Intervista a Claude Marthaler

febbraio 28, 2010

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L’intervista a Claude Marthaler rilasciata al mensile Millionaire di Gennaio 2010 alla giornalista Lucia Ingrosso. Di Claude Marthaler, dopo Il canto delle ruote (Ediciclo) è fresco di stampa in libreria Lo zen e l’arte di andare in bicicletta. La vita e altre forature di un nomade a pedali con prefazione di Didier Tronchet e copertina di Altan. Ho conosciuto questo straordinario personaggio e viaggiatore alla seconda edizione di Ciclomundi.
Dalla quarta di copertina che ho scritto per il suo Lo zen e l’arte di andare in bicicletta:
Dopo il giro del mondo in bici in 7 anni, dopo aver scalato tutte le più alte vette dell’universo in sella al suo fedele “yak”, dopo aver assorbito colori, immagini, sensazioni e conosciuto un patchwork inebriante di persone, dopo avventure, sofferenze, estasi in cammino, Claude Marthaler racconta la sua anima a pedali, filosofeggia sull’andare in bicicletta, descrive il mondo visto dal sellino.
La sua è poesia quotidiana, filosofia, linguaggio dei sogni e dei desideri. È il racconto di chi vive la bici come una parte di se stesso, un prolungamento del proprio corpo. Marthaler ci spiega cosa significa viaggiare a pedali, ma anche semplicemente pedalare senza una destinazione, con la mente vuota, lasciandosi riempire dalle immagini e dalle sensazioni.
Descrive la grande ruota del mondo, e cosa si vede attraverso i suoi raggi. È la sua vita e altre forature.

Che cosa insegna un viaggio in bicicletta?
L’equilibrio, la determinazione, l’accontentarsi, l’umiltà, la vita semplice, sana e piena d’aria, il valore della lentezza, la scoperta e il rispetto di sé e l’attenzione agli altri. La convivialità, la solidarietà, il calore umano e la generosità, molto più frequente in chi non ha nulla che in chi ha tutto. A superare sia le latitudini culturali e geografiche che le proprie frontiere interiori. In costante disequilibrio, in bici, bisogna trovare la giusta velocità per lasciarsi crescere interiormente. La bicicletta permette ai bambini di crescere e di diventare adulti; agli adulti di sognare e restare un po’ bambini…

Di che cosa ha vissuto in sette anni in giro per il mondo?
Mi sono arrangiato piuttosto bene. E’ stata la più bella esperienza della mia vita. Dal punto di vista esistenziale: ho vissuto con la gioia di esaudire un sogno d’infanzia. Da un punto di vista finanziario: con qualche piccolo risparmio, qualche aiuto di aziende sportive, grazie all’ospitalità della gente, uno stile di vita spartano e creativo e soprattutto con la pubblicazione di articoli e foto.

Cosa dire a chi vive una vita in ufficio per mille euro al mese?
Non mi permetterei di dare lezioni a nessuno e sono certo di imparare qualcosa da ciascuna persona che incontro. Attraversiamo la vita come ciechi, con quello che abbiamo ricevuto dall’amore o che non abbiamo ricevuto, con quello che siamo. A ciascuno il compito di trovare la propria vita. Il pregiudizio contenuto nella tua domanda sottitende un opposizione tra la felicità costante (del viaggiatore) e un malessere in chi resta (in questo caso un sedentario con un basso salario). Ne esce una visione in bianco e nero della vita che è, in realtà, molto più ricca, perché composta da tutti i colori. Serve tutto per fare un mondo. Leggi il seguito di questo post »


La Dalmazia di Emilio Rigatti

febbraio 3, 2009

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L’intervista è tratta da “Andamento Lento”, il nuovo blog di Ediciclo.

In occasione dell’uscita del nuovo libro Dalmazia Dalmazia. Viaggio sentimentale da Trieste alle Bocche del Cattaro, Ediciclo Editore, collana Altreterre, rivolgiamo cinque domande allo scrittore-viaggiatore Emilio Rigatti.

Emilio, dopo l’attraversamento completo dell’Italia (Italia Fuorirotta), finalmente ti ritroviamo di nuovo in sella con Dalmazia Dalmazia. Raccontaci com’è nato questo viaggio e poi il conseguente libro che esce nelle librerie proprio in questi giorni.
Sul “finalmente” lasciamo che giudichi il famoso lettore. Magari potrebbe dire anche “di nuovo Rigatti! Ossignore…”. Il viaggio è nato… ma quale viaggio? Ti spiego: in realtà in Dalmazia in bici ci sono andato molte volte, negli ultimi otto anni, ma quello che racconto è solo uno dei viaggi che ho fatto. Perché ho scelto quello e non un altro? Perché è stato speciale per diverse ragioni. Ho ritrovato degli amici montenegrini che non vedevo da quasi trent’anni, ed è stato un improvviso tornare indietro e sentire il sapore agrodolce del tempo che passa. Dopo tutto quello che c’è stato in Iugoslavia, con l’obbligatorio “ex” davanti, non sapevo se li avrei trovati, e tutti. E invece sì, c’erano, con le loro “sobe” (stanze) in affitto e con qualche anno in più sul groppone. Beba, per cui avevo preso una leggera cotta illis temporibus e con cui andavo a vendere verdure al mercato di Sveti Stefan, è diventata un medico che gira in mercedes, uno status symbol dal Montenegro all’Albania.
Poi mi sono fatto prendere la mano da una recherche mortuaria per scoprire se i Rigatti avevano una tomba nel cimitero di Zara. Trovata! Ho un pied – sous – terre anche là, se voglio. Poi è stato un viaggio in cui ho fatto degli incontri molto belli, specialmente a Bol, nell’isola di Brač, La Brazza in italiano. Con Vanja e Vanja, con Zapovjednik…ma sto riscrivendo il libro oralmente. Poi chi lo compra? Leggi il seguito di questo post »


Appunti per il viaggiatore (1)

gennaio 19, 2009

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Testo tratto da Il canto delle ruote. 7 anni in bicicletta intorno al mondo di Claude Marthaler, Ediciclo Editore

Partire

L’epoca esige definizione, dall’altezza, se possibile, di uno schermo. Ovunque, si stabiliscono categorie, concetti, cause da far valere a rischio di ridurre il nostro campo visivo e il mondo stesso. Man mano che l’appartamento si svuota, il viaggio prende forma e le mie sacche si gonfiano come delle vele. Partire è innanzitutto rinunciare, sentirsi libero, le due mani sul manubrio del proprio destino. Senza itinerario preciso né tempi stabiliti. Una partenza procura una meravigliosa sensazione di rinascita. Si lascia la presa senza sapere per quante lune. In un colpo solo, si riduce la propria cucina a un fornello, la propria camera a una tenda, il proprio mezzo di locomozione a due ruote. Come se avvicinare il vasto mondo con serenità esigesse innanzitutto di limitarsi: per potersi muovere, bisogna alleggerirsi. Vuotarsi per meglio accogliere il mondo. Semplice questione di buon senso, lontano dal senso degli affari! …Il lusso supremo dell’erranza: corro nell’indefinito, per la più grande felicità di viaggiare.
Oggi, attraverso l’uso di internet, il viaggiatore vive una situazine paradossale: se parte mentalmente molto prima di partire fisicamente, cominciando la strada, parte fisicamente, ma si ferma mentalmente. Il viaggiatore ci fa condividere il suo sguardo sempre meno, figuriamoci quello dell’Altro. Lo seguiamo attraverso una lente di ingradimento, vedendolo da solo evolversi su un pianeta trasformato in semplice scenografia. Viviamo l’illusione dell’immediatezza, l’era del “viaggio-reality-show”.
Ma in realtà, il viaggio non è solo questione di spostamento d’orario, è uno spostamento in senso stretto. L’avventura, è allora verso lo sconosciuto. Etimologicamente: un avvenimento che rompe la calma successione dei giorni e provoca lo stupore, la sorpresa, il memorabile…