Las Salinas. 25

Las Salinas. 12.10.2010

Faccio il viaggio sul bus che collega Cuzco a Urubamba insieme a Jose’, un cantastorie, un trovatore, un conta cuentos di Lima che fa base al Centro per alcuni giorni per alcuni appuntamenti di letture a bambini e adulti a Cuzco. Lavora in una casa editrice, ha aperto una associazione e va in giro a raccontare, a narrare. Estrae dal suo zaino magico strumenti musicali africani mai visti. Parliamo di libri e lettura in Italia e in Peru’ e mi pare che paradossalmente la situazione migliore sia qua rispetto al nostro paese. Sconforto. Con noi, sul bus, ci sono solo peruviani, qualche gallina da vendere al mercato di Chincero e qualche studente in divisa pronto per la scuola.
Scendo al bivio per Maras-Moray, vengo circuito da un taxista che poi si rivelera’ mio utilissimo e piacevole compagno di viaggio di questa giornata. Mi porta a Moray, luogo pieno di misticismo, dove tre enormi terrazzamenti agricoli concentrici fungevano da laboratorio agricolo e dove su ogni cerchio c’era un microclima differente e di conseguenza era adatto a una specifica coltivazione. C’e’ pochissima gente e comincio a camminare lungo il sentiero che mi fa piano piano scendere fino al centro del sito. Sensazioni strane, di grandezza, come essere in mezzo a un anfiteatro naturale.
Ma la reale meta di oggi sono le saline di Maras e qui mi si apre un mondo, forse la cosa piu’ stupefacente mai vista. Rojer, il taxista, guida forte da Moray e Maras lungo vallate con erba gialla e secca, terre scure coltivate, che mi sembra di essere in Toscana o in Umbria.
Rojer mi racconta che lui e’ uno dei soci delle Salinas e che sono circa 500-600 i soci, praticamente quasi la totalita’ degli abitanti di Maras.
“Se vuoi ti faccio da guida” mi dice.
“Per quanto?” gli chiedo io.
“Niente. Per noi e’ un onore far vedere come funzionano le nostre saline, quello che ci da’ da mangiare, che ci fa vivere”. Affare fatto, gli dico.
Parliamo una decina di minuti, poi lui si volta verso di me e mi dice: “Guarda sotto”. Io guardo e mi manca il fiato. Incastonate in una vallata stretta mi si aprono Las Salinas, migliaia di terrazzamenti bianchi che sembrano specchi.
Scendiamo e ci addentriamo in mezzo alle saline. La cosa incredibile e’ che si tratta di saline naturali: da un monte (forse un vulcano non piu’ in attivita’) esce acqua calda e salata. La assaggio e mi pare assurdo. Ne esce tanta, un fiumiciattolo. E poi vedo loro, los salineros, uomini che trasportano sacchi di 50 chili di sale tutto il giorno. Uomini dai volti e dalle schiene segnate che, con ai piedi dei provvisori sandali, risalgono le saline fino al deposito. Mi fermo per farne passare uno che ha anche la forza e il fiato di sorridermi. E poi vedo loro, las salineras, donne piegate che con il piccone estraggono il sale dalla Madre Terra e lo raccolgono in piccoli cumuli.
“Qui lavorano in 15-16 persone” mi spiega Rojer e a me pare un numero insignificante davanti a 4000 terrazze che producono, ognuna, 250-300 kg di sale al mese .
“Vedi quello?” e Rojer punta il dito verso una terrazza lontana. Vedo un uomo che sta danzando sul sale. Balla, come se ballasse un flamengo. Pigia i piedi come se stesse pestando l’uva. E invece sta calpestando il sale a quasi 3000 metri d’altezza.
“Non e’ facile preparare le terrazze. Devi spianare bene la terra e coprirla con due strati di un materiale simile al gesso. Compatti bene, e’ fondamentale preparare perfettamente questa base, altrimenti si infiltra altra terra e acqua. Poi naturalmente si forma il sale, con quell’acqua benedetta che esce dal monte. Ogni tre giorni l’acqua va smossa con i piedi, altrimenti diventa stagnante e non serve a niente. Poi quando e’ pronta, la terrazza diventa di un bianco assoluto e cominci a raccogliere. Devi pulirla bene, con acqua buona. Solo cosi’ hai sale di prima qualita’ che ti pagano 15 soles (poco piu’ di 4 euro) ogni 50 kg. Altrimenti se e’ di seconda scelta, 12 soles al chilo e cosi’ via” mi spiega Rojer.
Resto a guardare questi uomini che come fantasmi in mezzo a tutto quel bianco, portano i sacchi, e le donne che come formiche se ne stanno accucciate tutto il giorno.
Lavorano dalle 8 di mattina alle 4 di pomeriggio. Tutti i giorni. E guadagnano dai 600 agli 800 soles al mese (circa 200 euro). Qui lavorano solo 6 mesi all’anno, nella stagione secca. Quando comincia a piovere e’ la fine. La pioggia spazza via tutto e rimane solo terra.
“Se vieni ad agosto, devi metterti gli occhiali da sole. E’ tutto bianchissimo, non vedi dei pezzi di terra come ora. E’ uno spettacolo unico. Il sole riflette la luce sulle terrazze e ti puoi guardare come se fossi davanti allo specchio” continua.
Ma io continuo a guardare gli uomini e le donne, quelle 15 e 16 persone che ogni giorno vengono qui e lavorano in mezzo a questi 4000 occhi bianchi. Poi, prima di andare via mi fermo a fissare quella terrazza lontana dove il ballerino di flamengo continua a danzare sull’acqua e i suoi piedi smuovono il sale. Mi piace pensare che immagini di essere in una sala da ballo con una bella donna tra le braccia. Lo immagino con gli occhi chiusi e con un mezzo sorriso sulla bocca.

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