Primo marzo. Anch’io ero clandestino (2)

marzo 5, 2010

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (2)
di Bozidar Stanisic

Tre mesi prima ero fuggito dalla Bosnia perché non trovavo nessuna ragione per partecipare a una guerra civile e fratricida, che, infine, era all’opposto delle mie convinzioni sull’inutilità delle guerre. I miei, moglie e figlio, erano rimasti in Croazia, che per me non era un luogo sicuro perché il governo croato considerava disertori tutti i maschi e li rispediva in Bosnia. Un amico sloveno mi trovò rifugio presso una chiesa cattolica di una cittadina nei pressi del confine con l’Italia. Anche se per il prete e per la donna della canonica ero uno sconosciuto, trovai un’accoglienza umana calorosa. Stavo con loro a tavola a mangiare, anche nell’occasione in cui, già diventato amico, il prete fece un raduno di tutti i preti della sua diocesi a cui era invitato pure il vescovo. E mi mise al centro tavola. Mai nella mia vita vidi tanti preti in un unico posto e tutti erano gentili con me che non sono praticante.
Passavo metà delle giornate aiutando nell’orto, nella vigna su una collina da cui si vedeva il Golfo di Trieste; guidavo un furgone per trasportare aiuti umanitari ai campi profughi nelle vicinanze del paese. Mi restavano alcune ore pomeridiane per la scrittura e così riuscii a finire la gran parte di un mio libro di racconti che, un anno dopo, con il titolo “I buchi neri di Sarajevo”, sarà pubblicato da un editore triestino. Ogni tanto, volendo informarmi presso i consolati e le ambasciate di vari Paesi sui percorsi per ottenere un visto d’ingresso, andavo a Lubiana. Mia moglie era d’accordo con me di andare il più lontano possibile, possibilmente in Canada o in Australia. Leggi il seguito di questo post »

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