Cuzco. 23

Cuzco. 08.10.2010

Cirillo e’ un uomo che avra’ piu’ o meno 35 anni. Ha una faccia buona, ride spesso. Fa il turno di notte al Centro. Poi lavora anche di giorno, non so dove. “Quando sono arrivata qui, Cirillo aveva 7 anni e lavorava tutto il giorno portando sacchi sulla schiena al mercato” mi dice Vittoria. Paulita e’ la cuoca, e’ una donna di una dolcezza commovente. “Se Paulita dovesse smettere di lavorare qui da noi, prenderebbe come pensione l’equivalente di 3 kg di zucchero al mese. E si e’ spaccata la schiena tutta la vita” continua Vittoria. Siamo attorno al tavolo, io, lei e una coppia di francesi con 4 figli, il piu’ piccolo, Martin, ha 4 anni, i due gemelli piu’ grandi ne hanno 8.
Vittoria parla di Sudamerica, dei suoi 8 anni passati a vivere nelle comunita’ dei campesinos nei dintorni di Puno. “Non c’era niente. Nemmeno l’acqua per lavarsi. Niente di niente. E la cosa strana e’ che ci sia abitua anche alla mancanza di tutto, anche alla mancanza della speranza. E se nasci li’ non hai speranza. Nessuna. Non ci sono santi”.
Xavier, il padre, fa domande a Vittoria. Io lo guardo e mi sembra un marziano, come tutta la sua famiglia. Sono tutti e sei bellissimi. Occhi azzurri, biondi, ben pettinati, ordinati. Stanno facendo il giro del mondo. Partiti dal Canada sono scesi fino in America Latina, proseguiranno per Bolivia, Cile, Terra del Fuoco, poi un areo li portera’ in Australia e poi in Asia, Mongolia, Thailandia e India. I bambini sembrano perfetti: educati, puliti, autonomi. Mi raccontano che sono in anno sabbatico, lui e’ ingegnere, lei medico. Che era danni che progettavano questo viaggio ed e’ importante per i bambini vedere altri bambini di altri luoghi. Cazzo, mi dico io. Certo, bisogna avere anche un sacco di soldi, penso. Loro vogliono andare per comunita’, entrare nelle culture e nelle situazioni dei vari paesi, sono curiosi. Non capisco se mi piacciono o no. Mi fanno un po’ paura, ma li ammiro anche.
“L’estrema poverta’ e l’estrema ricchezza portano le stesse conseguenze, se ci pensi bene” dice Vittoria a un certo punto, e se ci penso bene effettivamente e’ cosi’. “Vengono azzerati tutti i valori e l’azzeramento dei valori porta alle stesse conseguenze”.
“Che cosa si puo’ fare?” chiede Xavier, quasi intimidito da quella domanda cosi’ grande.
“L’educazione. E’ l’unico modo per sperare che le cose cambino. All’inizio noi facevamo assistenzialismo, davamo da mangiare e da dormire. Benissimo. Ma cosi’ le cose non le cambi. Qui in Peru’ il 47% dei bambini che finiscono il ciclo della scuola primaria e’ analfabeta. E’ una questione di potere. Lasciare inetere generazioni ignoranti significa poterle comandare senza problemi. Una educazione alternativa, vera, e’ l’unica speranza che vedo” continua.
Chiedo ai francesi: “Quanto vi fermate qui?”
Xavier allarga le braccia. “Non lo so, vedremo” risponde.
“E in Bolivia, dove andrete?”
“Non lo so, conoscete qualche situazione simile a questa?”
Ma, dio santo, mi dico io. Ma da dove sono usciti questi?
Vittoria parla loro di un italiano che lavora in Bolivia con i bambini delle carceri. I bambini, in Bolivia, vanno in carcere come gli adulti, insieme agli adulti. Lui ha comprato un sacco di terra vicino a La Paz e ha cominciato a costruire una specie di riformatorio dove i bambini che vengono arrestati, invece di andare in prigione, vanno li’. E lui organizza laboratori, lavora la terra, ha campi e orti, una casa dove ospita gente. Insomma, una realta’ bella.
“Possiamo andare li'” dice Xavier alla moglie.
Io rimango affascinato e allibito dalla serenita’ della famiglia anarchica del Mulino Bianco.

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