Il rumore del fiume (2)

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Il rumore del fiume (2)
di Mauro Daltin

Il fiume è a destra, a decine di metri di profondità. È lui adesso che segna il territorio. Ne risaliamo tutto il corso in macchina, due ore circa che si trasformeranno in quattro giorni pieni di camminata.
Una timida signora ci accoglie nel piccolo rifugio alle sorgenti della Soča, in mezzo alla Val Trenta, nel parco naturale del Triglav. Sorride e si sforza a parlare un po’ di italiano. Sono in tre donne a gestire la casa. Gli uomini non ci sono. Dove il fiume femmina nasce lo custodiscono delle donne, come è giusto che sia, come qualunque momento della nascita dove gli uomini sono quasi del tutto eliminati dalla scena.
“Noi andiamo su, alla sorgente” la informiamo.
“C’è neve” dice lei.
“Quanto tempo serve?” le chiedo.
“Venti minuti” dice lei.
“A dopo”.
Lei sorride, torna a sedersi su una panca accanto alla stufa calda e si appunta su un foglio dei numeri.
Dopo una ventina di minuti siamo lì, di fronte a un blocco gigantesco di neve incastrato come fosse un diamante in mezzo alle rocce. Saliamo lungo la ferrata tenendoci stretti alla corda non del tutto stabile. In due punti barcollo. Guardo giù e vedo che il fiume sbatte violento sulle rocce. Ripeto fra me che ci vuole calma.
Non riusciamo ad addentrarci nel punto da dove la montagna sputa fuori l’acqua. C’è troppa neve e quindi troppa acqua. Rimaniamo fermi di fronte a questa pozza trasparente che proviene da sotto la roccia e che poi scende, si ingrossa, scarta grandi pietre per gettarsi nel vuoto. Tutto è silenzio attorno, tranne il grande frastuono del fiume.
“A piedi ci si inoltra nel paesaggio altrui alla lentezza giusta” scrive Erri De Luca e noi partiamo a seguire il corso di questo fiume che scorre in terra slovena e poi entra in Italia e cambia nome. Lo stesso destino di migliaia di sloveni che durante l’occupazione fascista si sono visti italianizzare i cognomi con l’obiettivo di cancellarne l’identità. Succede anche ai fiumi. La Soča a Gorizia si trasforma in Isonzo, come se non fosse più lo stesso fiume, passa dal femminile al maschile, da fiume donna a fiume uomo, come se l’acqua che sgorga dalla sorgente, giunta in Italia, potesse cambiare sapore e colore e necessiti di una diversa identità.
La Soča in terra slovena ha carattere forte e puro, soprattutto nella parte alta dove scorre veloce bianca e verde. Fino a Bovec è trasparente, si lascia guardare. A volte è timida e si va a nascondere in mezzo a gole profondissime. Altre volte è violenta e rumorosa. Ma in questa prima parte si capisce bene come siano i piedi l’unico mezzo per accostarsi a lei. Le si cammina a fianco, la si tiene per mano come una fidanzata, la si guarda con la coda dell’occhio e la sua vista ti rassicura e va di pari passo con il rumore: quando viene meno la prima cala il secondo che però rimane un costante sottofondo. Cammina insieme a te. Si fa attraversare da ponti un po’ pericolanti che ti mozzano il fiato e ti fanno dondolare. La puoi guardare dall’alto, dalla riva destra o da quella sinistra, ti puoi sedere su una grande roccia in mezzo al suo letto o immergere i piedi nella sua acqua fredda. Soprattutto a piedi ne puoi guardarne il cuore, ne vedi il fondale bianco, le pieghe lisce delle rocce.

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