Primo marzo. Anch’io ero clandestino (1)

Pubblico a puntate un bellissimo pezzo dell’amico scrittore bosniaco Bozidar Stanisic che ringrazio per avermi dato la possibilità di riproporlo qui.

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (1)
di Bozidar Stanisic

Il 14 agosto 1992, nelle vicinanze del confine italo-sloveno, mi fermò una pattuglia della polizia slovena, mi chiese i documenti. Li avevo, ma erano di uno Stato che non c’è più, dell’ex Jugoslavia. Uno dei poliziotti via telefono mandò al comando questo messaggio: «Abbiamo uno… Mandate una jeep per portarlo… E’ un clandestino!». Il clandestino ero io.
Presentarsi agli altri, gentilmente; poi con un sorriso-maschera gentile ripetere due, tre volte il proprio nome e cognome, esotici perché non italiani, credo sia una delle situazioni comuni della vita quotidiana di ogni immigrato mentre si trova a vari sportelli oppure in una semplice festa in prezenza di persone finora sconosciute. Ci sono però immigrati che oltre a presentarsi in modo borghese potrebbero fare altre scelte, soprattutto come testimoni della storia. Un giovane colombiano di nome Alvaro potrebbe presentarsi come colui che ha vissuto l’uccisione di tutti i suoi nove familiari ed è riuscito a fuggire perché voleva vivere malgrado tutto; un kurdo di nome Jusef e sua moglie Aisha che su una zattera di gomme di auto usate sono riusciti a raggiungere un’altra sponda di un grande fiume in Iraq e a salvarsi dai loro persecutori; una ragazza sudanese di nome Asef originaria del Darfour è riuscita a passare a piedi la gran parte del Sahara e via mare a raggiungere l’isola di Lampedusa; un uomo di nome Ivan, dell’ex Jugoslavia: ingannato dalla follia nazionalista, da militare aveva passato due anni in una guerra fratricida e aveva deciso di disertare; un’argentina di nome Dolores insieme a millioni di suoi connazionali, ha subìto le conseguenze del crac finanziario del suo Paese ed è venuta in Italia, paese nativo dei suoi bisnonni… E così via, c’è una moltitudine di persone presenti in Italia, di nome comune aggiuntivo extracomunitarie, che potrebbe presentarsi in modo insolito, come è tragicamente insolita la storia in movimento che aveva colpito e colpisce i milioni di volti, dall’impoverimento alle guerre, quasi mai senza complicità diretta o indiretta dei centri del potere politico, economico, finnanziario e militare dei Paesi i cui nomi, come echi di un paradosso della storia già nominata, per loro sono i simboli della loro speranza.
E colui che vi racconta tutto ciò, oltre a presentarsi come disertore, traditore di più di una delle patrie, uno di cinque milioni di persone che nel periodo 1991-2000 hanno cambiato la «residenza», potrebbe considerarsi anche come ex-clandestino, perché clandestino lo era, un giorno solo ma lungo come nessun altro. E non solo lungo, ma pure indimenticabile – perché dimenticare è uguale a rinnunciare alla sostanza della nostra umanità.

Una risposta a Primo marzo. Anch’io ero clandestino (1)

  1. i. scrive:

    siamo tutti naufraghi dello stesso destino. un giorno con la gola capace di emergere dall’acqua e cantare e guardare il cielo e i gabbiani, e il successivo, nei bui fondali, con la testa al posto dei piedi, gonfiare i polmoni dell’ultima acqua. Uno il sole, come uno è il destino umano. e tutta la vita è un solo istante, come disse Alfonsina prima di darsi al mare con le tasche riempite di zavorra. o un solo giorno può essere tutta la vita, giorno lunghissimo e indimenticabile, come dice Stanisic… la polizia e i nostri malagovernanti più che i documenti, dovrebbero chiedere: con quale lacrime piangi? con quale sorriso esulti e gioisci?

    in attesa della continuazione, grazie.

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