La città dove i temporali sono molto probabili

Un giorno, in pieno inverno, ho camminato sopra il lago di Santa Croce. Era una giornata che brillava.
Le cose capitano sempre per una ragione, così diceva mio padre. E non so se sia vero, non l’ho mai saputo. Ma quel giorno la ripetevo come una cantilena, la frase di mio padre.

Lei comincia a fare un passo sul ghiaccio. Mette un piede dietro l’altro, lo fa scivolare piano. Indossa un giubbotto e una sciarpa viola e un paio di scarponi da montagna. Ha gli occhi dello stesso colore del lago.
Io rimango sulla riva e le dico di stare attenta. Il ghiaccio scricchiola, a volte si rompe, ma lei sembra non accorgersene, si volta e mi sorride. E a me va il cuore in gola e lo stomaco si accartoccia. Attorno è pieno di neve e montagne, e l’aria è fredda che mi pizzica la fronte e gratta la gola.
Lei non ha paura. Lei che ha paura di tutto, oggi sembra forte come una roccia. Ed è incosciente, lei che non lo è mai stata.
E io invece me ne sto lì, indeciso a fare il primo passo e a seguirla chissà dove, magari proprio in mezzo al lago dove l’acqua è profonda decine di metri e si può morire da un momento all’altro.
Da bambino, qui, venivo a pescare pesci persici. Mi alzavo all’alba. Roberto, il vicino di casa dai capelli bianchissimi, e mio zio mi caricavano in macchina ancora pieno di sonno e in mezzo al buio fitto e alle strade ancora vuote guidavano fumando sigarette con i finestrini abbassati. Noleggiavamo una piccola barca a remi e ci fermavamo al centro del lago per due tre ore. Ogni tanto, se non abboccava niente, ci si spostava di qualche decina di metri. Io pescavo sempre almeno tre quattro pesci persici che hanno il dorso pieno di spine e denti fini e le pinne del colore delle arance.
“Hai paura?” mi chiede.
“Se si spacca il ghiaccio muori all’istante”.
Sembra non sentire. E prosegue camminando come camminano i pinguini. Poi io faccio il primo passo e vedo che il ghiaccio tiene. Cado. E non si rompe. E lei ride. E io scivolo come scivola un leone marino.
“Cosa faresti se ti rimanessero quattro mesi?”
“Quattro mesi in che senso?”
“Quattro mesi, di vita. Gli ultimi quattro mesi, e stai bene”.
“Non lo so”.
“Una cosa. La prima cosa che ti viene in mente”.
“Costruirei una casa”.
“Ma tu una casa ce l’hai”.
“Sì, ma costruirei una casa in mezzo a un prato, ristrutturerei un fienile o una cosa del genere”.
“E come mai?”
“Perché mi sono sempre pensato come una casa”.
“E tu?” le chiedo sedendomi come un capo indiano in mezzo al lago.
“Leggerei L’uomo senza qualità che un giorno mi sono fatta regalare con tutte le buone intenzioni e poi è rimasto lì a prendere polvere”.
La guardo come fosse un marziano caduto dalla luna. Ce ne stiamo in silenzio per interi minuti e abbiamo entrambi la netta percezione di essere al centro di qualcosa, non solo di un lago. Intorno è tutto immobile. Io e lei adesso siamo saldi sopra un intero mappamondo.
Mi alzo lentamente. Guardo sotto di me.
Questo è il nono cerchio dell’Inferno dove vengono puniti i traditori, sommersi dal ghiaccio e colpiti dalle gelide raffiche di vento generate dalle ali di Lucifero. Si sentono i lamenti della anime torturate dal freddo.
Le alghe sono grattacieli che grattano con le unghie la superficie per inspirare un po’ d’aria. I pesci persici sono immobili come le persone in fila alla posta. Hanno la bocca aperta in attesa di un bacio o di un pesce più piccolo da mangiare. Una trota è messa di sbieco appoggiata nel vuoto. Più sotto, nella seconda zona circolare, ci sono i pesci più grandi e si possono vedere gli alberi con le fronde e gli scoiattoli. E ancora più sotto le montagne. Ci sono strati su strati come i veli di una vedova che piange il marito morto per uno stupido incidente.
Dal profondo nasce una luce che raggiunge a malapena il pelo dell’acqua ma illumina tutto come i lampioni ai lati delle strade di campagna. E un po’ più a destra un sole fermo e spento. Sotto di noi non c’è gravità che tenga, non si sta in piedi come sulla terra, ritti come candele. Si rotea fissi sotto l’effetto di un fungo allucinogeno.
Alzo leggermente lo sguardo e vedo il mondo riflesso. Vedo la neve e le punte del Dolada e riconosco la montagna che disegna inconsapevole il profilo di Dante.
Avvicino lo sguardo ai miei piedi e vedo ancora lei riflessa che sta continuando a camminare. Ballonzola. Si fermerà? Arriverà da qualche parte? Poi mi vedo e sembro un minareto sopra il lago. Lungo e smilzo. Alzo la testa. Sopra le montagne qualche nuvola bianca si addensa e preannuncia un temporale. Io la lascio, che continui ad andare mentre io decido di scivolare fino alla riva, come scivola un leone marino.

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