Machu Picchu (1). 21

Machu Picchu. 05.10.2010 (prima parte)

Ci sono momenti in cui essere da soli e’ giusto. E per uno che non ha mai viaggiato da solo, non e’ mai stato da solo dall’altra parte del mondo per un po’ di giorni, entrare all’alba nella citta’ nascosta, senza nessuno con cui condividerlo, non ha a che fare con la solitudine cattiva, quella che ti fa girare la testa e rimanere sveglio tutta la notte. E’ una questione di tempo, penso, io. Torno sempre li’. Di momenti. Anni fa non avrei mai potuto essere qui, da solo, circondato da una scenografia che ti fa chiudere gli occhi e rimanere immobile. Ora si’. Mi tocco le gambe, le braccia, sento il mio cuore che batte, le mie labbra bruciare un po’. Mi tiro i capelli e mi stringo le guance. Eccomi, mi dico. Non so, e’ una consapevolezza bambina come quando i bimbi cadono e solo dopo aver visto il sangue uscire dalla ferita percepiscono il dolore. E’ una questione del tuo corpo nello spazio, e vorrei dire di piu’, nel mondo, nell’aria. Qui non c’e’ aria. Non tira nemmeno un fiato di vento. C’e’ un sole potente che brucia braccia e teste. Tutto e’ fermo, e anche io sono fermo. C’e’ una serenita’ logica, simmetrica. Tu e lo spazio. Tu e la citta’ nascosta. Tu e il borgo abbandonato nella Valcellina o sulle prealpi carniche. Assenza. Svuotare tutto. Mai aggiunte. Riduzione controllata del tutto, all’osso.
E tempo. Che significa camminare lungo l’ultimo tratto del leggendario Cammino Inka fino alla porta del sole. Un’ora quasi da solo sulle pietre. Arrivare li’ e voltarsi. Sedersi su un angolo di terra e avere tutta Machu Picchu davanti, vicina e lontana allo stesso tempo.
Non leggere guide o ascoltare spiegazioni. Non sapere. Non informarsi. Ma fare uno scarto secco, spostarsi dalla linea retta della Storia, del Tempo, e rimanere incollati solo a se stessi. Prendersi di peso e fare un passo al lato destro o sinistro. Dipende sempre da come occupi lo spazio, se conti le lancette del tempo in senso orario o in senso antiorario. Oppure se come il coniglio insieme al cappellaio matto il tempo te lo bevi in una tazza da te’ alle cinque di pomeriggio.
E mi tolgo la maglia, allontano lo zaino, mi levo le scarpe e il borsello per rimanere piu’ nudo possibile e sentire tutto questo vuoto addosso e provare a non far tremare le gambe ma tenerle salde su una pietra della porta del sole di 700 anni fa. E non sentire piu’ paura di muoversi e fare danni. Restare fermo perche’ si ha voglia di restare fermo e non per paura di andare. E pensare solo per qualche istante alla liberta’. Ma a questo, alla liberta’, e’ concesso solo qualche secondo. Non di piu’.

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