Il rumore del fiume (5)

plave

Il rumore del fiume (quinta parte)
di Mauro Daltin

Il miracolo di un sonno rigeneratore si ripete ogni mattina. I dolori alle gambe diventano sopportabili, le vesciche pulsano con un po’ meno di insistenza, il collo e le spalle si sono riassestati. È strano percepire come il corpo riesca dopo una doccia, una cena e qualche ora di sonno a rigenerarsi quasi completamente anche se sottoposto a un insolito e continuativo sforzo.
Arriviamo a Kanal dopo aver attraversato prati e boschi. Le uniche indicazioni che abbiamo sono quelle di seguire la ferrovia per gli ultimi otto chilometri finali per raggiungere Plave. Sbagliamo strada e ci ritroviamo nel giardino di una casa. Una signora grassa sente le nostre voci ed esce. Ci saluta. Noi le chiediamo in italiano qualche indicazione. Lei farfuglia qualcosa, ci parla in sloveno e l’unica cosa che catturiamo è un “most” che poco ci aiuta. Lei inizia a camminare risalendo la strada e si rivolge a noi, ma è visibilmente seccata per non poterci essere d’aiuto. Ci fa strada in ciabatte, dondola a destra e sinistra e fisso il suo grasso che deborda dalla maglietta. A un certo punto grida un nome verso una casa, lo grida forte: “Igor” capisco io. Una voce esce dall’orto. Si scambiano qualche battuta, la donna ci saluta e noi rimaniamo con Igor, un distinto signore che subito ci comunica di essere l’ex sindaco di Kanal e che il paese è gemellato con una cittadina in provincia di Latina.
Parla un buonissimo italiano.
“Venite a mangiare le ciliegie. Ne abbiamo tantissime” ci invita lui.
Noi decliniamo per la stanchezza e per il colore del cielo che non promette niente di buono.
“Un po’ d’acqua?” continua lui.
Decliniamo ancora.
Gli spieghiamo da dove veniamo e dove siamo diretti.
“Dobbiamo seguire le rotaie?” chiediamo.
“Da giovane io per andare a scuola camminavo sempre lungo le rotaie. Passa un treno ogni tre-quattro ore” dice lui. Mi viene in mente la scena del film Stand by me quando i quattro ragazzini camminano sui binari sopra un ponte e si trovano alle spalle un treno; cominciano a correre come forsennati con gli occhi pieni di paura e le gambe in equilibrio su quelle strisce di ferro. Mi immagino una scena simile con il nostro gentile sindaco come protagonista.
Ci indica anche un’altra strada che seguiremo.
“Vi porto io in macchina” ci dice.
“Dieci minuti e siete a Plave” continua.
Io e Simone ci guardiamo, forse tentenniamo per qualche secondo.
“No, ormai ci arriviamo a piedi a Plave” diciamo.
Lui capisce e sorride. Avrebbe fatto lo stesso al nostro posto.
Lo salutiamo e ci incamminiamo. La strada è brutta, procediamo ormai a fatica con la sola spinta della testa. Non ci scambiamo quasi più parole, concentrati su ogni singolo passo. Attraversiamo il retro di grandi cementifici, a sinistra abbiamo sempre i binari. L’ultima ora di cammino è sotto una pioggia misto sole e un cielo carico di nubi e tuoni. Non c’è solo l’acqua del fiume adesso, c’è anche tutta l’acqua che cade dal cielo sulle nostre teste e i nostri zaini. Acqua dappertutto. Al cartello Plave cominciamo ad aumentare il passo, quasi in una ultima affannosa corsa, in un ipotetico sprint finale per tagliare un immaginario traguardo.

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