Il rumore del fiume (3)

isonzo19

Il rumore del fiume (terza parte)
di Mauro Daltin

“Scusi, per Lepena?” chiedo a una signora molto anziana curva sull’orto a raccogliere qualcosa. Ne vedi tante di donne vecchie, con le calze di lana tirate su a mezzo polpaccio, un golf slabbrato e la pelle bruciata dal sole.
Lei pronuncia una parola in sloveno che noi non capiamo. Si avvicina l’indice all’orecchio e poi lo punta verso il letto del fiume.
“Seguite il rumore” pensiamo che voglia dire. Non lasciatelo mai, sarà lui a portarvi dove vorrete.
Non aspetta nessun cenno di ringraziamento, si riaccuccia sul suo pezzo di orto e noi andiamo. Qui è il fiume che segna il territorio, che lo divide in un di qua e in un di là. È la Soča che dà vita, che fa sorgere case, campeggi, interi paesi. L’intera Valle deve a lei la propria esistenza. Gli sloveni lo hanno capito e la ringraziano come sanno loro, curando un sentiero che dalle sorgenti termina poco prima di Bovec. È il Soska Pot, una camminata che rende onore alla Signora della Valle. Un percorso curato nei minimi particolari che scorre quasi sempre accanto a lei oppure la lascia al massimo per qualche centinaio di metri.
“Sembra che qualcuno alzi e abbassi il volume” mi dice Simone ad un certo punto indicando anche lui l’orecchio e poi il fiume.
“Che colore ti immagini?” mi chiede.
“Bianco”.
“Rumore bianco” fa lui.
“Esatto, come il titolo del film che abbiamo visto al cinema. Quello sul Tagliamento” dico io.
“E come un libro di Don De Lillo” continuo.
“Rumore bianco è l’insieme di tutte le frequenze udibili. In pratica il rumore bianco non esiste, graficamente è una linea continua, senza picchi. E il suono che ne esce sembra proprio quello dell’acqua” mi spiega con l’anima del musicista che gli è propria.
Sotto Bovec il sentiero finisce, noi ci agganciamo a una pista ciclabile e puntiamo a Trnovo ob Soči. Qui la Soča si allarga, rallenta, è come se si rilassasse dopo tutta quella spericolata corsa. I cani ci possono fare il bagno, noi uomini immergerci i piedi o bagnarci le braccia, i gommoni navigarlo senza pericoli.
Da qui è una camminata in mezzo a prati e boschi che si staccano leggermente dal fiume e salgono un po’ il costone della montagna. Si attraversano alcune proprietà delimitate da qualche lasco cancello, si incontrano dei ruderi e delle mucche che pascolano e guardano curiose il nostro passaggio. A Trnovo ritorniamo sull’asfalto e poi di nuovo giù lungo una strada di sassi in discesa che ci porta a Kobarid.
Penso spesso quando cammino che a piedi non si può imbrogliare. Su un terreno piano la velocità è di quattro chilometri all’ora, non ci sono santi. Non si può spingere sull’acceleratore come in auto e fare più in fretta, non ci si può alzare sui pedali e raddoppiare per un tratto la velocità della bici. A piedi ci può essere uno scarto minimo, insignificante ai fini pratici. Questo ha un grande vantaggio, quello, cioè, di poter calcolare sempre e comunque il tempo. Quanto manca? è una domanda che chi cammina si pone quando è stanco, quando i piedi fanno male e lo zaino tira i muscoli del collo e delle spalle. Ma è una domanda inutile perché il tempo e lo spazio sono dati, è un giocare a carte scoperte. Così, nei pezzi piani come questi, o nei tratti in leggera discesa, comincio a calcolare velocità medie, tempi di percorrenza e distanze per razionalizzare e tenere sotto controllo fisico e testa. Calcoli inutili quando le vesciche spingono sugli scarponi e pensi a tutte le cose che potevi lasciare a casa per risparmiare spazio e peso nello zaino.
Kobarid è una città di guerra. Ponti, fortini, sacrari, musei della grande guerra, percorsi tematici. Tutto ricorda il fronte italiano, la grande disfatta, le migliaia di morti. È strano arrivarci a piedi, dall’alto, impattare i nostri occhi sul Ponte di Napoleone, un arco altissimo sul fiume che si stringe tra le rocce per poi allargarsi come se si riducesse la portata e stringesse il suo letto in segno di rispetto per poi tornare ampio una volta superata la cittadina.
Kobarid è una specie di santuario che ti ricorda la guerra dei nonni, quella dove si viveva in trincea per mesi, dove si spingevano sui monti cannoni e fucili, dove all’ordine di avanzare ti facevi il segno della croce e ti gettavi addosso alla fine. Penso a mio nonno, a quando mi ha raccontato di aver ucciso un uomo perché altrimenti lo avrebbe fatto lui. E mi ricordo perfettamente quella domenica mattina quando io me ne stavo fermo di fronte a quel berretto grigio messo leggermente di sbieco sulla testa e non mi chiedevo nemmeno se aveva combattuto dalla parte buona o da quella cattiva, se aveva vinto o perso. Io, ragazzetto, che mi immaginavo il nonno con un fucile e l’elmetto, dentro un carro armato, tutto vestito di verde, a macchie, che teneva una sigaretta spenta tra le labbra oppure lo vedevo in una trincea dove ogni tanto si alzava e sparava un colpo per poi riaccucciarsi in mezzo al fango.
“Ne hai ucciso solo uno?” gli avevo chiesto.
“Sì, piccolo. Solo uno” mi aveva detto lui mettendo la sua mano piena di vene fra i miei capelli.
“E com’era?”
“Chi?”
“Quello che hai ucciso”.
“Era un ragazzo come me. Non me lo ricordo. Ho dovuto farlo”.
Quando mio nonno morì, il giorno del funerale la nonna prima che il loculo venisse sigillato per sempre grida un “Ciao Vittorio” che mi gela lo stomaco. Io penso a quel “ho dovuto farlo” e a quei due ragazzi uno di fronte all’altro e il destino che decide in una frazione di secondo chi sì e chi no.

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