Nella Bassa con lentezza, di Pino Cacucci (1)

treno2

Un altro reportage in treno dello scrittore Pino Cacucci che gentilmente mi concede la pubblicazione. Anche in questo caso il pezzo sarà pubblicato a puntate ed è già apparso su Viaggi di Repubblica.

Nella Bassa con lentezza
Viaggio sulla Suzzara-Ferrara, una delle ferrovie più antiche d’Italia. Per riscoprire il territorio e le sue bellezze artistiche.

(articolo tratto da Viaggi di Repubblica e gentilmente concessomi dell’autore)

di Pino Cacucci

ERANO GLI ANNI SESSANTA, e usciti da scuola andavamo a fare quello che adesso ci sembrerebbe un gioco pericoloso, ma allora era una giocosa sfida al mostro d’acciaio che, in fin dei conti, ci appariva amico. Mettevamo monete da dieci lire sui binari, e aspettavamo che passasse l’accelerato. Fu anche il primo contrasto tra realtà logica e linguaggio: perché chiamare ‘accelerato’ il più lento dei treni che fermava praticamente dappertutto?
Forse il senso stava nel ripartire: doveva accelerare infinite volte, mentre gli altri – quegli espressi ammantati di esotica lontananza, che portavano in terre lontane – mantenevano una velocità costante, e chissà se si spiegava così, quel nome incongruente. Dunque, passato l’accelerato, si correva fra le traversine a cercare di recuperare le dieci lire in lega di alluminio: che spesso sparivano chissà dove, ridotte a lamelle sottili e quindi volatili, trascinate via dal vento sferragliante del convoglio. Ben poche monete, ritrovavamo. Ma quelle poche, erano dei trofei: incredibile quanto potesse diventare larga e simile a un’ostia ovale una miseranda monetina da dieci lire dopo la titanica pressione delle ruote di un treno…

Le spighe da un lato, e l’aratro dall’altro, si dilatavano assumendo forme assurde. L’unico mezzo di trasporto più longevo del treno, in termini di usanze e costumi umani, è il cavallo, che ha fatto spostare i bipedi per millenni, mentre le linee ferrate hanno a malapena un secolo, al massimo uno e mezzo. Eppure, nessun altro veicolo ci ha finora infuso la sicurezza e la tranquillità del treno – specie per noi che non consideriamo tempo perso quello del viaggio, impiegato per leggere, scrivere, pensare o soltanto guardare o dialogare – e a parte ritardi, intoppi e traversie varie, sedersi e lasciare qualcun altro il compito di portarci a destinazione, induce stato d’animo così in contrasto con l’epoca in cui viviamo, di fretta nevrotica, aggressività al volante, decisionismo d’accatto su autostrade intasate e senso di frustrazione da coda in dove basterebbe tornare alla vetusta bicicletta per arrivare prima. [continuerà nei prossimi giorni…]

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