La geometria delle cose

Sono seduto ad aspettare mio padre. Tre uomini leggono il giornale e si guardano attorno. Aspettano anche loro. Una signora accaldata entra nell’anticamera. Si siede. Un signore con la fronte alta la osserva abbassando l’angolo del quotidiano.
“Caldo, eh?” fa lei e estrae dalla borsa un ventaglio dai disegni cinesi.
“Domani cambia il tempo, dicono” dice lui.
“Cambia sempre nel week end” dice lei.
“Ho sentito dire che c’è una spiegazione scientifica”.
“Per cosa?”
“Perché il tempo cambia sempre nel fine settimana”.
“Cioè?”
“Ha a che fare con il traffico” spiega lui piegando il giornale e appoggiandolo sulle ginocchia.
Lei lo guarda senza dire nulla.
“Dicono che da lunedì al venerdì, essendoci molte macchine e molto traffico, lo smog sale fino a chiudere il cielo”.
La signora completa la frase: “Mentre il sabato e la domenica che sono tutti a casa, non c’è lo smog e il cielo può liberare la pioggia”.
“Esatto” fa lui.
Lei scuote la testa, apre il ventaglio e si fa aria sulla faccia.
Entra un uomo con i piedi che non rispondono più da mille anni. Butta il peso del suo corpo su una stampella. Saluta tutti.
“Questo odore di cloro è insopportabile” dice mentre se ne va, lentissimo, verso lo spogliatoio seguito dalla moglie che gli tiene la borsa e l’asciugamano.
Mi alzo e osservo uno spicchio di piscina. Mio padre è disteso sulla superficie dell’acqua con la testa fra le mani di una ragazza che lo sposta come fosse una biscia. Lei sta parlando con qualcuno al bordo della vasca mentre gli tiene la testa. Lui è rigido, si impegna a fare il morto o la stella. Non si rilassa mai nell’acqua, proprio come me. Gli schizzi sulla faccia gli danno fastidio e con quella cuffia che gli stringe la fronte sono sicuro che si sente ridicolo.
Non sa nuotare, come non lo so io, e quando mettiamo il piede nel mare ci ritiriamo subito infastiditi. “Troppo fredda” diciamo, e ce ne torniamo sotto l’ombrellone ripromettendoci che forse più tardi ci andremo a bagnare un po’ le gambe e le braccia.
Abbiamo la necessità di sentire il pavimento della piscina o la sabbia o qualcosa di stabile sotto i piedi. Non galleggiamo come fanno tutti e se dubitiamo anche solo per un secondo di un’acqua troppo alta, andiamo sotto.
Non c’è nulla da fare, non abbiamo il carattere di quelli che possono starsene al largo da soli a nuotare fino alla zattera o all’isola di fronte. Che si fermano in mezzo al niente e si voltano a guardare la riva per poi proseguire fino alla meta. E le volte che succede le nostre gambe cominciano a tremare e il respiro diventa affanno.
Abbiamo molte cose in comune, io e mio padre, penso mentre lo guardo sputare un po’ d’acqua che gli è entrata in bocca. Quando saliamo le scale, inevitabilmente, ad ogni scalino, ci scricchiola la caviglia sinistra. Quando leggiamo a letto assumiamo la stessa posizione, con la gamba sinistra a squadra, a quarantacinque gradi e la destra distesa. Dicono che abbiamo lo stesso modo di ridere. Ci tocchiamo i capelli quando siamo nervosi. Stiamo in silenzio più di quanto sia solitamente consentito.
Ora è in verticale come una candela. Traballa un po’, ma lei lo sostiene con un braccio. Lo fa camminare qualche passo. Lui lo fa fiero, testa alta, petto in fuori come se stesse andando a un ricevimento importante, accompagnato da una bella donna che nessuno ancora conosce.
Volta leggermente la testa e vede che sono lì, dietro il vetro. Alza la mano in segno di saluto, mi indica e si avvicina all’orecchio della ragazza per annunciare la mia presenza. Poi si stacca dal braccio e fa finta di buttarsi a fondo. Io sorrido e torno a sedermi sulla panca. Accanto a me, un uomo si fa slacciare i sandali e togliere i calzini da sua moglie. Borbotta. Per alzarsi si aggrappa alla spalla di lei e poi se ne va camminando con le gambe rigide e divaricate.
Tutti parlano del caldo e dei prossimi appuntamenti in piscina. Leggo un libro dal titolo Momenti di trascurabile felicità. Dopo una decina di minuti mi alzo e torno a guardare la piscina e la ragazza che aveva la testa di mio padre tra le mani adesso ha la testa di qualcun altro e lo fa scivolare a pelo d’acqua.
Dopo un po’ arriva, capelli arruffati e ancora umidi, occhi un po’ rossi. Raccoglie il suo bastone e saluta tutti. Prima di uscire lascia sul bancone dieci euro a una fisioterapista per il loro prossimo caffè di metà mattina. Lei sorride e ringrazia.
Si siede in macchina.
“Ti vedo bene in piscina” dico io.
“Sì, pensa che vado anche sott’acqua a prendere le cose”.
“Non ci credo”.
“È vero, la prossima volta ti faccio vedere”.
“E nuoti anche da solo?”
“Qualche metro”.
“Beh, meglio di niente”.
“Già”.
“Quante volte devi venire ancora?”.
“Ancora due, la prossima settimana”.
“E poi?”
“Poi basta”.
“Finito finito?”
“Sì, sono stanco”.
Lo guardo e lo capisco. E sorridiamo dello stesso sorriso.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: