“Lentamente” di Claude Marthaler

Lentamente di Claude Marthaler

tratto dal libro Lo zen e l’arte di andare in bicicletta di Claude Marthaler (Ediciclo) e apparso sul blog Andamento Lento.

Muoversi è commuoversi: tutto ciò che viaggia cambia, perché se la strada trasporta le merci e gli uomini, li trasforma anche in messaggi. Arcaica ricchezza sotterranea, fatta di petrolio o di carbone, la strada ci unisce e ci fa uscire dall’oblio.
Se ogni tanto si crede di prendere, fare o tenere la strada, il viaggiatore sa che una strada può essere buona senza essere quella giusta: errare è precisamente essere nell’errore, commettere un passo falso, prendere la strada sbagliata.
≪Quando arriverai alla biforcazione, sceglila≫ dice lo yogi Berda. Cosi, a ogni frontiera, io cambio muta come un serpente: la strada mi manda fuori strada, il rilievo mi fa sobbalzare, l’Oriente mi orienterà?
La strada è quella matrice che lega il viaggiatore alla vita, come la corda lega il marinaio o l’alpinista. Perché, come niente fosse, anche se si va alla deriva, a forza di gravità si pensa innanzitutto con i propri piedi, il bilanciere del nostro emisfero umano e planetario. Attraverso la via della terra, la voce della terra. La strada vi porta sempre verso gli uomini e qualche volta verso gli dei. In Congo, in piena guerra, la polizia ti spoglia, ma la gente della foresta ti stacca un casco di banane, ti tende una sedia e una tinozza d’acqua. In Russia si canta, si beve o si balla sui tavoli per poi crollarci sopra. In Kirghizistan, quando la temperatura crolla nel cuore dell’inverno, il vapore delle zuppe di montone inumidisce le guance arrossate. La notte grida il suo gelo e gli uomini si arrotolano nelle pelli di yak attorno a un braciere. In Tibet i pellegrini buddisti misurano la lunghezza della strada con la lunghezza dei loro corpi, prosternandosi per centinaia o addirittura migliaia di chilometri. Il loro tempo è ciclico e la loro vita infinita. Come se la lentezza annientasse tutte le nozioni del tempo e dello spazio e traducesse così la vita in puro movimento. Più ci si abbassa verso la superficie della strada e più i due bordi scappano e si ricongiungono all’infinito per formare la cima di una montagna. Sulle mie ruote, appollaiato troppo in alto, io aprivo già la strada come un aereo supersonico: in ragione di quarantacinque chilometri al giorno, tracciavo la mia vita in annate. Che dire dell’aereo, dove il paesaggio raggela (dall’alto la strada non è più un movimento, una ricerca, ma una linea di demarcazione) e il tempo si conta brutalmente in ore? A ogni accelerazione, la nostra superficie di contatto fisico con la terra diminuisce e la nostra attenzione al reale si erode. La velocità, che procura lo stesso senso di pericolo, la stessa emozione dei banditi dei grandi cammini, ha rimpiazzato sulla strada la parola con il motore. Ci taglia il respiro e il corpo si atrofizza, è amputato, fossilizzato com’era l’asfalto prima della strada.
Ma non si va mai abbastanza lontano e non (ci) si incontra mai cosi tanto se non quando si va lentamente e mossi dalle proprie forze.

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