La città dove i temporali sono molto probabili

agosto 1, 2012

Un giorno, in pieno inverno, ho camminato sopra il lago di Santa Croce. Era una giornata che brillava.
Le cose capitano sempre per una ragione, così diceva mio padre. E non so se sia vero, non l’ho mai saputo. Ma quel giorno la ripetevo come una cantilena, la frase di mio padre.

Lei comincia a fare un passo sul ghiaccio. Mette un piede dietro l’altro, lo fa scivolare piano. Indossa un giubbotto e una sciarpa viola e un paio di scarponi da montagna. Ha gli occhi dello stesso colore del lago.
Io rimango sulla riva e le dico di stare attenta. Il ghiaccio scricchiola, a volte si rompe, ma lei sembra non accorgersene, si volta e mi sorride. E a me va il cuore in gola e lo stomaco si accartoccia. Attorno è pieno di neve e montagne, e l’aria è fredda che mi pizzica la fronte e gratta la gola.
Lei non ha paura. Lei che ha paura di tutto, oggi sembra forte come una roccia. Ed è incosciente, lei che non lo è mai stata.
E io invece me ne sto lì, indeciso a fare il primo passo e a seguirla chissà dove, magari proprio in mezzo al lago dove l’acqua è profonda decine di metri e si può morire da un momento all’altro.
Da bambino, qui, venivo a pescare pesci persici. Mi alzavo all’alba. Roberto, il vicino di casa dai capelli bianchissimi, e mio zio mi caricavano in macchina ancora pieno di sonno e in mezzo al buio fitto e alle strade ancora vuote guidavano fumando sigarette con i finestrini abbassati. Noleggiavamo una piccola barca a remi e ci fermavamo al centro del lago per due tre ore. Ogni tanto, se non abboccava niente, ci si spostava di qualche decina di metri. Io pescavo sempre almeno tre quattro pesci persici che hanno il dorso pieno di spine e denti fini e le pinne del colore delle arance.
“Hai paura?” mi chiede.
“Se si spacca il ghiaccio muori all’istante”.
Sembra non sentire. E prosegue camminando come camminano i pinguini. Poi io faccio il primo passo e vedo che il ghiaccio tiene. Cado. E non si rompe. E lei ride. E io scivolo come scivola un leone marino.
“Cosa faresti se ti rimanessero quattro mesi?”
“Quattro mesi in che senso?”
“Quattro mesi, di vita. Gli ultimi quattro mesi, e stai bene”.
“Non lo so”.
“Una cosa. La prima cosa che ti viene in mente”.
“Costruirei una casa”.
“Ma tu una casa ce l’hai”.
“Sì, ma costruirei una casa in mezzo a un prato, ristrutturerei un fienile o una cosa del genere”.
“E come mai?”
“Perché mi sono sempre pensato come una casa”.
“E tu?” le chiedo sedendomi come un capo indiano in mezzo al lago.
“Leggerei L’uomo senza qualità che un giorno mi sono fatta regalare con tutte le buone intenzioni e poi è rimasto lì a prendere polvere”.
La guardo come fosse un marziano caduto dalla luna. Ce ne stiamo in silenzio per interi minuti e abbiamo entrambi la netta percezione di essere al centro di qualcosa, non solo di un lago. Intorno è tutto immobile. Io e lei adesso siamo saldi sopra un intero mappamondo.
Mi alzo lentamente. Guardo sotto di me.
Questo è il nono cerchio dell’Inferno dove vengono puniti i traditori, sommersi dal ghiaccio e colpiti dalle gelide raffiche di vento generate dalle ali di Lucifero. Si sentono i lamenti della anime torturate dal freddo.
Le alghe sono grattacieli che grattano con le unghie la superficie per inspirare un po’ d’aria. I pesci persici sono immobili come le persone in fila alla posta. Hanno la bocca aperta in attesa di un bacio o di un pesce più piccolo da mangiare. Una trota è messa di sbieco appoggiata nel vuoto. Più sotto, nella seconda zona circolare, ci sono i pesci più grandi e si possono vedere gli alberi con le fronde e gli scoiattoli. E ancora più sotto le montagne. Ci sono strati su strati come i veli di una vedova che piange il marito morto per uno stupido incidente.
Dal profondo nasce una luce che raggiunge a malapena il pelo dell’acqua ma illumina tutto come i lampioni ai lati delle strade di campagna. E un po’ più a destra un sole fermo e spento. Sotto di noi non c’è gravità che tenga, non si sta in piedi come sulla terra, ritti come candele. Si rotea fissi sotto l’effetto di un fungo allucinogeno.
Alzo leggermente lo sguardo e vedo il mondo riflesso. Vedo la neve e le punte del Dolada e riconosco la montagna che disegna inconsapevole il profilo di Dante.
Avvicino lo sguardo ai miei piedi e vedo ancora lei riflessa che sta continuando a camminare. Ballonzola. Si fermerà? Arriverà da qualche parte? Poi mi vedo e sembro un minareto sopra il lago. Lungo e smilzo. Alzo la testa. Sopra le montagne qualche nuvola bianca si addensa e preannuncia un temporale. Io la lascio, che continui ad andare mentre io decido di scivolare fino alla riva, come scivola un leone marino.


L’amore è una cipolla

luglio 21, 2012

Il bambino correva attorno all’albero. Era al suo quarantasettesimo giro senza fermarsi. E non aveva alcuna intenzione di farlo. Si ostinava a rilanciare la sua velocità ad ogni giro. Aveva il fiato corto e gli sudava la faccia.
Poi si bloccò e si piegò sulle ginocchia. Buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni. Guardò in alto e vide le foglie. E uno scoiattolo che saltava da un ramo all’altro.
Si sedette con la schiena appoggiata al tronco. Davanti a lui una mamma dondolava il passeggino mentre leggeva un libro. Sei ragazzi correvano senza ordine dietro una palla e ogni tanto qualcuno di loro rotolava a terra. Un indiano con un mazzo di rose fermava i passanti e sorrideva loro estraendo la solita rosa dal mazzo.
Il bambino guardava tutto quanto come fosse un incanto. Si alzò e andò verso il laghetto al centro del parco. Si mise a fissare le papere che dormivano e vide un grosso topo che nuotava sul pelo dell’acqua.
Si sedette su una panchina ad aspettare. Aspettò un’ora buona con le gambe che dondolavano senza toccare terra. Accanto a lui si sedette un vecchio con un bastone, la barba sporca di giallo e un paio di occhiali dalla montatura grossa. Si sistemò all’estremo opposto della panchina e si mise a guardare davanti, senza dire nulla, ma con un mezzo sorriso sulla bocca.
Il bambino lo fissò per molto tempo senza che lui se ne accorgesse.
“Mi sono innamorato” disse a un certo punto il bambino.
Il vecchio lo guardò stupito.
“Mi sembri giovane”.
“A me non sembra”.
“E di chi ti sei innamorato?”
“Di una bambina della scuola”.
“Come si chiama?”
“Alice”.
“Beh, comunque, pensavo peggio” disse il vecchio.
Il bambino non capì.
“Peggio dell’agonia di essere innamorati?”
“No, in effetti hai ragione” rispose il vecchio. E tornò a girare la sua testa fino ad avere di nuovo tutto il parco davanti. E il bambino non vide più quel mezzo sorriso sulle labbra. E tornò ad aspettare.


La geometria delle cose

giugno 29, 2012

Sono seduto ad aspettare mio padre. Tre uomini leggono il giornale e si guardano attorno. Aspettano anche loro. Una signora accaldata entra nell’anticamera. Si siede. Un signore con la fronte alta la osserva abbassando l’angolo del quotidiano.
“Caldo, eh?” fa lei e estrae dalla borsa un ventaglio dai disegni cinesi.
“Domani cambia il tempo, dicono” dice lui.
“Cambia sempre nel week end” dice lei.
“Ho sentito dire che c’è una spiegazione scientifica”.
“Per cosa?”
“Perché il tempo cambia sempre nel fine settimana”.
“Cioè?”
“Ha a che fare con il traffico” spiega lui piegando il giornale e appoggiandolo sulle ginocchia.
Lei lo guarda senza dire nulla.
“Dicono che da lunedì al venerdì, essendoci molte macchine e molto traffico, lo smog sale fino a chiudere il cielo”.
La signora completa la frase: “Mentre il sabato e la domenica che sono tutti a casa, non c’è lo smog e il cielo può liberare la pioggia”.
“Esatto” fa lui.
Lei scuote la testa, apre il ventaglio e si fa aria sulla faccia.
Entra un uomo con i piedi che non rispondono più da mille anni. Butta il peso del suo corpo su una stampella. Saluta tutti.
“Questo odore di cloro è insopportabile” dice mentre se ne va, lentissimo, verso lo spogliatoio seguito dalla moglie che gli tiene la borsa e l’asciugamano.
Mi alzo e osservo uno spicchio di piscina. Mio padre è disteso sulla superficie dell’acqua con la testa fra le mani di una ragazza che lo sposta come fosse una biscia. Lei sta parlando con qualcuno al bordo della vasca mentre gli tiene la testa. Lui è rigido, si impegna a fare il morto o la stella. Non si rilassa mai nell’acqua, proprio come me. Gli schizzi sulla faccia gli danno fastidio e con quella cuffia che gli stringe la fronte sono sicuro che si sente ridicolo.
Non sa nuotare, come non lo so io, e quando mettiamo il piede nel mare ci ritiriamo subito infastiditi. “Troppo fredda” diciamo, e ce ne torniamo sotto l’ombrellone ripromettendoci che forse più tardi ci andremo a bagnare un po’ le gambe e le braccia.
Abbiamo la necessità di sentire il pavimento della piscina o la sabbia o qualcosa di stabile sotto i piedi. Non galleggiamo come fanno tutti e se dubitiamo anche solo per un secondo di un’acqua troppo alta, andiamo sotto.
Non c’è nulla da fare, non abbiamo il carattere di quelli che possono starsene al largo da soli a nuotare fino alla zattera o all’isola di fronte. Che si fermano in mezzo al niente e si voltano a guardare la riva per poi proseguire fino alla meta. E le volte che succede le nostre gambe cominciano a tremare e il respiro diventa affanno.
Abbiamo molte cose in comune, io e mio padre, penso mentre lo guardo sputare un po’ d’acqua che gli è entrata in bocca. Quando saliamo le scale, inevitabilmente, ad ogni scalino, ci scricchiola la caviglia sinistra. Quando leggiamo a letto assumiamo la stessa posizione, con la gamba sinistra a squadra, a quarantacinque gradi e la destra distesa. Dicono che abbiamo lo stesso modo di ridere. Ci tocchiamo i capelli quando siamo nervosi. Stiamo in silenzio più di quanto sia solitamente consentito.
Ora è in verticale come una candela. Traballa un po’, ma lei lo sostiene con un braccio. Lo fa camminare qualche passo. Lui lo fa fiero, testa alta, petto in fuori come se stesse andando a un ricevimento importante, accompagnato da una bella donna che nessuno ancora conosce.
Volta leggermente la testa e vede che sono lì, dietro il vetro. Alza la mano in segno di saluto, mi indica e si avvicina all’orecchio della ragazza per annunciare la mia presenza. Poi si stacca dal braccio e fa finta di buttarsi a fondo. Io sorrido e torno a sedermi sulla panca. Accanto a me, un uomo si fa slacciare i sandali e togliere i calzini da sua moglie. Borbotta. Per alzarsi si aggrappa alla spalla di lei e poi se ne va camminando con le gambe rigide e divaricate.
Tutti parlano del caldo e dei prossimi appuntamenti in piscina. Leggo un libro dal titolo Momenti di trascurabile felicità. Dopo una decina di minuti mi alzo e torno a guardare la piscina e la ragazza che aveva la testa di mio padre tra le mani adesso ha la testa di qualcun altro e lo fa scivolare a pelo d’acqua.
Dopo un po’ arriva, capelli arruffati e ancora umidi, occhi un po’ rossi. Raccoglie il suo bastone e saluta tutti. Prima di uscire lascia sul bancone dieci euro a una fisioterapista per il loro prossimo caffè di metà mattina. Lei sorride e ringrazia.
Si siede in macchina.
“Ti vedo bene in piscina” dico io.
“Sì, pensa che vado anche sott’acqua a prendere le cose”.
“Non ci credo”.
“È vero, la prossima volta ti faccio vedere”.
“E nuoti anche da solo?”
“Qualche metro”.
“Beh, meglio di niente”.
“Già”.
“Quante volte devi venire ancora?”.
“Ancora due, la prossima settimana”.
“E poi?”
“Poi basta”.
“Finito finito?”
“Sì, sono stanco”.
Lo guardo e lo capisco. E sorridiamo dello stesso sorriso.


Dimmi dell’amore

febbraio 10, 2012

Quando ti ho chiesto se eri felice, non hai saputo rispondere.
Nessuno sa rispondere a quella domanda.
Tutti dicono che la felicità non esiste.
Che però sono vivi, sereni, entusiasti. Anche tu hai risposto così. Tutte cose che ci stanno attorno alla felicità, un gradino sotto. Hai girato anche tu attorno.
Anzi hai detto: “Più che felicità, contentezza”.
Sorrido davanti alla parola contentezza, che è gergo di bambini.
Una persona mi ha raccontato che sua madre ha rivisto per caso dopo vent’anni un amico d’infanzia. L’ha rincontrato in chiesa dopo che per tutti quegli anni non si erano più visti né sentiti. E lui, con un colpo di bacchetta magica, azzera tutto, trasforma i vent’anni in un soffio e domanda: sei felice, Rosalba?

Camminiamo lungo il cornicione, uno dietro l’altro, braccia larghe, corpo che ballonzola di qua e di là.
Stai attento, vai piano, mi dici.
Rispondo di non sporgerti troppo.
Non guardare sotto.
Non guardare sotto, ripeto.
Vorrei chiederti di quella volta che hai costruito la casa sull’albero. Di che cosa hai pensato la prima notte che hai passato in mezzo alle foglie, insieme alla tua amichetta. Se hai avuto paura e volevi scendere e tornare a dormire nel tuo letto di casa, nella camera accanto a tua madre. Ti vorrei chiedere se quella è stata una notte di candele e confidenze.
Non ti chiedo nulla per paura che ti distrai e cadi di sotto.

Ma adesso, tu, dimmi dell’amore.


Capolinea.

febbraio 7, 2012

“Scusi, è questa la fermata?”
La donna alzò la testa dal libro e guardò fuori dal finestrino.
“No, manca ancora un bel pezzo” disse.
Il treno era fermo in mezzo a buio e campi. Aveva rallentato fino a frenare del tutto.
L’uomo fece una smorfia con la bocca, appoggiò la sporta di plastica da dove spuntavano un paio di gambi di sedano.
“Mi pare un viaggio infinito” disse.
“E’ una tratta lunga, in effetti. E poi il treno è così. Pare che non si fermi mai, a volte” disse la donna.
L’uomo si rimise comodo e chiuse gli occhi. La donna tornò sulle pagine del libro.
Dopo qualche tempo, l’uomo si svegliò.
“Lei dove scende?” chiese.
La donna lo guardò per alcuni secondi.
“Io non scendo. E’ già il terzo giro che faccio. Va fino al capolinea del tutto e poi torna indietro”.
L’uomo non disse nulla.
“Mi faccia vedere il suo biglietto” fece la donna.
L’uomo trafficò nelle tasche della giacca finché estrasse un piccolo biglietto. Lo allungò alla donna.
“Bene, anche lei ha il biglietto come il mio. Può mettersi comodo e fare quanti giri vuole”.
“Ma fino dove arriva?”
“Lontano che neanche immagina” rispose lei.
Lui si tolse la giacca, si arrotolò il maglione fino al gomito. Tirò fuori un sedano dalla sporta di plastica e gli diedi un morso secco. Si appoggiò comodo sullo schienale e si mise a guardare fuori dal finestrino.


3.

novembre 2, 2011

“Questo chi è?” chiesi a mia madre guardando la foto di quell’uomo dalla faccia triangolare.
“Tuo bisnonno che è andato a lavorare in Australia”.
“C’è il mare in Australia?”
“Sì, piccolo. È pieno di mare”.
“E dov’è?”
“Se guardi il nord, le montagne, l’Australia è alla tua destra”.
Presi la bici e cominciai a pedalare forte. Tagliavo in due l’aria. Arrivai davanti a un ponte. Davanti a me le montagne che erano piene di neve e pareva mi venissero addosso. Voltai la testa verso destra e vidi un campo di terra rossa scuro. Abbassai la testa e presi a pedalare verso Est.
“Dopo il campo ci deve essere l’Australia. E quindi il mare” pensavo mentre mi alzavo sui pedali per andare più veloce.


2.

ottobre 25, 2011

Un uomo sulla cinquantina, una domenica mattina di qualche anno fa, è salito sul diretto Taranto – Ancona. Aveva con sé poche cose. Una piccola valigia con dei vestiti e un paio di piatti di terracotta per raccogliere l’oro nei fiumi. Nell’altra mano la custodia di un violino.
Andava a trovare suo fratello, che non vedeva da anni, disse ai pochi amici. Al lavoro lasciò un biglietto sulla scrivania del capo con scritto: “La pratica Sangiorgi è pronta. La trova nel mio ufficio. Domani non sarò al lavoro”.
Scese ad Ancona e partì a piedi verso Nord.
Alcuni lo videro in Austria, alcuni in Germania. L’ultimo uomo che lo incontrò si trovava al Polo Nord. Lui non si fermò e andò avanti con la sua piccola valigia e la custodia del violino.
All’estremo limite della terra, dove a proseguire si rischia di cadere di sotto, incontrò un vecchio che gli chiese dove stesse andando.
Lui non rispose e sorrise.