Primo marzo. Anch’io ero clandestino (2)

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (2)
di Bozidar Stanisic

Tre mesi prima ero fuggito dalla Bosnia perché non trovavo nessuna ragione per partecipare a una guerra civile e fratricida, che, infine, era all’opposto delle mie convinzioni sull’inutilità delle guerre. I miei, moglie e figlio, erano rimasti in Croazia, che per me non era un luogo sicuro perché il governo croato considerava disertori tutti i maschi e li rispediva in Bosnia. Un amico sloveno mi trovò rifugio presso una chiesa cattolica di una cittadina nei pressi del confine con l’Italia. Anche se per il prete e per la donna della canonica ero uno sconosciuto, trovai un’accoglienza umana calorosa. Stavo con loro a tavola a mangiare, anche nell’occasione in cui, già diventato amico, il prete fece un raduno di tutti i preti della sua diocesi a cui era invitato pure il vescovo. E mi mise al centro tavola. Mai nella mia vita vidi tanti preti in un unico posto e tutti erano gentili con me che non sono praticante.
Passavo metà delle giornate aiutando nell’orto, nella vigna su una collina da cui si vedeva il Golfo di Trieste; guidavo un furgone per trasportare aiuti umanitari ai campi profughi nelle vicinanze del paese. Mi restavano alcune ore pomeridiane per la scrittura e così riuscii a finire la gran parte di un mio libro di racconti che, un anno dopo, con il titolo “I buchi neri di Sarajevo”, sarà pubblicato da un editore triestino. Ogni tanto, volendo informarmi presso i consolati e le ambasciate di vari Paesi sui percorsi per ottenere un visto d’ingresso, andavo a Lubiana. Mia moglie era d’accordo con me di andare il più lontano possibile, possibilmente in Canada o in Australia.
E quel giorno, sotto il sole d’agosto, aspettando la jeep di polizia, a me, nominato clandestino, pareva che tutto andasse in fumo: l’incontro con i miei, l’andarsene lontano e ricominciare tutto da capo. E la jeep arrivò e il poliziotto di guida, grosso e grasso, subito mi disse che nel Golfo di Capodistria c’era una nave a bordo della quale venivano raccolte le persone come me per essere spedite si-sa-dove, in Bosnia. Il Grasso [lo nominai così] accese tutte le luci blu, rosse e dio sa quali ancora, mi ordinò di salire con lui. Appena partiti, il Grasso accese anche la sirena, poi inserì un’audio casetta e alzò il tono al massimo. Viaggiavamo per una decina di chilometri, quasi in modo festoso; dentro la macchina tuonava la voce gracchiante di un gruppo musicale che mile volte ripeteva baby, baby; sopra la macchina giravano le luci multicolori e ululava la sirena. Il Grasso mi disse qualcosa ma non riuscìì a capire che voleva. Mi accusò di essere probabilmente sordo e, alzando la voce, aggiunse che sono un vigliacco disertore. Gli risposi che era meglio essere un vigliacco disertore che un poliziotto che non rispetta la Convenzione di Ginevra. Le mie parole gli provocarono troppa confusione; sapeva che Ginevra è in Svizzera, ma nulla sulla Convenzione. Poi, non nascondendo il tono sarcastico, disse che non c’è dubbio che io sono un intellettuale del c…o. E io ripetei le stesse parole: meglio essere un intelletuale di c…o che un poliziotto che non rispetta la Convenzione di Ginevra. Arrivati a una stazione di polizia che dista appena due, tre chilometri dal confine, il Grasso mi portò dentro e mi chiuse in una cella, piccola, che assomigliava a una gabbia, con un banco solo e una finestrina in alto, sbarrata, oltre cui si vedeva un quadratino di cielo azzurro. Restai dentro alcune ore, poi mi chiamarono a firmare una dichiarazione da me mai dettata a nessuno dei poliziotti e mi rifiutai a firmarla. Per i bisogni, fino alla porta del bagno, mi seguiva uno dei poliziotti, armati con il fucile. Poi, di nuovo nella jeep; il Grasso e io partimmo per Capodistria, al Tribunale regionale, per fortuna entrambi in silenzio. Per quelli come me, clandestini, era previsto un rito abbreviato. Il giudice era una donna quarantenne che da quel foglio che non volevo firmare dettava la sentenza a una dattilografa, più vecchia di lei, che teneva la testa bassa. Ero accusato di entrare clandestinamente in territorio sloveno e di conseguenza dovevo essere espulso e pagare una multa… Avevo soltanto diecimila lire in tasca. Andavano bene per l’accusa. Solo in un momento vidi il volto di quella donna che batteva la sentenza. Era pallido, gli occhi pieni di pietà. Giudicai la sentenza in netta contrarietà con la Convenzione di Ginevra e dissi che il giudice non sapeva che volessero mandarmi a bordo di una nave. Né la prima, né la seconda osservazione piacquero al giudice che ordinò il mio allontanamento dall’aula.
Il mio amico prete non mi lasciò, fece il possibile per salvarmi. Telefonò a uno scrittore di Lubiana che mi conosceva, che si rivolgesse al ministero degli interni, ma quel mio conoscente disse soltanto che ci voleva un po’ di comprensione per la polizia; molti poliziotti sono reduci di quella guerra contro l’armata jugoslava ecc. Ma il mio amico prete riuscì a trovare un altro poliziotto, arrivato come capo del secondo turno alla stazione. E quell’uomo, avendo pensato un attimo, mi lasciò la scelta: l’Austria o l’Italia. A pochi passi dall’Italia, pronnunciai il nome del Paese in cui lo stesso giorno avrei trovato il rifugio. Prima in una chiesa sul Carso giuliano, poi a Trieste, città in cui si realizzò una vera e propria catena di solidarietà nei miei confronti. E dal 1 novembre 1992 mi trovai, insieme ai miei cari, a Zugliano, paesello nella periferia sud di Udine, in cui appena era incominciata l’attività del Centro di accoglienza per i profughi, i richiedenti d’asilo e gli immigrati «Ernesto Balducci». [Per sapere: non è un cpt – sinonimo elegante per i centri-lager raccolta dei clandestini; è l’isola più grande dell’arcipelago della solidarietà e della pace in Friuli-Venezia Giulia]. E’ il luogo in cui viviamo, in cui ora abbiamo una nostra casa. La mia collaborazione culturale con gli amici del Centro, che attualmente ospita una cinquantina di immigrati, prevalentemente originari dai Paesi africani colpiti dalle guerre invisibili, è continua. Particolarmente con l’amico don Pierluigi Di Piazza, responsabile del Centro.

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