Il rumore del fiume (1)

isonzo7

Dalla camminata lungo il corso sloveno della Soča è nato questo reportage/racconto che pubblico a puntate qui.

Il rumore del fiume (prima parte)
di Mauro Daltin

Una fila di macchine è incolonnata dietro semafori temporanei che regolano il traffico. La strada in certi punti ha ceduto verso il fiume e stanno cercando di puntellarla per metterla in sicurezza. Ce ne sono un paio consecutivi che ci rallentano. Quasi tutte le macchine davanti a noi hanno legate sui tettucci delle canoe o dei kayak colorati che sembrano frecce pronte a rompere il muro dell’aria. A destra Simone scorge ogni tanto la Soča e cerca di capire dove passeremo, dove si nasconde il sentiero. Sembra che tutto vada lento. Gli operai stanchi sul ciglio della strada, un paio intenti a parlare nelle ricetrasmittenti, uno sposta con la pala un po’ di ghiaia senza convinzione.
Pare che tutto sia fermo, incastonato dentro queste vallate verdissime. Che non ci sia alcuna fretta.
“Non finiranno mai la strada se continuano così” dice Simone.
Ai lati vediamo case in ristrutturazione. C’è un senso di abbandono, come se i lavori una volta iniziati, poi, si fossero fermati per qualche strano motivo. Come se una notte tutti da qui se ne fossero andati e la mattina nessuno avesse rimesso mano alle cose. Incompiutezza è il termine che mi viene in mente. Accosto questa incompiutezza al vicino confine appena attraversato. Adesso quando passi un valico transiti sotto una tettoia con dei vetri dove dietro non c’è più nessuno che ti ferma e ti chiede qualcosa. Non te ne accorgi nemmeno che sei di là. Non c’è più il passaggio, tutto ha i caratteri della continuità. Non ci sono gli uomini che ogni mattina da centinaia di anni si svegliavano e andavano a occupare il gabbiotto con le divise e le facce scure e esercitavano il loro piccolo potere di controllo, di permessi, di ispezioni. Sono passati contrabbandieri, clandestini, briganti, droghe nascoste in ogni dove, organi, animali di chissà quali specie, musicisti, danzatori, artisti, operai, bambini, terroristi, famiglie e prostitute. Tutti. E per tutti quella era la frontiera da passare con sudori sulla fronte e freddezze mal celate. Una mattina poi tutto e tutti hanno smesso di passare e i doganieri hanno finito di controllare, di chiedere documenti o smontare una macchina sospetta. Dove sono andati a finire i doganieri di Uccea che se ne stavano in mezzo al nulla tutto il giorno? Che fine hanno fatto i contrabbandieri, i clandestini, gli organi, le droghe e tutti gli altri? Si sarà tutto spostato su altri confini perché ci sono cose che esistono solo se passano da un luogo all’altro. Incompiutezza. Qualcosa che rimane sospeso, che sia una casa, una strada, una paura, un pezzo di conversazione, un passaggio. Forse la paradossale nostalgia di quei doganieri, ragazzi come te, come me, vestititi di tutto punto che sfogliano tutto il giorno carte di identità o passaporti e controllano come ti chiami e dove vivi e si chiedono che cosa diavolo ci vai a fare da loro.
Incompiutezza anche come mancanza di qualcosa che c’era e non c’è più, una frontiera da oltrepassare, una seccante abitudine per molti, il simbolo di qualcosa di grande per qualcuno. Un di là dove andare, semplicemente.

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