tutto, anche alla mancanza della speranza. E se nasci li’ non hai speranza. Nessuna. Non ci sono santi”.
Xavier, il padre, fa domande a Vittoria. Io lo guardo e mi sembra un marziano, come tutta la sua famiglia. Sono tutti e sei bellissimi. Occhi azzurri, biondi, ben pettinati, ordinati. Stanno facendo il giro del mondo. Partiti dal Canada sono scesi fino in America Latina, proseguiranno per Bolivia, Cile, Terra del Fuoco, poi un areo li portera’ in Australia e poi in Asia, Mongolia, Thailandia e India. I bambini sembrano perfetti: educati, puliti, autonomi. Mi raccontano che sono in anno sabbatico, lui e’ ingegnere, lei medico. Che era danni che progettavano questo viaggio ed e’ importante per i bambini vedere altri bambini di altri luoghi. Cazzo, mi dico io. Certo, bisogna avere anche un sacco di soldi, penso. Loro vogliono andare per comunita’, entrare nelle culture e nelle situazioni dei vari paesi, sono curiosi. Non capisco se mi piacciono o no. Mi fanno un po’ paura, ma li ammiro anche.
“L’estrema poverta’ e l’estrema ricchezza portano le stesse conseguenze, se ci pensi bene” dice Vittoria a un certo punto, e se ci penso bene effettivamente e’ cosi’. “Vengono azzerati tutti i valori e l’azzeramento dei valori porta alle stesse conseguenze”.
“Che cosa si puo’ fare?” chiede Xavier, quasi intimidito da quella domanda cosi’ grande.
“L’educazione. E’ l’unico modo per sperare che le cose cambino. All’inizio noi facevamo assistenzialismo, davamo da mangiare e da dormire. Benissimo. Ma cosi’ le cose non le cambi. Qui in Peru’ il 47% dei bambini che finiscono il ciclo della scuola primaria e’ analfabeta. E’ una questione di potere. Lasciare inetere generazioni ignoranti significa poterle comandare senza problemi. Una educazione alternativa, vera, e’ l’unica speranza che vedo” continua.
Chiedo ai francesi: “Quanto vi fermate qui?”
Xavier allarga le braccia. “Non lo so, vedremo” risponde.
“E in Bolivia, dove andrete?”
“Non lo so, conoscete qualche situazione simile a questa?”
Ma, dio santo, mi dico io. Ma da dove sono usciti questi?
Vittoria parla loro di un italiano che lavora in Bolivia con i bambini delle carceri. I bambini, in Bolivia, vanno in carcere come gli adulti, insieme agli adulti. Lui ha comprato un sacco di terra vicino a La Paz e ha cominciato a costruire una specie di riformatorio dove i bambini che vengono arrestati, invece di andare in prigione, vanno li’. E lui organizza laboratori, lavora la terra, ha campi e orti, una casa dove ospita gente. Insomma, una realta’ bella.
“Possiamo andare li'” dice Xavier alla moglie.
Io rimango affascinato e allibito dalla serenita’ della famiglia anarchica del Mulino Bianco.


Machu Picchu (2). 22

ottobre 8, 2010

Machu Picchu. 05.10.2010 (seconda parte)

Andare a Machu Picchu costa un sacco di soldi e la prima cosa che salta agli occhi e’ che la contrattazione avviene in dollari e non in soles, la moneta peruviana. Che fa pensare questo? Che, almeno la maggioranza dei soldi che si spendono non rimangono in Peru’, ma vanno da qualche altra parte. Io ho speso 170 dollari (130 euro circa) comprensivi di tutto esclusi pranzi e cene. Una enormita’ in un Paese dove lo stipendio medio si aggira attorno ai 200 euro al mese. I peruviani, certo hanno delle tariffe a parte, sicuramente piu’ abbordabili, ma sempre eccessive per loro. Che non ci vanno. Come anche le scuole, le scolaresche, non ci vanno.
Le ultime cifre dicono che sono 600.000 i visitatori ogni anno. Circa 1500 al giorno.
Il Cammino inka non e’ piu’ quasi praticabile. Lo hanno messo a numero chiuso, come le facolta’ di medicina: 500 persone massimo al giorno, altrimenti crolla tutto. Solo tramite un’agenzia autorizzata. Solo con guida al seguito. Prenotando quasi un anno prima. Passa la voglia.
Il biglietto d’entrata a Machu Picchu costa 126 soles (circa 35 euro) e sono soldi che vanno al Governo di Lima.
Il biglietto dell’autobus che da Aguas Calientes ti porta all’entrata della citta’ nascosta costa 14 dollari andata e ritorno per un tragitto di un quarto d’ora. Questi soldi vanno a una fantomatica societa’ che si chiama Consettur Machupicchu S.A.C. che e’ stata piu’ volte denunciata e costretta a pagare multe salatissime perche’ lavora in regime di monopolio e la propria licenza nel fare questo servizio e’ scaduta da anni.
Il treno costa da Ollaytaitambo ad Aguas Calientes (non ci sono alternative come mezzi) 29 dollari, mentre il ritorno, stesso traggito, chissa’ perche’ ne costa 39 di dollari. La compagnia e’ la Perurail S.A. di proprieta’ della multinazione inglese Orient Express che ha lavorato in monopolio assoluto per gli ultimi 10 anni.
A partire dalla fine del 2009 dei 18 viaggi giornalieri a Machu Picchu, 10 rimangono a Perurail mentre 8 passano a due nuove imprese, Andean Railways e Inca Rail, di capitale peruviano. Bene. Anche se di queste due compagnie non ne ho visto traccia mentre organizzavo la visita a Machu Picchu.
In piu’ Aguas Calientes, citta’ nata in pratica dopo la dichiarazione di Machu Picchu tra le sette meraviglie del mondo, operazione di marketing a livello mondiale.

Machu Picchu e’ stata scoperta nel 1911 da un gringo americano di nome Hiram Bingham, professore di Yale. Nel 1906 Bingham aveva intrapreso un viaggio avventuroso da Buenos Aires a Cusco, seguendo le rotte commerciali dell’epoca coloniale. Il suo desiderio ultimo era di trovare Vilcabamba, ultimo rifugio, secondo quanto narrato dagli antichi cronisti, degli inca ribelli. E così viaggiò ad Abancay, porta naturale verso l’inesplorata e leggendaria città inca. Lì gli abitanti lo informarono dell’esistenza di alcune rovine e lo condussero a quello che oggi conosciamo come complesso archeologico di Choquequirao. Bingham non si lasciò impressionare: la mitica Vilcabamba doveva essere ancora più imponente. Tornato negli Stati Uniti ottenne l’appoggio della National Geografic Society e dell’università di Yale, nonché i contributi volontari di amici e parenti. Trovare Vilcabamba non era più il sogno di un accademico, ma un’impresa pianificata.

Nel gennaio del 1911 Braulio Polo y la Borda, proprietario dell’hacienda Echarati, nella provincia di Convención (Cusco), ospitava Alberto Giesecke, allora rettore dell’università di Cusco. Fu in una delle numerose conversazioni che gli raccontò dell’esistenza di misteriose rovine inca nella zona. Giesecke, amico di Bingham, lo contattò immediatamente, invitandolo a esplorare la regione.
Il resto è storia: il 24 luglio 1911, accompagnato dalla guida locale Melchor Arteaga, Bingham arrivò sulla cima del monte Machupicchu. Lì incontrò Anacleto Alvarez e Toribio Recharte, due campesinos che vivevano sul posto con le rispettive famiglie, coltivando i terrazzamenti inca. Loro non volevano svelare l’esistenza della citta’ sacra, ma in cambio di un soles cedettero. Si dice che fu un bambino di 10 anni a svelare a Bingham le monumentali rovine. In seguito il Governo peruviano, tramite decreto del 31 ottobre 1912, autorizzò lo studioso a scavare nella zona. Non solo: gli permise di portare negli Usa tutto il materiale archeologico reperito.
Occorsero più di cinque anni di lavori per far riemergere dalla giungla l’intero complesso architettonico. E’ dal 1920 che il governo peruviano chiede al governo americano le 170 mummie ritrovate e tutto il materiale trafugato per motivi di studio e mai ritornato nel luogo d’origine.
Io mi immagino quel bambino di 10 anni, figlio di campesinos che gioca tutto il giorno tra le mura della citta’ sacra e che la conosce palmo a palmo. E salta sulle pietre, si nasconde tra i cunicoli, conosce le 170 mummie una ad una. E i genitori coltivano i terrazzamenti di Machu Picchu con mais e patate. E non vivono la zona urbana, perche’ per loro e’ una citta’ sacra. Costruiscono una piccola casa dove ora c’e’ l’entrata per i turisti. Ma lasciano giocare il bambino libero tra la casa del guardiano e il tempio del sole.