Il rumore del fiume (4)

most na soci

Il rumore del fiume (quarta parte)
di Mauro Daltin

Attraversiamo una Caporetto tutta in rifacimento, con la strada principale sollevata e decine di operai a rifarle il volto, forse nel tentativo di sdoganare il suo nome da quello che evoca.
Il giorno dopo da Kobarid a Tolmin camminiamo lungo una lingua d’asfalto stretta, del tutto priva di automobili. Attraversiamo paesi semi abbandonati, con case in via di perenne ristrutturazione, senza bar o alimentari. Sulle terrazze i panni stesi al vento, qualche macchina parcheggiata nei giardini, ma non si vede nessuno. Anche qui il senso di incompiutezza è forte. Non ci sono fontane, non si vedono gatti o cani, mai un bambino a giocare in un giardino. Qualche vecchia negli orti, qualche uomo con la birra in mano che riposa sotto la tettoia. E silenzio. Silenzio e verde dappertutto. Basta alzare gli occhi e i costoni delle montagne sono interamente coperti di alberi.
La Soča adesso è lontana e la ritroviamo vicino a noi solo alle porte di Most na Soči. La guardiamo e non sembra neanche lei. Sembra un fiume morto, l’acqua non scorre come sopra, il colore non è più bianco trasparente, ma verde scuro. Vicino alla riva della schiuma bianca e un paio di bottiglie di plastica a galleggiare.
“Ti stanno già rovinando, vecchio” dico.
“Non sembra un fiume” dice Simone.
Scopriamo poco più avanti che in effetti diventa lago a Most na Soči (ponte sulla Soča ). Un vero e proprio lago e, come ci diranno poco dopo, ricco di trote marmorate e temoli. Il paese è trafficato e il ponte è stretto e alto. A fianco del ponte un trampolino di legno altissimo da dove immaginiamo i ragazzi del paese sfidarsi in tuffi memorabili, diventare angeli o palle infuocate prima di infilarsi nell’acqua come frecce.
Entriamo in una gostilna e ci sediamo al bancone. Ordiniamo due birre. L’oste è un uomo dai modi gentili. Ci combina una camera per dormire la notte con l’aiuto di un cliente seduto a un tavolo.
Si informa da dove veniamo, da che città italiana e che cosa ci facciamo lì.
“Pescatori?” chiede.
“No” rispondo.
“Camminatori” aggiungo con un sorriso.
“Qua vengono pescatori da tutto il mondo. Francesi, tedeschi, olandesi, spagnoli, anche americani”.
“Ma pescano nel lago?” chiedo.
“Anche. E nei fiumi qua attorno. Ma gli italiani non ci vengono più” dice.
“Ci venivano?” chiedo.
“Sì, negli anni Ottanta e Novanta qua c’erano solo italiani. Venivano a mangiare pesce, stavano qua anche una settimana intera. Da qualche anno sono spariti. Sarà la crisi” e sfrega il pollice contro l’indice nell’universale segno dei soldi.
“Sarà” dico io poco convinto.
Dopo tre giorni pieni di cammino la stanchezza si fa sentire e tutte le parole e i gesti sono rallentati e calmi. Sorrido spesso all’oste, non ho fretta di bere la birra e di andarmene. Ascolto gli uomini che parlano a voce alta e ridono forte. Ne ascolto il suono, cerco di immaginare dalle dinamiche dei loro gesti e dei loro sguardi l’argomento della conversazione. La stanchezza rompe un po’ di difese che siamo soliti portarci dietro. Apprezzo i pezzi di dialogo con un ragazzo che esce dalla cucina e che si mette a parlare con noi. Tutto attorno è ovattato. Non c’è frenesia. Ma la pace di chi è arrivato in un luogo e sa che per un po’ di ore, fino all’indomani, può far riposare piedi e gambe. Non c’è nessun altro pensiero.

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