su Radio Fragola

febbraio 26, 2011

Domenica 27 febbraio, a partire dalle 12.25, sulle frequenze di Radio Fragola, la radio comunitaria di Trieste, Mauro Daltin racconta l’irregolare viaggio sudamericano, fatto insieme a Claudio Moretti, nella trasmissione “JetLag” condotta da Francesca Iannelli. Il sito di riferimento della trasmissione: http://jetlagts.wordpress.com dove si potrà anche ascoltare il podcast dell’intervista.

Annunci

Il viaggio sudamericano su “Telequattro”

novembre 18, 2010

Domenica 21 novembre, alle 15.30, su Telequattro, all’interno della trasmissione “Domenica è sempre domenica” condotta da Sabrina Vidon, il racconto in parole e immagini del viaggio irregolare, e sudamericano, di Mauro Daltin e Claudio Moretti.


Il primo precario video del viaggio sudamericano

novembre 16, 2010

La canzone popolare si intitola Negro José
(Macadam, Colonia Caroya, Argentina)


L’irregolare viaggio sul “Gazzettino”

novembre 1, 2010

Mentre io e Claudio eravamo in Sudamerica, era uscita questa pagina sul Gazzettino.
La ripropongo qui.

articolo_gazzettino_viaggio


Capolinea. 26

ottobre 17, 2010

Capolinea. 17.10.2010

Eccoci qua. Al capolinea dell’andare. Ultima fermata. Domani c’e’ l’aereo che da Cuzco mi portera’ a Lima e da li’ dopo circa 6 ore in sala d’attesa (e ho appena finito di leggere l’ultimo libro che mi ero portato) si parte per Madrid e poi per Venezia. Trenta ore in tutto.
Dopo 48 giorni di viaggio, di un viaggio immaginato, un po’ progettato, che ha portato con se’ tante cose, molte conseguenze, sono qui con davanti tutte le luci della citta’ di Cuzco. Piove quasi ogni giorno da una settimana, ormai e’ iniziata la stagione delle piogge e non c’e’ piu’ scampo fino a marzo-aprile. E’ strano pensare cosa scrivere in questa ultima ipotetica puntata dell’irregolare diario. Se mi volto indietro mi pare un secolo da quando siamo sbarcati a Buenos Aires e abbiamo cominciato a puntare verso Nord e macinare notti in bus e centinaia di chilometri su asfalti provvisori e compagni di viaggio strampalati. E’ stata una corsa fatta di facce, parole, gesti, sorrisi, lingue. Di decine e decine di persone con cui abbiamo condiviso pranzi e cene, la casa, o solo qualche battuta in un bar. E del percepire passo dopo passo il cambiamento nel taglio degli occhi, nelle facce da chiare a bruciate dal sole, nel castillano che diventa quechua, nei vestiti, nel modo di vivere, nella diversa umanita’ dei mercati e dei quartieri piu’ poveri. Nei profumi delle spezie, nei differenti riti pagani e religiosi, nel modo tutto sudamericano di vivere il tempo e lo spazio. Nelle scarpe fatte con qualche pezzo di copertone o della dignita’ fiera dell’essere andino. Dell’acqua che non c’e’ e del friulano parlato nelle osterie in mezzo all’Argentina. Mille cose, mille sfumature di un Sudamerica che mi si e’ aperto come quando scarti un regalo la sera di Natale.

Nominare tutte le persone forse non ha senso, almeno ora. Ma nelle nostre agende ci sono i loro nomi e indirizzi come testimonianza di un incontro.
E’ strano. Guardo le luci gialle di Cuzco e mi invade una decisa serenita’, come quando hai la consapevolezza che le cose dovevano andare cosi’, che questo viaggio dopo tutto ha avuto anche lui la sua strada, la sua storia e noi dovevamo solo affiancarlo e tenerlo per mano. Che ci avrebbe portato lui. Come tutti i viaggi, dall’altra parte del mondo o alla scoperta di un angolo dietro casa, segna anche il ritorno, lo stare. E per fortuna, dico io, altrimenti sarebbe solo una parentesi tra un prima e un dopo. Sento che questo mio andare, in questi luoghi, in questo preciso mio tempo, abbia a che fare con me, sotto mille punti di vista. E devo dire anche con lo scrivere. Perche’ tenendo questo piccolo diario e’ come se mi fossi quasi giornalmente liberato da tutto, come se il fermare le cose mi abbia ogni volta svuotato per far posto a quello che sarebbe accaduto il giorno successivo. Non finira’ qui questo viaggio, prendera’ altre forme, non sappiamo ancora quali anche se, io e Claudio, qualche idea ce la siamo fatta.
Mi piace pensare a tutti quelli che hanno letto queste pagine in questo mese e mezzo. E’ come se avessero viaggiato un po’ con noi. Chi ci ha scritto, chi ha commentato, chi ha letto saltuariamente e chi ogni puntata, non appena compariva qui. Ecco, non voglio farla lunga. Sapevo, in fondo, che questa ultima puntata, sarebbe stata la piu’ complicata da pensare. Ma tutte queste luci davanti, tutta questa citta’ a forma di puma che si mostra e illumina di riflesso la mia faccia, forse, penso possa bastare come immagine finale.
Lascio in Peru’ un paio di scarpe vecchie, due asciugamani, qualche medicina che non mi servira’ in Italia. Le foglie di coca secche di Claudio le ho dovute buttare. Hasta luego!


Istantanee peruviane

ottobre 15, 2010

(Las Salinas: sacchi da 50 kg sulle spalle)

(Las Salinas: il danzatore di sale)

(Las Salinas: salineros y salineras)

(Cuzco: mentre il sole cade giu’)

(Chinchero: a pascolare sui terrazzamenti incas)

(Cuzco: lavorando a Plaza des Armas)


Las Salinas. 25

ottobre 12, 2010

Las Salinas. 12.10.2010

Faccio il viaggio sul bus che collega Cuzco a Urubamba insieme a Jose’, un cantastorie, un trovatore, un conta cuentos di Lima che fa base al Centro per alcuni giorni per alcuni appuntamenti di letture a bambini e adulti a Cuzco. Lavora in una casa editrice, ha aperto una associazione e va in giro a raccontare, a narrare. Estrae dal suo zaino magico strumenti musicali africani mai visti. Parliamo di libri e lettura in Italia e in Peru’ e mi pare che paradossalmente la situazione migliore sia qua rispetto al nostro paese. Sconforto. Con noi, sul bus, ci sono solo peruviani, qualche gallina da vendere al mercato di Chincero e qualche studente in divisa pronto per la scuola.
Scendo al bivio per Maras-Moray, vengo circuito da un taxista che poi si rivelera’ mio utilissimo e piacevole compagno di viaggio di questa giornata. Mi porta a Moray, luogo pieno di misticismo, dove tre enormi terrazzamenti agricoli concentrici fungevano da laboratorio agricolo e dove su ogni cerchio c’era un microclima differente e di conseguenza era adatto a una specifica coltivazione. C’e’ pochissima gente e comincio a camminare lungo il sentiero che mi fa piano piano scendere fino al centro del sito. Sensazioni strane, di grandezza, come essere in mezzo a un anfiteatro naturale.
Ma la reale meta di oggi sono le saline di Maras e qui mi si apre un mondo, forse la cosa piu’ stupefacente mai vista. Rojer, il taxista, guida forte da Moray e Maras lungo vallate con erba gialla e secca, terre scure coltivate, che mi sembra di essere in Toscana o in Umbria.
Rojer mi racconta che lui e’ uno dei soci delle Salinas e che sono circa 500-600 i soci, praticamente quasi la totalita’ degli abitanti di Maras.
“Se vuoi ti faccio da guida” mi dice.
“Per quanto?” gli chiedo io.
“Niente. Per noi e’ un onore far vedere come funzionano le nostre saline, quello che ci da’ da mangiare, che ci fa vivere”. Affare fatto, gli dico.
Parliamo una decina di minuti, poi lui si volta verso di me e mi dice: “Guarda sotto”. Io guardo e mi manca il fiato. Incastonate in una vallata stretta mi si aprono Las Salinas, migliaia di terrazzamenti bianchi che sembrano specchi.
Scendiamo e ci addentriamo in mezzo alle saline. La cosa incredibile e’ che si tratta di saline naturali: da un monte (forse un vulcano non piu’ in attivita’) esce acqua calda e salata. La assaggio e mi pare assurdo. Ne esce tanta, un fiumiciattolo. E poi vedo loro, los salineros, uomini che trasportano sacchi di 50 chili di sale tutto il giorno. Uomini dai volti e dalle schiene segnate che, con ai piedi dei provvisori sandali, risalgono le saline fino al deposito. Mi fermo per farne passare uno che ha anche la forza e il fiato di sorridermi. E poi vedo loro, las salineras, donne piegate che con il piccone estraggono il sale dalla Madre Terra e lo raccolgono in piccoli cumuli.
“Qui lavorano in 15-16 persone” mi spiega Rojer e a me pare un numero insignificante davanti a 4000 terrazze che producono, ognuna, 250-300 kg di sale al mese .
“Vedi quello?” e Rojer punta il dito verso una terrazza lontana. Vedo un uomo che sta danzando sul sale. Balla, come se ballasse un flamengo. Pigia i piedi come se stesse pestando l’uva. E invece sta calpestando il sale a quasi 3000 metri d’altezza.
“Non e’ facile preparare le terrazze. Devi spianare bene la terra e coprirla con due strati di un materiale simile al gesso. Compatti bene, e’ fondamentale preparare perfettamente questa base, altrimenti si infiltra altra terra e acqua. Poi naturalmente si forma il sale, con quell’acqua benedetta che esce dal monte. Ogni tre giorni l’acqua va smossa con i piedi, altrimenti diventa stagnante e non serve a niente. Poi quando e’ pronta, la terrazza diventa di un bianco assoluto e cominci a raccogliere. Devi pulirla bene, con acqua buona. Solo cosi’ hai sale di prima qualita’ che ti pagano 15 soles (poco piu’ di 4 euro) ogni 50 kg. Altrimenti se e’ di seconda scelta, 12 soles al chilo e cosi’ via” mi spiega Rojer.
Resto a guardare questi uomini che come fantasmi in mezzo a tutto quel bianco, portano i sacchi, e le donne che come formiche se ne stanno accucciate tutto il giorno.
Lavorano dalle 8 di mattina alle 4 di pomeriggio. Tutti i giorni. E guadagnano dai 600 agli 800 soles al mese (circa 200 euro). Qui lavorano solo 6 mesi all’anno, nella stagione secca. Quando comincia a piovere e’ la fine. La pioggia spazza via tutto e rimane solo terra.
“Se vieni ad agosto, devi metterti gli occhiali da sole. E’ tutto bianchissimo, non vedi dei pezzi di terra come ora. E’ uno spettacolo unico. Il sole riflette la luce sulle terrazze e ti puoi guardare come se fossi davanti allo specchio” continua.
Ma io continuo a guardare gli uomini e le donne, quelle 15 e 16 persone che ogni giorno vengono qui e lavorano in mezzo a questi 4000 occhi bianchi. Poi, prima di andare via mi fermo a fissare quella terrazza lontana dove il ballerino di flamengo continua a danzare sull’acqua e i suoi piedi smuovono il sale. Mi piace pensare che immagini di essere in una sala da ballo con una bella donna tra le braccia. Lo immagino con gli occhi chiusi e con un mezzo sorriso sulla bocca.