Il paese dei cappelli di paglia

di Lorenza Stroppa
(articolo scritto in occasione della presentazione del libro a Pordenone e ripreso, in forma ridotta, dal Gazzettino)

Palcoda sembra il nome di un uccello raro, di una località colombiana, di una nuova auto spagnola. E invece è il nome di un borgo ormai dimenticato sul versante sud del monte Brusò, sopra Tramonti di Sotto. Il suo aspetto oggi è di poche case sventrate, un campanile alto e svettante, “pulito e lucidato a nuovo”, e sterpaglie, pietre e rovi dove una volta c’erano vie e piazze.
“Qui è tutto nudo e dannatamente fermo”, scrive nel racconto “Se viene neve” Mauro Daltin, scrittore udinese, classe ‘76, alla sua seconda opera di narrativa, “I piedi sul Friuli. Viaggio tra lune, borghi e storie dimenticate“ (ed. Biblioteca dell‘immagine). A Palcoda Pietro, il suo alter ego letterario, ci è arrivato a piedi, fiutando “l’odore della luna” che permea questi posti abbandonati, invasi dal muschio e dal silenzio, ma dove la storia sembra essersi cristallizzata, attaccata come una pianta del deserto alle rovine per succhiarne il resto della vita.
E la storia di Palcoda, ci racconta Daltin, è densa di emozioni. Qui nel 1944 si rifugiarono una sessantina di partigiani della “Garibaldi Tagliamento” capitanati da Giovanni Bosi (nome di battaglia “Battisti”) e dalla sua compagna, Jole di Cillia (nome di battaglia “Paola“). Il paese allora era disabitato da poco più di vent’anni, e, nascosto nella montagna, in mezzo ai boschi, lontano dalle vie più battute (Tramonti si trova a poco più di due ore a piedi) era un rifugio perfetto. Per pochi giorni Palcoda riprese vita, difesa e controllata dai partigiani, abitata dalle loro vite transitorie, coraggiose.
I suoi abitanti, dopo la crisi economica seguita alla prima guerra mondiale, avevano a poco a poco abbandonato il paese, lasciandolo al bosco. Gli ultimi ad andarsene erano stati i fondatori di quello sparuto ma ostinato gruppo di case, la famiglia Masutti, che nei primi del Novecento aveva dato vita anche alla fiorente produzione di cappelli di paglia di Palcoda, che venivano addirittura esportati all’estero.
Con i partigiani il villaggio riprese vita per poco tempo, i suoi fantasmi convissero assieme alla brigata di Battisti, che fu attaccata dai nazifascisti il 9 dicembre del ‘44, in un assalto in cui morirono Bosi, Jole e il compagno Sergio (all’anagrafe Eugenio Candon). Altri dieci furono giustiziati dopo un processo alla Corte Marziale, mentre il resto della brigata riuscì a scappare, disperdendosi nel bosco.
Il racconto si sviluppa in parallelo tra questi due abbandoni forzati, entrambi figli della storia, incisi sulla pelle di pietra del paese “come cicatrici profonde”. “L’immagine di un abbandono è sempre definitiva e nitida”, scrive Daltin, e le sue parole che la raccontano sono come pietre, scagliate nella superficie della nostra memoria.
“I piedi sul Friuli” sarà presentato oggi alle 18.00 alla Libreria Quo Vadis.

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