Cuzco. 14

Cuzco. 24.09.2010

Eccolo, il destino final del nostro viaggio. Da sempre, da quando siamo arrivati a Buenos Aires raccontando che cosa ci facevamo li’, noi spiegavamo bene tutto fino ad arrivare alla frase “si’, pero, el nuestro destino final es Cuzco, donde trabajeremos con los chicos trabajadores e las niñas invisibles de las Andes” eccetera eccetera.
Quindi siamo arrivati. Dopo oltre 4000 chilometri di viaggio, dopo 12 ore di aereo, 55 ore di autobus perlopiu’ in notturna e oltre 18 ore di treno, dopo due frontiere attraversate e due fusi orari aggiornati, eccoci nella capitale del popolo inca.
Certo, il viaggio da Puno per arrivare qui non e’ stato dei piu’ semplici. Alle due di notte, il conducente ferma l’autobus e ci dice abbastanza allarmato di scendere perche’ i campesinos hanno bloccato la strada. C’e’ da prendere tutti i bagagli e di notte, alla luce della luna ci troviamo a camminare per tre chilometri accanto ai camion fermi. Fino al blocco vero e proprio, fatto di fuochi per la strada, pietre ovunque e uomini che ci guardano e ci gridano “Gringos, a la guerra. Empezamos la guerra”. Siamo centinaia di persone che camminano in un verso e nell’altro, zaini in spalla, coperte di lana attorno al collo. Fa freddo, dobbiamo raggiungere un nuovo autobus che ci aspetta dall’altra parte del blocco. Sembra di attraversare una frontiera di decenni fa fra India e Pakistan, o qualcosa del genere. E poi tutto questo ha a che fare con contrabbandieri, briganti. Non so perche’, ma ho questa percezione. Comunque i campesinos lottano per l’acqua, per la costruzione di una diga che sposterebbe equilibri e politiche di distribuzione dell’acqua. Protesta grossa, morti e feriti anche minorenni. Io ogni tanto guardo la luna piena in un cielo che mi hanno spiegato e’ diverso dal nostro cielo, le stelle sono altre, non i nostri Carri o Via lattee…
Arriviamo al Centro con due ore di ritardo, alle 6 di mattina. Ad accoglierci c’e’ lei, Vittoria Savio, piemontese, 76 anni, donna magrissima, fumatrice, una delle donne piu’ importanti per la cooperazione internazionale, fondatrice oltre 30 anni fa del Centro Yanapanakusun, struttura complessa, fatta di un sacco di attivita’ di cui parleremo.
Ci prepara un caffe’ italiano, cosa che a noi pare miracolosa. “Mi sono svegliata alle due” ci dice. “Lei non dorme, in pratica” conferma Claudio che la conosce gia’.
Da qui comincia un altro viaggio, con meno spostamenti (anche se si viaggera’ nei dintorni, Valle Sagrado, Machu Picchu, Pisac, moltre altre citta’ incas e cosi’ via). Incontriamo gia’ alcune niñas invisibles de las Andes, bambine che vengono dai posti piu’ assurdi, dall’Amazzonia ai villaggi a 5000 metri sulle Ande. Ci presentiamo, loro sorridono, ci dicono sottovoce i loro nomi. Vivono e lavorano qui, studiano. Per un periodo, non per sempre.
Ieri poi abbiamo girato Cuzco, citta’ di incantevole bellezza. Abbiamo camminato per chilometri, un po’ a caso e un po’ seguendo una cartina. Abbiamo visto incredibili muri incas, fatti di enormi pietre incastonate perfettamente una con l’altra e, appoggiate sopra questi muri, le costruzioni spagnole, dei conquistatori. Perche’ loro, i conquistadores, non hanno distrutto tutto, ma ci hanno costruito sopra come simbolo dell’oppressione. Il problema e’ che nei due grandi terremoti, quello nel XVII secolo e quello del 1950, i muri degli spagnoli si sono sgretolati come briciole mentre quelli incas non si mossero nemmeno di un centimetro e stanno li’ da un sacco di secoli. Roba da far impallidire i colonialisti di qualsiasi latitudine.
Dal Centro dove siamo ospiti c’e’ una vista che ti toglie il fiato. Tutta Cuzco appoggiata su questa vallata con le case che si arrampicano sulle montagne e di notte migliaia di luci che illuminano questo abbraccio di mondo.

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