Cochabamba. 11

Cochabamba. 18.09.2010

Non avere aspettative e trovarsi in mezzo a qualcosa di bello, senza nemmeno saperlo. Cochabamba (laguna, in lingua quechua, e cochabambini gli abitanti, cosa che fa tenerezza gia’ di per se’) e’ fuori da ogni tratta turistica, rimane ai margini delle traiettorie della Bolivia dei viaggiatori. E invece ci troviamo in centro a camminare in una citta’ colorata, densa, giovanissima, viva. Nel centro, appunto.
Turisti? Nemmeno l’ombra.
La mattina Stefano ci porta all’ufficio del Cevi, dove lavora lui, e ci spiega i progetti che sta seguendo; comincia a parlarci della situazione dell’acqua e ci fa entrare in una logica diversa: per noi l’acqua e’ un bene non in discussione (anche se la lotta contro la privatizzazione dovrebbe metterci in allarme), per loro, qui, si tratta di vita o di morte. E’ giovane, capello di Che Guevara in testa, mente concreta e utopica allo stesso tempo. Parla chiaro, ci da’ un quadro di quello che succede qui in poche parole. Poi ci dice: “Andiamo verso la zona Sud e passiamo per il mercato”. Cominciamo a camminare e in poco tempo ci immergiamo in un mondo. Un mondo con le sue regole, con le sue dinamiche, interno alla citta’. Il mercato piu’ grande dell’America Latina, appena superato da poco da quello di La Paz. Entriamo in un labirinto pazzesco. “Immagina qualcosa da comprare. Qualunque cosa. Qui la trovi”.
Sono stordito da odori e colori, grida, animali, pezzi di carne mai visti e di dubbia provenienza, pesce appoggiato alla bene e meglio, vestiti andini, migliaia di scarpe, la via esoterica con i feti di lama appesi per i riti beneauguranti, la via degli animali (conigli, cani, pulcini, galline, oche, criceti e chissa’ quali altri specie), frutta di tutte le sfumature, cataste di banane, cinquanta tipi di patate diverse in grandi sacche, gente che fa da mangiare, che frigge, gente che dorme. Un caos totale. Donne, tantissime donne. Cosi’ per chilometri. Avevo in testa il mercato delle spezie di Istanbul, ma qua siamo a livelli fuori dall’ordinario. Scattiamo qualche foto di nascosto anche se qualcuno guarda la macchina fotografica con gola e diffidenza. “In fondo, e’ come se qualcuno entrasse da noi all’Upim a fotografare la merce e le commesse” ci fa pensare Stefano.
Per loro in effetti e’ l’ordinario, per noi lo straordinario.
Proseguiamo verso la zona Sud della citta’ e Stefano ci fa parlare con il coordinatore di un centro comunitario per l’acqua e ci spiega un sacco di cose, come funziona l’organizzazione eccetera. Registro tutto, e il quadro si chiarisce piano piano. Qui nel 2000 c’e’ stato uno degli atti di resistenza piu’ grandi degli ultimi decenni: campesinos, ex minatori, ex coltivatori di coca, classe media, tutti in piazza a combattere contro la legge sulla privatizzazione dell’acqua e la multinazionale che si era appropriata anche della pioggia. Un mese di guerriglia urbana, la polizia che reprime con forza, morti e feriti. U campo di battaglia. Per l’acqua.
Prima del 2000 erano gia’ attivi questi centri comunitari di distribuzione dell’acqua. E’ una esperienza unica di organizzazione che nasce dall’esperienza dei campesinos andini che si organizzavano in modo comunitario per l’irrigazione dei campi.
Poi ci portano in mezzo alla zona Sud, zona di case fatte di terra e di assenza quasi totale di acqua. Qua la gente muore per l’acqua, sia perche’ manca sia perche’ e’ di bassissima qualita’.
Ci raccontano della diga che il ministero italiano sta cominciando a costruire, dei prezzi dell’acqua, di come e perche’ la gente negli ultimi 20 e 30 anni si stia accumulando in questa periferia (oltre 200.000 persone abitano questa zona). Dei prezzi, della zona andina, al nord, piena d’acqua e dove i camionisti vanno a riempire le cisterne per poi rivenderla a prezzi altissimi qui, ai piu’ poveri. Dell’indifferenza della societa’ pubblica che non mappa questo territorio. Registro e prendo appunti. Capisco che in questi dieci anni, dopo la guerra dell’acqua, la situazione e’ critica. Respiriamo un sacco di polvere, qua e’ tutto secco, mi immagino che l’Iran sia cosi’. Qua non c’e’ anagrafe, non si sa niente di questa gente, il comune non ci mette le mani. E le case nascono come funghi, sul pendio delle montagne, senza servizi, senza fogne, senza strade. Senza acqua per bere.
Tornando indietro Stefano mi fa notare un impiccato di stoffa appeso a un palo della luce.
“Vedi quello? E’ un segnale. Dice che i ladri qui fanno la stessa fine di quel manichino. Ma anche di peggio. Li bruciano vivi. Qua dentro la polizia non entra. Anche la giustizia, non solo quella poca acqua che hanno, e’ comunitaria”.

2 risposte a Cochabamba. 11

  1. maurizio scrive:

    Mandi Fradi,

    ci mandi dei reportage vitalissimi,immagini piene di forza, curiosità, domande.. Grazie.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: