Nella Bassa con lentezza, di Pino Cacucci (3)

treno

Nella Bassa con lentezza
Viaggio sulla Suzzara-Ferrara, una delle ferrovie più antiche d’Italia. Per riscoprire il territorio e le sue bellezze artistiche.

di Pino Cacucci

(articolo tratto da Viaggi di Repubblica e gentilmente concessomi dell’autore)

La Suzzara-Ferrara venne inaugurata il primo luglio del 1888, dunque una delle più antiche tratte d’Italia, dove la ferrovia vantava albori pionieristici fin dal 1839 con la Napoli-Portici, e attorno al 1860 si sviluppava nel Piemonte savoiardo subito imitato da granducati e pseudoregni vari del centro e del sud, ma allora, per dirla con Metternich, non esisteva ancora una nazione bensì una mera “espressione geografica”, e buona parte delle ferrovie si snodava su regioni controllate dall’Austria. Fatta l’Unità d’Italia, e in attesa di fare gli italiani (impresa che neppure la ferrovia ha potuto del tutto compiere) i binari che univano la superba città d’arte degli Estensi alle sontuose vestigia dei Gonzaga, attraversavano la pianura che gli etruschi prima e i romani poi avevano cominciato a dissodare e bonificare, terre alluvionali che siamo abituati a considerare fertili e sistematicamente coltivate, ma un tempo erano un purgatorio di inospitali acquitrini e malsane paludi, impossibili da percorrere sia a piedi che a cavallo.

Finché furono cavalli d’acciaio a fendere la prateria dell’immensa piana padana, locomotive a vapore che si pensò di chiamarle come le città attraversate o solo lambite – Sermide, Villafranca, Ferrara, Mantova e Belfiore, quest’ultima più in ricordo dei martiri indipendentisti che del paese in sé – e poi come i fiumi sui quali si avventavano varcando ponti di legno e ferro imbullonato – ogni motrice era una creatura “personalizzata”, aveva un nome come si usava con i cavalli vivi e nessuno le avrebbe mai confuse tra loro – e così i fuochisti spalavano carbone nella pancia rovente di una Po, o Secchia, Panaro, Reno, Mincio… In seguito, arrivò la vena poetica, e i macchinisti impararono ad ammansire focose Ariosto, Virgilio, Dante e Petrarca. Solo il cognome restava identico: Maffei, la ditta di Monaco di Baviera fondata dal discendente di un casato veronese. Nel 1936, le vecchie vaporiere furono sostituite da ‘moderne’ littorine: allora il Littorio infestava tutto, dall’architettura ai treni, e per tanti decenni ancora avremmo chiamato così il convoglio color caffè annacquato dalle forme tondeggianti, sorta di torpedine su rotaia concepita quando nessuno parlava di aerodinamica ma, tutto sommato, era a quella che ci si era ispirati.

Poi, ogni vagheggiato progresso venne sgretolato con l’entrata in guerra: nel solo 1944, con l’avvicinarsi del fronte, la linea subì ben 29 bombardamenti. Le vetuste macchine a vapore, relegate ai treni merci, ripresero il posto delle littorine rimaste senza benzina, e tirarono avanti tra spezzoni incendiari e mitragliate dei caccia alleati fino all’aprile del 1945, quando furono così tante le bombe cadute dal cielo da non lasciare in piedi un ponte, mentre i binari divelti si protendevano in aria come rettili futuristi: le gloriose Numero 11 “Secchia” e Numero 12 “Panaro” erano spirate, con le caldaie perforate e le cabine sventrate…
Tutto dimenticato in fretta dai gaudenti italiani del cosiddetto “ boom economico”, quando le vacanze al mare divennero quasi d’obbligo per chi in quella bonanza ci sguazzava, e prima che si scoprisse la falsa “libertà” degli ingorghi automobilistici, la direttrice Suzzara-Ferrara trasportava stuoli di lombardi alla ‘coincidenza’ per le spiagge della riviera romagnola o i lidi ferraresi. Erano i tempi d’oro della Freccia Orobica, quando i treni sembravano saette anziché mesto tran-tran da spostamento giornaliero, su cui dormicchiare sognando tempi migliori… Come fanno oggi gli operai della Iveco di Suzzara: qui esiste ancora, dunque, la classe operaia, che in paradiso non ci andrà mai, però si accontenterebbe di pari dignità fra un treno superveloce e un convoglio di onesti lavoratori. Devo ammettere – con rara soddisfazione per me che di treni ne prendo tanti e troppo spesso me ne lamento – che questa tratta è più decente di tante altre: pur non essendosi riciclata come tragitto turistico – e invece ne ha tutte le prerogative – nonostante sia ancora “utile” e non effimera, le carrozze risultano decenti e quelle più vecchie hanno un’aria da decoroso rimpianto di epoche andate, sarà anche per la ragazza seduta poco più in là: legge un romanzo di Jack London, Il vagabondo delle stelle.

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