Gli scalatori della luna – 1° parte

Gli scalatori della luna (1° parte)
di Mauro Daltin

Erto è circondata dalla luna. Montagne come briciole di biscotti attorno, lastre d’argento sul Toc per mostrare a tutti il 9 ottobre del 1963, ancora oggi a quasi mezzo secolo di distanza. Volti la testa da qualsiasi lato e pare che tutto abbia sembianze di frane imminenti, di pericoli di sassi che rotolano forsennati lungo i pendii. E non c’entra la diga, non c’entra. Qui tutto è così, nonostante quello.
È un paesaggio mentale, una proiezione dell’idea di un mondo barbaro. È la “patria orrida e tenera” degli antenati di Claudio Magris, che in Microcosmi ha descritto questa valle con la metafora dantesca dei “meandri inferi”.
Erto è la Fortezza Bastiani che il tenente Drogo all’inizio de Il deserto dei Tartari raggiunge dopo ore di cavalcata fra terre desolate, colline e dirupi.
Se chiedi a qualcuno dov’è, nessuno ti saprà rispondere, se non chi abita questi luoghi o regioni.
“Dove c’è la diga” proverai a spiegare.
“Che diga?”
“Il Vajont” dirai.
“Ah, il Vajont”. Eppure questo nome non evoca geografie precise. Non è come localizzare un terremoto, il suo epicentro. È tutto fragile, anche i nomi, anche i luoghi, le percezioni delle vostre vite qui attorno. Qualcuno associerà in modo confuso il Piave e penserà al Veneto. Chissà. Forse è come se da quassù ti parlassero di un borgo infisso sulle rocce di una montagna del Molise. Siamo fragili come le montagne e hai la sensazione che nessuno ti può venire a braccare, che sia un buon nascondiglio per te stesso e i tuoi cari. Che, se le cose andassero proprio male, ci sono posti simili che ti possono accogliere, dare un piatto di minestra calda e un letto.
“È dove vive Mauro Corona” proverai ancora.
“Ah, lo scrittore”.
Sì, non solo. Ma comunque se distendi una mappa nessuno con l’indice punterà lì.
Erto è circondata dai Balcani. A est c’è la Romania, a ovest il Montenegro e l’Erzegovina. Proprio lì, sopra le lavatrici e i frigoriferi che vedi nei cortili con sopra appoggiati vasi di fiori a sancire l’assenza, o nelle gabbie di galline o pecore, che le senti belare da qualche finestra buia. E ancora lì in quelle donne con il fazzoletto scuro che fascia le teste e le gonne nere che arrivano quasi ai piedi. E in mezzo al silenzio e al franare di tutte le certezze di essere proprio in un posto su questa terra, un uomo dopo aver bestemmiato forte sfreccia con la sua moto da enduro in mezzo ai vicoli di sassi. Appena più sopra Belgrado e tutta la campagna serba e qui ci sono gli orti che paiono mondi a sé stanti, musiche di fisarmoniche malinconiche e damigiane di vino buttate sbilenche in mezzo a vecchia ferraglia. Ci sono case che sembrano case di guerra come nella Jugoslavia, senza più muri portanti, privi di tetti e ripari con le assi di legno spezzate e come finestre buchi da dove scorgi le montagne. Erto provincia di Mostar, piena Bosnia, verrebbe da dire. E in fondo Paolo Rumiz lo dice che “l’Italia, seppiatelo, finisce a Mestre. Solo che da lì non comincia l’efficienza mitteleuropea. Sul binario per Trieste cominciano i Balcani… ti avvicini alla Jugoslavia-che-non-c’è e i vagoni già sferragliano come a Bucarest, arrivano vuoti in una Trieste che pare capolinea sul nulla” .
Solo che qui nemmeno il treno arriva e Mestre ti pare meridione, profondo sud di chissà quale mappa.
Di chi sono queste scale che portano a fienili semiabbandonati e mondi nascosti, quali schiene sopportano il peso di queste gerle piene d’erba fino all’orlo e che mani impugnano pale e rastrelli appoggiati come guardie accanto alle porte. E chi annaffia tutti questi vasi di geranei appoggiati alle finestre di case che sembrano vuote da millenni.
Superi cataste di legna coperte da tetti di lamiera e lavatoi con acqua verde bottiglia. Erto provincia di Siena, quando tutto diventa ordinato, pulito, i balconi dipinti di recente, le strade di ciottoli e un silenzio che ti pare, sì, di essere su qualche luna o semplicemente di essere solo da troppo tempo.

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