QUASI QUASI VADO A FARMI UN GIRO… sul fiume Corno

settembre 17, 2012

COMUNE DI SAN GIORGIO DI NOGARO
ASSOCIAZIONE CULTURALE BOTTEGA ERRANTE

Presentano

VENERDI’ 21 SETTEMBRE, ORE 20.30
SALA CONFERENZE DI VILLA DORA
SAN GIORGIO DI NOGARO
(all’interno della manifestazione AMBIENTE IN FESTA)

QUASI QUASI VADO A FARMI UN GIRO… sul fiume Corno
viaggiatori e viandanti tra i fiumi che scorrono
lettura scenica

con Mauro Daltin, Maurizio Mattiuzza, Claudio Moretti
e la chitarra e la voce di Renzo Stefanutti

dai testi e le suggestioni di:
Luciano Morandini, Gina Marpillero, Amedeo Giacomini, Claudio Magris, Raymond Carver,
Roberto Piumini, Erri De Luca, Paolo Rumiz, Elio Bartolini

E mentre ancora seguivo con lo sguardo le oche che volavano basse sull’acqua e scomparivano alla prossimità della curva del fiume, fui improvvisamente colto da quel senso di meraviglia per le cose note e familiari che è all’origine della filosofia. Provai in me un profondo stupore per la possibilità di una tale dimestichezza con un uccello libero e selvatico, e la constatazione di questo fatto mi rese stranamente felice, come se con ciò si fosse potuto un poco riparare alla cacciata dall’Eden.
(Konrad Lorenz)

Una serie di letture e musiche con al centro l’acqua, i fiumi, il territorio.
Storie sulle sponde, sopra i ponti, sotto il pelo dell’acqua. Acqua che c’è, che manca, che si rigenera, che scompare, che distrugge. Il fiume come luogo dove sedersi e chiacchierare con un amico sui destini del mondo o dove starsene da soli a tentare di misurare il tempo.

Il Friuli è attraversato da fiumi, grandi e piccoli, di montagna o di pianura, pieni o in secca. Il Corno, il Cormor, il Tagliamento, lo Stella, l’Isonzo, il Natisone, il Cellina, il Meduno e così via: sembra che la nostra Regione debba sempre e comunque avere a che fare con i fiumi che segnano confini, province, un di qua e un di là di pasoliniana memoria. E attorno ad essi, ci sono essenzialmente storie di persone, di uomini e donne che vivono sulle sponde un’intera esistenza o che entrano nelle loro acque una calda domenica d’estate.

Ma il fiume e l’acqua sono anche poesia, metafora, simbolo, sorgente e foce di un itinerario fisico o immaginario, reale o onirico.
Un vero e proprio viaggio dentro le pagine di alcuni libri: un vecchio e un bambino che parlano con un fiume; le pagine di Luciano e Morandini e Gina Marpillero che narrano un territorio, quello della Bassa; Giacomini con il suo Tagliamento bambino; Magris e quel rubinetto da dove nasce il Danubio; De Andrè e il Sand Creek; la guerra per l’acqua in Bolivia e molto altro in questa lettura scenica con l’attore Claudio Moretti, il poeta Maurizio Mattiuzza, lo scrittore Mauro Daltin e il cantautore Renzo Stefanutti.

Ingresso libero.


Geografie friulane. Viaggiatori e viandanti tra il Tagliamento e il Canin

settembre 14, 2012

FRIULI DOC – COMUNE DI UDINE – ASSOCIAZIONE CULTURALE BOTTEGA ERRANTE

Presentano

SABATO 15 SETTEMBRE, ORE 11
SALA AJACE
UDINE

(all’interno della rassegna Friuli Doc)

GEOGRAFIE FRIULANE
viaggiatori e viandanti tra il Tagliamento e il Canin
lettura scenica

con Mauro Daltin, Maurizio Mattiuzza, Claudio Moretti
e la chitarra e la voce di Renzo Stefanutti

dai testi e le suggestioni di
Paolo Rumiz, Amedeo Giacomini, Jay McInerney, Emilio Rigatti, Tito Maniacco, Sergio Maldini, David Maria Turoldo, Pier Paolo Pasolini

Inizia così, dalla Supersedia alta nella pianura, il nostro viaggio lento nel Nordest.
E forse, più che un viaggio, è un’evasione, una fuga dall’ansia di sentirsi braccati
.
(Paolo Rumiz)

Un viaggio dentro le pagine e gli autori che hanno raccontato il nostro Friuli. Gli odori, i sapori, il tempo, gli spazi, il cibo, i libri.
Scrittori di viaggio, poeti, romanzieri, alpinisti, pedalatori, camminatori: in molti hanno narrato il Friuli Venezia Giulia e in questo reading il poeta Maurizio Mattiuzza, l’attore Claudio Moretti e lo scrittore Mauro Daltin leggeranno alcune di queste suggestioni.
Ne esce un Friuli diverso in cui i luoghi che conosciamo e dove siamo passati decine di volte vengono ribaltati dall’occhio di chi guarda e scrive. E di conseguenza di chi ascolta.
Un vero e proprio viaggio al confine estremo delle terre, in cui partenze e ritorni coincidono, dove la strada intrapresa non è mai quella giusta. Camminare con le stelle fra i piedi come Nives Meroi o pedalare la bassa friulana con Emilio Rigatti; andare in montagna con Mauro Corona o seguire le acque del Tagliamento insieme a Amedeo Giacomini o Elio Bartolini; essere nello stesso tempo in Argentina e in Friuli con Mauro Daltin o passeggiare a Udine con Tito Maniacco; mangiare la polenta insieme a Turoldo e bere un bicchiere di vino allo stesso tavolo di uno strano romanziere americano.

Il tutto incrociato con le parole e i testi del cantautore friulano Renzo Stefanutti.

Il Friuli che erra, gira, si muove come un mappamondo. Ogni tanto punteremo il dito da qualche parte e leggeremo.
Ingresso libero.


La città dove i temporali sono molto probabili

agosto 1, 2012

Un giorno, in pieno inverno, ho camminato sopra il lago di Santa Croce. Era una giornata che brillava.
Le cose capitano sempre per una ragione, così diceva mio padre. E non so se sia vero, non l’ho mai saputo. Ma quel giorno la ripetevo come una cantilena, la frase di mio padre.

Lei comincia a fare un passo sul ghiaccio. Mette un piede dietro l’altro, lo fa scivolare piano. Indossa un giubbotto e una sciarpa viola e un paio di scarponi da montagna. Ha gli occhi dello stesso colore del lago.
Io rimango sulla riva e le dico di stare attenta. Il ghiaccio scricchiola, a volte si rompe, ma lei sembra non accorgersene, si volta e mi sorride. E a me va il cuore in gola e lo stomaco si accartoccia. Attorno è pieno di neve e montagne, e l’aria è fredda che mi pizzica la fronte e gratta la gola.
Lei non ha paura. Lei che ha paura di tutto, oggi sembra forte come una roccia. Ed è incosciente, lei che non lo è mai stata.
E io invece me ne sto lì, indeciso a fare il primo passo e a seguirla chissà dove, magari proprio in mezzo al lago dove l’acqua è profonda decine di metri e si può morire da un momento all’altro.
Da bambino, qui, venivo a pescare pesci persici. Mi alzavo all’alba. Roberto, il vicino di casa dai capelli bianchissimi, e mio zio mi caricavano in macchina ancora pieno di sonno e in mezzo al buio fitto e alle strade ancora vuote guidavano fumando sigarette con i finestrini abbassati. Noleggiavamo una piccola barca a remi e ci fermavamo al centro del lago per due tre ore. Ogni tanto, se non abboccava niente, ci si spostava di qualche decina di metri. Io pescavo sempre almeno tre quattro pesci persici che hanno il dorso pieno di spine e denti fini e le pinne del colore delle arance.
“Hai paura?” mi chiede.
“Se si spacca il ghiaccio muori all’istante”.
Sembra non sentire. E prosegue camminando come camminano i pinguini. Poi io faccio il primo passo e vedo che il ghiaccio tiene. Cado. E non si rompe. E lei ride. E io scivolo come scivola un leone marino.
“Cosa faresti se ti rimanessero quattro mesi?”
“Quattro mesi in che senso?”
“Quattro mesi, di vita. Gli ultimi quattro mesi, e stai bene”.
“Non lo so”.
“Una cosa. La prima cosa che ti viene in mente”.
“Costruirei una casa”.
“Ma tu una casa ce l’hai”.
“Sì, ma costruirei una casa in mezzo a un prato, ristrutturerei un fienile o una cosa del genere”.
“E come mai?”
“Perché mi sono sempre pensato come una casa”.
“E tu?” le chiedo sedendomi come un capo indiano in mezzo al lago.
“Leggerei L’uomo senza qualità che un giorno mi sono fatta regalare con tutte le buone intenzioni e poi è rimasto lì a prendere polvere”.
La guardo come fosse un marziano caduto dalla luna. Ce ne stiamo in silenzio per interi minuti e abbiamo entrambi la netta percezione di essere al centro di qualcosa, non solo di un lago. Intorno è tutto immobile. Io e lei adesso siamo saldi sopra un intero mappamondo.
Mi alzo lentamente. Guardo sotto di me.
Questo è il nono cerchio dell’Inferno dove vengono puniti i traditori, sommersi dal ghiaccio e colpiti dalle gelide raffiche di vento generate dalle ali di Lucifero. Si sentono i lamenti della anime torturate dal freddo.
Le alghe sono grattacieli che grattano con le unghie la superficie per inspirare un po’ d’aria. I pesci persici sono immobili come le persone in fila alla posta. Hanno la bocca aperta in attesa di un bacio o di un pesce più piccolo da mangiare. Una trota è messa di sbieco appoggiata nel vuoto. Più sotto, nella seconda zona circolare, ci sono i pesci più grandi e si possono vedere gli alberi con le fronde e gli scoiattoli. E ancora più sotto le montagne. Ci sono strati su strati come i veli di una vedova che piange il marito morto per uno stupido incidente.
Dal profondo nasce una luce che raggiunge a malapena il pelo dell’acqua ma illumina tutto come i lampioni ai lati delle strade di campagna. E un po’ più a destra un sole fermo e spento. Sotto di noi non c’è gravità che tenga, non si sta in piedi come sulla terra, ritti come candele. Si rotea fissi sotto l’effetto di un fungo allucinogeno.
Alzo leggermente lo sguardo e vedo il mondo riflesso. Vedo la neve e le punte del Dolada e riconosco la montagna che disegna inconsapevole il profilo di Dante.
Avvicino lo sguardo ai miei piedi e vedo ancora lei riflessa che sta continuando a camminare. Ballonzola. Si fermerà? Arriverà da qualche parte? Poi mi vedo e sembro un minareto sopra il lago. Lungo e smilzo. Alzo la testa. Sopra le montagne qualche nuvola bianca si addensa e preannuncia un temporale. Io la lascio, che continui ad andare mentre io decido di scivolare fino alla riva, come scivola un leone marino.


L’amore è una cipolla

luglio 21, 2012

Il bambino correva attorno all’albero. Era al suo quarantasettesimo giro senza fermarsi. E non aveva alcuna intenzione di farlo. Si ostinava a rilanciare la sua velocità ad ogni giro. Aveva il fiato corto e gli sudava la faccia.
Poi si bloccò e si piegò sulle ginocchia. Buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni. Guardò in alto e vide le foglie. E uno scoiattolo che saltava da un ramo all’altro.
Si sedette con la schiena appoggiata al tronco. Davanti a lui una mamma dondolava il passeggino mentre leggeva un libro. Sei ragazzi correvano senza ordine dietro una palla e ogni tanto qualcuno di loro rotolava a terra. Un indiano con un mazzo di rose fermava i passanti e sorrideva loro estraendo la solita rosa dal mazzo.
Il bambino guardava tutto quanto come fosse un incanto. Si alzò e andò verso il laghetto al centro del parco. Si mise a fissare le papere che dormivano e vide un grosso topo che nuotava sul pelo dell’acqua.
Si sedette su una panchina ad aspettare. Aspettò un’ora buona con le gambe che dondolavano senza toccare terra. Accanto a lui si sedette un vecchio con un bastone, la barba sporca di giallo e un paio di occhiali dalla montatura grossa. Si sistemò all’estremo opposto della panchina e si mise a guardare davanti, senza dire nulla, ma con un mezzo sorriso sulla bocca.
Il bambino lo fissò per molto tempo senza che lui se ne accorgesse.
“Mi sono innamorato” disse a un certo punto il bambino.
Il vecchio lo guardò stupito.
“Mi sembri giovane”.
“A me non sembra”.
“E di chi ti sei innamorato?”
“Di una bambina della scuola”.
“Come si chiama?”
“Alice”.
“Beh, comunque, pensavo peggio” disse il vecchio.
Il bambino non capì.
“Peggio dell’agonia di essere innamorati?”
“No, in effetti hai ragione” rispose il vecchio. E tornò a girare la sua testa fino ad avere di nuovo tutto il parco davanti. E il bambino non vide più quel mezzo sorriso sulle labbra. E tornò ad aspettare.


“I piedi sul Friuli” a Pieve d’Alpago

luglio 9, 2012

GIOVEDI’ 12 LUGLIO, ORE 21
Piazzetta degli Scacchi
PIEVE D’ALPAGO (BL)

presentazione

I piedi sul Friuli
Viaggio fra lune, borghi e storie dimenticate
di Mauro Daltin

Introduce, dialoga con l’autore e legge
Claudio Moretti

In caso di maltempo l’incontro si terrà presso la Sala Convegni ‘Placido Fabris’ di Pieve d’ Alpago.

Evento organizzato dalla Biblioteca Comunale e dal Comune di Pieve d’Alpago e con il contributo del Consorzio dei Comuni del Bacino Imbrifero Montano del Piave appartenenti alla Provincia di Belluno


“I piedi sul Friuli” a Muzzana del Turgnano

giugno 30, 2012

Sabato 7 luglio, ore 18.30
Giardino della famiglia Bianco, via Stroppogallo 47
MUZZANA DEL TURGNANO (Ud)

presentazione

I piedi sul Friuli. Viaggio fra lune, borghi e storie dimenticate
di Mauro Daltin
(Edizioni Biblioteca dell’Immagine)

Introduce e dialoga con l’autore Gabriella Cecotti
Letture di Claudio Moretti

Evento organizzato all’interno della rassegna “Vino di Lèi” del Circolo culturale Artetica.
Seguirà degustazione dei vini dell’Azienda Agricola Dino Turco di Dolegna del Collio.

Una presentazione nella magica atmosfera della rassegna “Vino di Lèi” a Muzzana, tra letture e chiacchiere attorno al Friuli fantasma, ai briganti che lo hanno popolato e a una terra fatta anche di piccole e grandi rivolte. Gabriella Cecotti dialogherà con Mauro Daltin mentre le letture e le incursioni di Claudio Moretti movimenteranno la serata.

Il Grande personaggio è qui il paesaggio, terra e luna. Lo sguardo si muove con la lentezza necessaria, col necessario incanto e disincanto. Ma è per il Friuli che emerge dal libro, che ringrazio Mauro in modo particolare. Perché dal suo libro viene fuori la terra che io riconosco e amo, al di fuori di ogni stereotipo: eretica, anarchica, vitale, strappata verso i quattro punti cardinali, accoccolata dentro il proprio grembo eppure tesa a un continuo altrove. (Antonella Sbuelz)


La geometria delle cose

giugno 29, 2012

Sono seduto ad aspettare mio padre. Tre uomini leggono il giornale e si guardano attorno. Aspettano anche loro. Una signora accaldata entra nell’anticamera. Si siede. Un signore con la fronte alta la osserva abbassando l’angolo del quotidiano.
“Caldo, eh?” fa lei e estrae dalla borsa un ventaglio dai disegni cinesi.
“Domani cambia il tempo, dicono” dice lui.
“Cambia sempre nel week end” dice lei.
“Ho sentito dire che c’è una spiegazione scientifica”.
“Per cosa?”
“Perché il tempo cambia sempre nel fine settimana”.
“Cioè?”
“Ha a che fare con il traffico” spiega lui piegando il giornale e appoggiandolo sulle ginocchia.
Lei lo guarda senza dire nulla.
“Dicono che da lunedì al venerdì, essendoci molte macchine e molto traffico, lo smog sale fino a chiudere il cielo”.
La signora completa la frase: “Mentre il sabato e la domenica che sono tutti a casa, non c’è lo smog e il cielo può liberare la pioggia”.
“Esatto” fa lui.
Lei scuote la testa, apre il ventaglio e si fa aria sulla faccia.
Entra un uomo con i piedi che non rispondono più da mille anni. Butta il peso del suo corpo su una stampella. Saluta tutti.
“Questo odore di cloro è insopportabile” dice mentre se ne va, lentissimo, verso lo spogliatoio seguito dalla moglie che gli tiene la borsa e l’asciugamano.
Mi alzo e osservo uno spicchio di piscina. Mio padre è disteso sulla superficie dell’acqua con la testa fra le mani di una ragazza che lo sposta come fosse una biscia. Lei sta parlando con qualcuno al bordo della vasca mentre gli tiene la testa. Lui è rigido, si impegna a fare il morto o la stella. Non si rilassa mai nell’acqua, proprio come me. Gli schizzi sulla faccia gli danno fastidio e con quella cuffia che gli stringe la fronte sono sicuro che si sente ridicolo.
Non sa nuotare, come non lo so io, e quando mettiamo il piede nel mare ci ritiriamo subito infastiditi. “Troppo fredda” diciamo, e ce ne torniamo sotto l’ombrellone ripromettendoci che forse più tardi ci andremo a bagnare un po’ le gambe e le braccia.
Abbiamo la necessità di sentire il pavimento della piscina o la sabbia o qualcosa di stabile sotto i piedi. Non galleggiamo come fanno tutti e se dubitiamo anche solo per un secondo di un’acqua troppo alta, andiamo sotto.
Non c’è nulla da fare, non abbiamo il carattere di quelli che possono starsene al largo da soli a nuotare fino alla zattera o all’isola di fronte. Che si fermano in mezzo al niente e si voltano a guardare la riva per poi proseguire fino alla meta. E le volte che succede le nostre gambe cominciano a tremare e il respiro diventa affanno.
Abbiamo molte cose in comune, io e mio padre, penso mentre lo guardo sputare un po’ d’acqua che gli è entrata in bocca. Quando saliamo le scale, inevitabilmente, ad ogni scalino, ci scricchiola la caviglia sinistra. Quando leggiamo a letto assumiamo la stessa posizione, con la gamba sinistra a squadra, a quarantacinque gradi e la destra distesa. Dicono che abbiamo lo stesso modo di ridere. Ci tocchiamo i capelli quando siamo nervosi. Stiamo in silenzio più di quanto sia solitamente consentito.
Ora è in verticale come una candela. Traballa un po’, ma lei lo sostiene con un braccio. Lo fa camminare qualche passo. Lui lo fa fiero, testa alta, petto in fuori come se stesse andando a un ricevimento importante, accompagnato da una bella donna che nessuno ancora conosce.
Volta leggermente la testa e vede che sono lì, dietro il vetro. Alza la mano in segno di saluto, mi indica e si avvicina all’orecchio della ragazza per annunciare la mia presenza. Poi si stacca dal braccio e fa finta di buttarsi a fondo. Io sorrido e torno a sedermi sulla panca. Accanto a me, un uomo si fa slacciare i sandali e togliere i calzini da sua moglie. Borbotta. Per alzarsi si aggrappa alla spalla di lei e poi se ne va camminando con le gambe rigide e divaricate.
Tutti parlano del caldo e dei prossimi appuntamenti in piscina. Leggo un libro dal titolo Momenti di trascurabile felicità. Dopo una decina di minuti mi alzo e torno a guardare la piscina e la ragazza che aveva la testa di mio padre tra le mani adesso ha la testa di qualcun altro e lo fa scivolare a pelo d’acqua.
Dopo un po’ arriva, capelli arruffati e ancora umidi, occhi un po’ rossi. Raccoglie il suo bastone e saluta tutti. Prima di uscire lascia sul bancone dieci euro a una fisioterapista per il loro prossimo caffè di metà mattina. Lei sorride e ringrazia.
Si siede in macchina.
“Ti vedo bene in piscina” dico io.
“Sì, pensa che vado anche sott’acqua a prendere le cose”.
“Non ci credo”.
“È vero, la prossima volta ti faccio vedere”.
“E nuoti anche da solo?”
“Qualche metro”.
“Beh, meglio di niente”.
“Già”.
“Quante volte devi venire ancora?”.
“Ancora due, la prossima settimana”.
“E poi?”
“Poi basta”.
“Finito finito?”
“Sì, sono stanco”.
Lo guardo e lo capisco. E sorridiamo dello stesso sorriso.


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