Colonia Caroya. 6

settembre 12, 2010

Colonia Caroya. 12.09.2010

Entrare di venerdi’ sera al “9 de julio” a Colonia vuol dire entrare in un mondo altro, fatto di regole proprie; una osteria storica dove incontriamo decine di persone che ci parlano in friulano, che ci raccontano storie, che ci abbracciano. Ad un certo punto attorno al bancone c’e’ un gruppo che si serve da solo, prende fernet, birre e vino mentre l’oste, sconsolato, si siede davanti alla televisione a vedere Racing-Estudiantes.
Incontriamo Lito, il Dario Zampa di Colonia, anzi, come dice Claudio, e’ Dario Zampa che e’ il Lito del Friuli che comincia a raccontare di quella volta in cui Fabian Riz, di quella volta che, nel 1994 arrivarono in Friuli…
E cosi’ per ore. Da li’ ci spostiamo al Macadam, altro luogo storico sull’Avenida San Martin. Qui mangiamo frico e a me pare che sia tutto straordinariamente assurdo.
Durante la trasmissione “Fuarce furlans” di Radio Comunicar con Marta Copetti, in cui raccontiamo il nostro viaggio, incontro Marcos, 17 anni, curiosita’ che gli esce dagli occhi. Ha cominciato a seguire un corso di friulano qui a Colonia. “Siamo in 20 a seguirlo, e siamo anche tanti giovani. Ho appena scritto una storia di emigrazione e vorrei farne un corto, un piccolo video. Poi lo vorrei tradurre anche in friulano”. Lo guardo come fosse un marziano. L’indomani mi tiene per una buona mezz’ora a parlare faccia a faccia su un banco dell’osteria di Caco. Mi chiede di tutto.
Maxi e il suo gruppo di scout ci chiedono se possiamo fare una chiacchierata con i loro ragazzi che hanno il desiderio di fare anche loro un video o qualcosa del genere. Claudio parla per un’ora, gioca con loro attorno a un tavolo colorato. Parla di fantasia, urgenza, liberta’, teatro. Rimango ad ascoltarlo come se fossi uno dei ragazzi e li guardo negli occhi. Sono fermi, concentrati, curiosi. Mi chiedo dove sia andata a finire alle nostre latitudini questa fiamma negli occhi che hanno qui, questo fuoco che li accende.
Puesto Viejo non ha a che fare con questo mondo, con noi, con niente. Il tempo qui non ha le nostre lancette, non corre come corre di solito. Usciamo da Colonia in macchina, quando il sole e’ gia’ sceso. Per chilometri di strada di terra non incontriamo nulla, se non qualche casa qua e la’. Arriviamo dove i friulani alla fine del 1800 costruirono le prime case decidendo che la citta’ si sarebbe sviluppata da un’altra parte. Entriamo nell’osteria D’Olivo, li’ in quel posto dal 1908. Dentro c’e’ un mondo. Tre-quattro boliviani che qualche parola di friulano la masticano di sicuro per non restare ai margini. Quattro vecchi che bevono vino e che allo spagnolo mescolano il friulano, gente che entra ed esce a comprare qualsiasi cosa si possa immaginare. Perche’ qui si vendono pelapatate, cazzuole, qualsiasi tipo di bibite, compreso il Punto e Mes che non vedevo da 20 anni, cibi, cacciaviti, pile. Calpestiamo un pavimento di madera che ci dicono e’ li’ da 100 anni. Parliamo con l’oste che ci porta nel retro del locale e ci mostra liquori e grappe di ottantanni fa, i registri impolverati delle consumazioni dei clienti. “Qui si faceva credito per un anno. Qui segnavamo il nome del cliente e tutte le sue consumazioni. Quando vendevano i prodotti dei campi venivano a pagare. Se il raccolto andava male, aspettavamo di ricevere i soldi” ci spiega.
Stasera ce ne andiamo da questo posto strano, difficile da definire. Nel pomeriggio accompagneremo Maxi che va a fare volontariato, insieme ad altri amici, con i bambini di un quartiere povero di Colonia. Stanotte, poi, ci aspettano 1000 chilometri sulla Ruta 9 (Panamericana) verso Nord per arrivare a Salta dove ci aspetta Mauro Sabbadini.

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Colonia Caroya. 5

settembre 10, 2010

Colonia Caroya. 10.09.2010

La storia del Fernet

“Qua a Colonia tutti bevono Fernet. Fernet Branca e Coca Cola” dice Maxi mentre ne ordina uno per te e uno per Claudio. Tu ti chiedi come puo’ essere possibile che in un posto sperduto dell’Argentina si beva Fernet Branca.
“Qui e’ un rituale. Si taglia una bottiglia di plastica di Coca Cola, si piega il bordo con cura fino a farlo diventare un vaso. Poi si versa una dose di Fernet ben definita e una quantita’ di Coca variabile. E ghiaccio. Molto ghiaccio. E lo si fa girare. E’ un po’ come il mate, qualcosa per compartir, per stare insieme” racconta ancora.
Il signor Fernet dall’Italia si accorge che in un luogo dell’Argentina la sua bevanda viene bevuta in quantita’ assurde. Allora decide di venire qui per capire che cosa succede e vede tutti i ragazzi e gli adulti mescolare la sua creazione con la Coca Cola. Stupidamente pensa di creare la Ferncola, una bevanda gia’ pronta per l’uso. Un fallimento. Non aveva capito l’umanita’ che circondava questo rituale.
“Nell’ultima corsa nazionale di rally che si tiene attorno alle montagne di Cordoba, in tre giorni sono stati consumati dai 30 ai 40 mila litri di Fernet” continua Maxi.
Tu continui a bere e a ridere. Claudio pure. Dice: “Che paese straordinario, l’Argentina”.


Colonia Caroya. 4

settembre 10, 2010

Colonia Caroya. 10.09.2010

Il viaggio notturno ci ha portato a Cordoba lungo la mitica Panamericana (Ruta 9), strada che taglia a meta’ tutto il continente sudamericano partendo dalla Terra del Fuoco fino ad arrivare in Messico e poi negli Stati Uniti.
Da li’ con un bus di linea arriviamo a Colonia Caroya. Scendiamo davanti alla Caroyense, una ex grandissima cooperativa che produceva e vendeva vino e grappa. La facciata dell’azienda e’ stata costruita esattamente come la facciata del duomo di Gemona e questo ci fa capire gia’ in che posto assurdo siamo arrivati.
Arrivare a Colonia significa immettersi nella Avenida San Martin, subito dopo la piazzetta Friuli. L’Avenida e’ lunga piu’ di undici chilometri e ai suoi lati crescono migliaia di grandi platani che la ricoprono completamente.
Colonia non ha un centro storico, ci sono al massimo tre-quattro quadre piu affollate, ma si sviluppa tutto lungo questa strada principale, in modo orizzontale lungo vie non asfaltate.
Ci accoglie Maxi Visintin, un ragazzo sulla trentina, occhi vispi, testa che viaggia veloce, che guarda avvanti. Ci raccconta un sacco di cose. Studia all’Universita’ di Cordoba, una delle piu’ antiche del Sudamerica,fa il volontario in un quartiere difficile con bambini che vivono problematiche famigliari e sociali. Ci andremo assieme a lui domenica. Insieme ad altri ragazzi stanno mettendo in piedi una radio comunitaria, libera, dove chiunque potra’ fare il suo programma, parlare di cio’ che vuole. Fa parte di un gruppo scout ma stanno destrutturando la scala gerarchica tipica degli scout per fare un lavoro con i ragazzi in senso orizzontale.
Parla come un treno, come avesse l’urgenza di raccontare l’Argentina e gli argentini. La loro storia e la storia di Colonia. L’economia di questo paese che sembra sempre sull’orlo di precipitare in un baratro. O della scuola, dove i ragazzi arrivano alle 10.30 perche’ nelle prime due ore non c’e’ il professore.
La sera con il padre hanno una discussione sul Golpe militare, sul peronismo e sul rapporto con gli Stati Uniti. L’uno, il padre, e’ piu’ disincantato, fatalista, l’altro, il figlio, gli si legge negli occhi e nelle parole quella forza dell’utopia e del voler cambiare le cose.
Parliamo dell’acqua. “Puo’ capitare che in Ecuador e in Bolivia una bottiglietta d’acqua costi tre volte piu che una birra. Sara’ un grosso problema nel giro di pochi anni. In Argentina noi non ce ne accorgiamo, la sprechiamo, ne abbiamo talmente tanta… Ma stiamo vendendo tutto. Una multinazionale olandese ha appena comprato 30.000 ettari di terra nel nord. Tutto, come Benetton nel sud. Lo fanno per l’acqua, anche”.
Entriamo in un bar e ci accolgono in friulano. Un sacco di gente parla in friulano e ti pare assurdo che dall’altra parte del mondo, in mezzo all’Argentina, ci sia un luogo cosi’.
Visitiamo l’estancia, un posto in mezzo al niente che e’ stato prima dei gesuiti, poi un luogo dove fermarsi con i cavalli per fare una sosta lungo il Camino Real che univa Buenos Aires al Peru’; successivamente una fabbrica di armi nella lotta di liberazione contro gli spagnoli; infine il primo luogo dove gli emigranti friulani, nel 1878, si fermarono e decisero di costruire Colonia. Ora e’ un museo con un patio bellissimo tipicamente spagnolo.