Machu Picchu (2). 22

ottobre 8, 2010

Machu Picchu. 05.10.2010 (seconda parte)

Andare a Machu Picchu costa un sacco di soldi e la prima cosa che salta agli occhi e’ che la contrattazione avviene in dollari e non in soles, la moneta peruviana. Che fa pensare questo? Che, almeno la maggioranza dei soldi che si spendono non rimangono in Peru’, ma vanno da qualche altra parte. Io ho speso 170 dollari (130 euro circa) comprensivi di tutto esclusi pranzi e cene. Una enormita’ in un Paese dove lo stipendio medio si aggira attorno ai 200 euro al mese. I peruviani, certo hanno delle tariffe a parte, sicuramente piu’ abbordabili, ma sempre eccessive per loro. Che non ci vanno. Come anche le scuole, le scolaresche, non ci vanno.
Le ultime cifre dicono che sono 600.000 i visitatori ogni anno. Circa 1500 al giorno.
Il Cammino inka non e’ piu’ quasi praticabile. Lo hanno messo a numero chiuso, come le facolta’ di medicina: 500 persone massimo al giorno, altrimenti crolla tutto. Solo tramite un’agenzia autorizzata. Solo con guida al seguito. Prenotando quasi un anno prima. Passa la voglia.
Il biglietto d’entrata a Machu Picchu costa 126 soles (circa 35 euro) e sono soldi che vanno al Governo di Lima.
Il biglietto dell’autobus che da Aguas Calientes ti porta all’entrata della citta’ nascosta costa 14 dollari andata e ritorno per un tragitto di un quarto d’ora. Questi soldi vanno a una fantomatica societa’ che si chiama Consettur Machupicchu S.A.C. che e’ stata piu’ volte denunciata e costretta a pagare multe salatissime perche’ lavora in regime di monopolio e la propria licenza nel fare questo servizio e’ scaduta da anni.
Il treno costa da Ollaytaitambo ad Aguas Calientes (non ci sono alternative come mezzi) 29 dollari, mentre il ritorno, stesso traggito, chissa’ perche’ ne costa 39 di dollari. La compagnia e’ la Perurail S.A. di proprieta’ della multinazione inglese Orient Express che ha lavorato in monopolio assoluto per gli ultimi 10 anni.
A partire dalla fine del 2009 dei 18 viaggi giornalieri a Machu Picchu, 10 rimangono a Perurail mentre 8 passano a due nuove imprese, Andean Railways e Inca Rail, di capitale peruviano. Bene. Anche se di queste due compagnie non ne ho visto traccia mentre organizzavo la visita a Machu Picchu.
In piu’ Aguas Calientes, citta’ nata in pratica dopo la dichiarazione di Machu Picchu tra le sette meraviglie del mondo, operazione di marketing a livello mondiale.

Machu Picchu e’ stata scoperta nel 1911 da un gringo americano di nome Hiram Bingham, professore di Yale. Nel 1906 Bingham aveva intrapreso un viaggio avventuroso da Buenos Aires a Cusco, seguendo le rotte commerciali dell’epoca coloniale. Il suo desiderio ultimo era di trovare Vilcabamba, ultimo rifugio, secondo quanto narrato dagli antichi cronisti, degli inca ribelli. E così viaggiò ad Abancay, porta naturale verso l’inesplorata e leggendaria città inca. Lì gli abitanti lo informarono dell’esistenza di alcune rovine e lo condussero a quello che oggi conosciamo come complesso archeologico di Choquequirao. Bingham non si lasciò impressionare: la mitica Vilcabamba doveva essere ancora più imponente. Tornato negli Stati Uniti ottenne l’appoggio della National Geografic Society e dell’università di Yale, nonché i contributi volontari di amici e parenti. Trovare Vilcabamba non era più il sogno di un accademico, ma un’impresa pianificata.

Nel gennaio del 1911 Braulio Polo y la Borda, proprietario dell’hacienda Echarati, nella provincia di Convención (Cusco), ospitava Alberto Giesecke, allora rettore dell’università di Cusco. Fu in una delle numerose conversazioni che gli raccontò dell’esistenza di misteriose rovine inca nella zona. Giesecke, amico di Bingham, lo contattò immediatamente, invitandolo a esplorare la regione.
Il resto è storia: il 24 luglio 1911, accompagnato dalla guida locale Melchor Arteaga, Bingham arrivò sulla cima del monte Machupicchu. Lì incontrò Anacleto Alvarez e Toribio Recharte, due campesinos che vivevano sul posto con le rispettive famiglie, coltivando i terrazzamenti inca. Loro non volevano svelare l’esistenza della citta’ sacra, ma in cambio di un soles cedettero. Si dice che fu un bambino di 10 anni a svelare a Bingham le monumentali rovine. In seguito il Governo peruviano, tramite decreto del 31 ottobre 1912, autorizzò lo studioso a scavare nella zona. Non solo: gli permise di portare negli Usa tutto il materiale archeologico reperito.
Occorsero più di cinque anni di lavori per far riemergere dalla giungla l’intero complesso architettonico. E’ dal 1920 che il governo peruviano chiede al governo americano le 170 mummie ritrovate e tutto il materiale trafugato per motivi di studio e mai ritornato nel luogo d’origine.
Io mi immagino quel bambino di 10 anni, figlio di campesinos che gioca tutto il giorno tra le mura della citta’ sacra e che la conosce palmo a palmo. E salta sulle pietre, si nasconde tra i cunicoli, conosce le 170 mummie una ad una. E i genitori coltivano i terrazzamenti di Machu Picchu con mais e patate. E non vivono la zona urbana, perche’ per loro e’ una citta’ sacra. Costruiscono una piccola casa dove ora c’e’ l’entrata per i turisti. Ma lasciano giocare il bambino libero tra la casa del guardiano e il tempio del sole.

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Machu Picchu (1). 21

ottobre 6, 2010

Machu Picchu. 05.10.2010 (prima parte)

Ci sono momenti in cui essere da soli e’ giusto. E per uno che non ha mai viaggiato da solo, non e’ mai stato da solo dall’altra parte del mondo per un po’ di giorni, entrare all’alba nella citta’ nascosta, senza nessuno con cui condividerlo, non ha a che fare con la solitudine cattiva, quella che ti fa girare la testa e rimanere sveglio tutta la notte. E’ una questione di tempo, penso, io. Torno sempre li’. Di momenti. Anni fa non avrei mai potuto essere qui, da solo, circondato da una scenografia che ti fa chiudere gli occhi e rimanere immobile. Ora si’. Mi tocco le gambe, le braccia, sento il mio cuore che batte, le mie labbra bruciare un po’. Mi tiro i capelli e mi stringo le guance. Eccomi, mi dico. Non so, e’ una consapevolezza bambina come quando i bimbi cadono e solo dopo aver visto il sangue uscire dalla ferita percepiscono il dolore. E’ una questione del tuo corpo nello spazio, e vorrei dire di piu’, nel mondo, nell’aria. Qui non c’e’ aria. Non tira nemmeno un fiato di vento. C’e’ un sole potente che brucia braccia e teste. Tutto e’ fermo, e anche io sono fermo. C’e’ una serenita’ logica, simmetrica. Tu e lo spazio. Tu e la citta’ nascosta. Tu e il borgo abbandonato nella Valcellina o sulle prealpi carniche. Assenza. Svuotare tutto. Mai aggiunte. Riduzione controllata del tutto, all’osso.
E tempo. Che significa camminare lungo l’ultimo tratto del leggendario Cammino Inka fino alla porta del sole. Un’ora quasi da solo sulle pietre. Arrivare li’ e voltarsi. Sedersi su un angolo di terra e avere tutta Machu Picchu davanti, vicina e lontana allo stesso tempo.
Non leggere guide o ascoltare spiegazioni. Non sapere. Non informarsi. Ma fare uno scarto secco, spostarsi dalla linea retta della Storia, del Tempo, e rimanere incollati solo a se stessi. Prendersi di peso e fare un passo al lato destro o sinistro. Dipende sempre da come occupi lo spazio, se conti le lancette del tempo in senso orario o in senso antiorario. Oppure se come il coniglio insieme al cappellaio matto il tempo te lo bevi in una tazza da te’ alle cinque di pomeriggio.
E mi tolgo la maglia, allontano lo zaino, mi levo le scarpe e il borsello per rimanere piu’ nudo possibile e sentire tutto questo vuoto addosso e provare a non far tremare le gambe ma tenerle salde su una pietra della porta del sole di 700 anni fa. E non sentire piu’ paura di muoversi e fare danni. Restare fermo perche’ si ha voglia di restare fermo e non per paura di andare. E pensare solo per qualche istante alla liberta’. Ma a questo, alla liberta’, e’ concesso solo qualche secondo. Non di piu’.


Sul treno per Machu Picchu

ottobre 6, 2010

Come sempre il treno per Aguas Calientes (Machu Picchu) e’ pieno fino a scoppiare. C’e’ un giapponese seduto accanto a me. Non so, in effetti, se sia un uomo o una donna. Non lo capisco. Ha tirato fuori un taccuino e ha cominciato a scrivere. Ha scritto per tutte e due le ore di viaggio. E’ giovane, ma ha qualche cappello bianco. Nelle orecchie ho I muscoli del capitano e Bufalo Bill. Mi metto a osservare quello che scrive. Non ci capisco niente, ovviamente. Per me non scrive. Disegna. E’ concentrato a mantenere i medesimi spazi da un segno all’altro e tutti i segni sono perfettamente allineati sia in orizzontale che in verticale. C’e’ una precisione e una lentezza che ha a che fare con i saggi. Gli offrirei 100 soles sull’unghia per sapere che cosa sta scrivendo.
Di fronte a me, sulla sinistra, nell’altro scompartimento c’e’ una dona giapponese con un buffo cappello verde in testa con la scritta IRISH e una cordicella che gli circonda il mento. Dorme. Ha la testa che ciondola a destra e a sinistra. Ha una faccia buffa e resisto al forte desiderio di alzarmi e stringerle le guance ripiene. Accanto a lei un uomo dagli occhi a mandorla passa piu’ della meta’ del viaggio a rivedere le fotografie della macchina fotografica. I due non si conoscono, sono saliti in momenti diversi sul treno, non si sono salutati.
Guardo di nuovo lei. Mi chiedo che cosa sognino i giapponesi, se fanno gli stessi nostri sogni, che tipo di immaginario e inconscio possiedano. Lei sta sognando di essere su una nave, di essere la cuoca dell’intero equipaggio. E oggi il mare e’ troppo mosso e le pentole le vanno di qua e di la’. E, cazzo, non si puo’ continuare a lavorare cosi’ e appena toccheranno terra chiedera’ un aumento al capitano.
Torno a guardare il giovane che scrive. E’ singolare, penso, che su tutto il treno per Machu Picchu ci siano tre giapponesi. Mentre aspettavamo non mi pare di averne visti altri. E io ce li ho tutti e tre sott’occhio. E, caso ancora piu’ strano, non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro.