Il calcio di Zoran braccia di rondine

Questa è la mia prefazione al libro Il derby della luna di Maurizio Mattiuzza, appena uscito per l’Associazione Carta e Penna. La postfazione è invece curata dal mitico Bruno Pizzul. Si tratta di tre racconti di calcio, ma non solo, sarebbe molto riduttivo. Si parla di un sacco di cose, alla maniera di Mattiuzza. Quello che penso di questo libro lo trovate in questo pezzo. Ringrazio Maurizio per coinvolto in questa sua nuova avventura che muoverà come sempre energie nuove.

Il libro è ordinabile scrivendo a: cartaepenna@cartaepenna.it o maurizioburi@hotmail.com

La prima presentazione ufficiale si terrà a Udine alla Corte Palazzo Morpurgo il 4 agosto alle 18.30 con la partecipazione straordinaria di Bruno Pizzul. Chitarra e voce di Renzo Stefanutti.

Il calcio di Zoran braccia di rondine
di Mauro Daltin

Profumano di neve e di notti di luna piena i racconti di Mattiuzza. Notti in cui può capitare di tutto, dove un pallone rotola e gonfia una rete, o giorni dove le linee di un campo da calcio di periferia sono cancellate da una nevicata di marzo o dove, ancora, accade che un vecchio, barricato dentro casa, ricordi un rettangolo verde spazzato via dalle ruspe del progresso. E poi il calcio. Il calcio c’entra in queste tre storie. Anzi, c’entra il pallone, perché il pallone è gioco, cosa tremendamente seria. mentre il calcio è spettacolo, lustrini e pailette. Il pallone è quello giocato sull’asfalto dove i muri fungono da sponde per scartare gli avversari e il “fuori” non esiste, e si corre finché c’è da correre, si scavalca un muro per recuperare la palla e la porta di una squadra è un metro più piccola di quella degli avversari. Tutto questo ha a che fare con le questioni serie della vita, con le coincidenze, con gli spigoli che deviano all’ultimo momento un tiro. È un calcio di strada, sport proletario: non serve comprarsi niente, non c’è attrezzatura; una palla di carta e tanto fiato bastano. E se sei medico o operaio non importa, sei nello stesso rettangolo a sgomitare e rincorrere il pallone.
Il ritmo delle storie di Mattiuzza lo definirei balkan-argentino, un tango malinconico con spruzzate di fisarmonica e tromba a ricordarci che tutto, pallone compreso, può essere bevuto come una rakija o giocato come fosse la partita della vita o della morte, o forse, più di tutto, può essere fotografato come la danza di un ballerino mezzo ubriaco aggrappato alle spalle di una donna rassegnata. Questi racconti si muovono su due terre lontane, diversissime, ma anche incredibilmente vicine: i Balcani e il Sud America.
Terre di malinconia, musica, eccessi, genialità, fatalismo, realismo magico. E terre di calcio. Solo a quelle coordinate potevano nascere giocatori come Savicevic o Maradona, ed esserci squadre come la Stella Rossa Belgrado o il Boca di Buenos Aires. Squadre che sono appartenenza, lotta contro l’ingiustizia di una vita, politica, storia, che sono stadi dove quando entri da avversario ti tremano le gambe a sentire dal tunnel quello che ti aspetta là fuori, dove ex galeotti, briganti di strada, gente dei sobborghi, minoranze, si riuniscono per sostenere una squadra che è anche una filosofia.
Non è un caso che recentemente il regista Kusturica abbia girato un film sulla vita di Maradona: due pazzi, due temerari sempre sul filo, sempre in equilibrio fra eccesso e genio, folgorazione e allucinazione.
Mattiuzza condensa tutto questo, lo rielabora secondo le sue logiche. Modella il tutto con parola di poeta. C’è musica in questi racconti, litanie con scatti alla Bregovic.
Ne Il derby della luna che dà il titolo al libro, l’autore racconta di fiumi che dividono terre in due parti come fossero le due metà di una mela, come quella linea che una mattina si trovarono tracciata nel cuore gli abitanti di Mostar o quelli di Berlino. Qui il calcio è metafora di divisioni e il fiume separa due squadre di calcio che si odiano, sportivamente, ma che forse si guardano in cagnesco perché quelli di là vivono sull’altra riva, sono diversi. Come ogni linea o muro tracciato. Segna un sé. E il derby diventa qualcosa di epico, che poco ha a che fare con il calcio, ma tanto con l’orgoglio, l’onore, la difesa del proprio essere, del proprio stare. Come a Mostar, mi viene da pensare, dove fratelli fino al giorno prima, si ritrovano, una mattina, una linea tracciata da chissà chi che divide, e i fratelli si trasformano in nemici da ammazzare. E qui la guerra c’entra. Eccome. Come nel racconto Il tema del cileno Skarmeta che riecheggia nel sottofondo.
Mattiuzza è stato un portiere. Non ho dubbi. Uno di quei portieri malinconici che non comandano la difesa con urlacci che attraversano il campo, non uno di quelli che usciva in presa alta fuori dai pali. No, Mattiuzza lo immagino che si distraeva durante le partite a capire chi era quello col cappotto nocciola seduto vicino a Gianni, nel lato ovest della tribuna. O che guardava le foglie ingiallite degli alberi o i pezzi di cielo sopra il campo. Me lo immagino un portiere che non usciva mai nemmeno dall’area piccola, come se quello fosse per novanta minuti il suo giardino di casa. Uno così così con i piedi, ma a cui piaceva un mondo volare da un palo all’altro sulla riga di porta.
Non è un caso che sia affascinato dai portieri e che disegni con pochi tratti due personaggi epici, il misterioso greco Miki Athanassiadis nel derby della luna e il protagonista de La neve di Edy, racconto dove la neve copre tutto: rumori, righe, erba e i ricordi. Il tempo di un rigore non parato, gli attimi che ti cambiano le cose di una intera vita. Coincidenze, intuito, fortuna. Il portiere ha il ruolo più solitario, è quello che la partita non la vive come gli altri. È uno che guarda, che non può sfogare l’agonismo e la rabbia in un corsa lungo la fascia o in un tiro da trenta metri. Dicono che per giocare in quel ruolo bisogna essere un po’ pazzi. È vero, non c’è dubbio. E anche pazienti. E non bisogna pensare troppo in tutte quelle mezz’ore quando la tua squadra non fa passare la metà campo agli avversari. Sono personaggi balcanici e sudamericani, a ben pensarci, i portieri.
Mattiuzza scrive di geni incompresi, di ex giocatori che riempiono i bar attorno agli stadi imprecando contro chi ce l’ha fatta. I protagonisti sono quelli che De Gregori canta in “Santa Lucia”, quelli che cadono all’ultimo metro. Sono gli antieroi, che paiono lontani mille chilometri dai calciatori copertina, anzi che sembrano proprio interpreti di due sport diversi, due mondi opposti. “I bar attorno allo stadio, si sa, sono sempre pieni di gente che racconta d’aver mancato la nazionale per un soffio e di geni incompresi che galleggiano sulla rakija come tronchi alla deriva. Tipi come Zoran braccia di rondine, il vecchio portiere che ancora oggi, alle volte, sposta le sedie della Konoba Zvezda e si tuffa sulle piastrelle mimando il rigore che lo ha condannato”. Righe piene di grottesca rabbia, di genialità incompresa.
In Due rose per Ada, Mattiuzza disegna il nuovo mondo che rade al suolo il passato, il centro commerciale che per logiche tutte sue mette in piedi in testa non solo a un povero vecchio ex allenatore che difende la sua casa contro le ruspe, ma a tutta una generazione che si sente spaesata, che non capisce il calcio dei giorni nostri, né si spiega l’assenza dei bambini per le strade o il degradarsi di un territorio.
In questo libro si respira Skarmeta, Soriano, autori che hanno raccontato lo stesso calcio che racconta Mattiuzza, quello mescolato alle dittature, alle ingiustizie, alla rabbia di aver perso per un secondo il treno giusto, quello famoso che passa una sola volta e poi non ripassa più.

2 risposte a Il calcio di Zoran braccia di rondine

  1. Già, il degradarsi del territorio… la città da dove vengo, con le sue temibili zone industriali e la sua (quasi totale) assenza di spazi verdi, sembra un mondo molto simile a quello descritto in “Due rose per Ada”. Dove giocavamo a calcio negli anni 70, in via Torino a Mestre, eravamo costretti spesso ad interrompere la partita perchè doveva passare un gregge di pecore… si parla soltanto di pochi decenni di anni fa. Oggi sembra incredibile, ma di quei vastissimi campi non é rimasto più nulla: solo supermercati, uffici postali, il Gazzettino e costruzioni di cui non riesco nemmeno a capire il significato, ammesso che ci sia… Sono spariti perfino i mitici “Bastioni” alla fine della via, dove andavamo a fare “cross” con la bici e dove un amico un giorno é planato nel laghetto centrale invisibile da dietro la collinetta (tra le risate generali)!
    Ciò che Pasolini aveva previsto molto tempo prima, é chiaramente rappresentato da via Torino a Mestre: una cementificazione folle e totale che ha spazzato via non solo i campi ma anche quel pallone di cuoio consumato e mezzo sgonfio che per noi rappresentava l’unica ragione di vita e una sorta di protesta proletaria e pura contro l’oscuro mondo a venire.

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