La Dalmazia di Emilio Rigatti

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L’intervista è tratta da “Andamento Lento”, il nuovo blog di Ediciclo.

In occasione dell’uscita del nuovo libro Dalmazia Dalmazia. Viaggio sentimentale da Trieste alle Bocche del Cattaro, Ediciclo Editore, collana Altreterre, rivolgiamo cinque domande allo scrittore-viaggiatore Emilio Rigatti.

Emilio, dopo l’attraversamento completo dell’Italia (Italia Fuorirotta), finalmente ti ritroviamo di nuovo in sella con Dalmazia Dalmazia. Raccontaci com’è nato questo viaggio e poi il conseguente libro che esce nelle librerie proprio in questi giorni.
Sul “finalmente” lasciamo che giudichi il famoso lettore. Magari potrebbe dire anche “di nuovo Rigatti! Ossignore…”. Il viaggio è nato… ma quale viaggio? Ti spiego: in realtà in Dalmazia in bici ci sono andato molte volte, negli ultimi otto anni, ma quello che racconto è solo uno dei viaggi che ho fatto. Perché ho scelto quello e non un altro? Perché è stato speciale per diverse ragioni. Ho ritrovato degli amici montenegrini che non vedevo da quasi trent’anni, ed è stato un improvviso tornare indietro e sentire il sapore agrodolce del tempo che passa. Dopo tutto quello che c’è stato in Iugoslavia, con l’obbligatorio “ex” davanti, non sapevo se li avrei trovati, e tutti. E invece sì, c’erano, con le loro “sobe” (stanze) in affitto e con qualche anno in più sul groppone. Beba, per cui avevo preso una leggera cotta illis temporibus e con cui andavo a vendere verdure al mercato di Sveti Stefan, è diventata un medico che gira in mercedes, uno status symbol dal Montenegro all’Albania.
Poi mi sono fatto prendere la mano da una recherche mortuaria per scoprire se i Rigatti avevano una tomba nel cimitero di Zara. Trovata! Ho un pied – sous – terre anche là, se voglio. Poi è stato un viaggio in cui ho fatto degli incontri molto belli, specialmente a Bol, nell’isola di Brač, La Brazza in italiano. Con Vanja e Vanja, con Zapovjednik…ma sto riscrivendo il libro oralmente. Poi chi lo compra?

Il sottotitolo recita: “viaggio sentimentale da Trieste alle Bocche di Cattaro”. Come mai è un viaggio sentimentale? Cosa ha rappresentato per te?
Il Viaggio Sentimentale l’ho rubato – sono un noto ladro di titoli e citazioni, lo sai, vero? – a Sterne, anche se ogni viaggio per me è sempre sentimentale. Questo lo era in modo particolare perché, oltre a quelle asfaltate, percorrevo le strade dei ricordi familiari. Questo perché a casa mia la presenza di Zara e della Dalmazia l’ho sentita, non dico fortissimamente, ma in maniera decisa, anche se con minor forza rispetto alla generazione che mi ha preceduto. Con le generazioni il ricordo si affievolisce, si estingue, e siamo inconsapevoli portatori di chissà quante dimenticanze. Questa presenza la devo specialmente ad alcune persone: le zie Nore – sono due – , i Luxardo e i Talpo e mio nonno Marco Rigatti che, con una certa parsimonia, mi faceva gocciolare di tanto in tanto dei ricordi di gioventù. Si era creata nella mia testa quella che poi avrei riconosciuto come una “città invisibile”, leggendo Calvino molti anni dopo. Ma già da bimbo mi figuravo le sue mura e le sue calli con una tale forza che, quando mio padre mi ci portò a sette anni, ero convinto di saperla girare come se avessi una specie di GPS affettivo in qualche parte della centralina cerebrale. E in effetti quest’illusione aveva un che di reale: “ero” a Zara, quindi non c’era possibilità di perdersi. In ogni punto della città ero nelle parole dei parenti e delle zie. Ecco: la trasmissione del ricordo è stata più matrilineare che patrilineare, come l’ebraismo. Vai a capire…

Il libro è fatto di tanti incontri: con vecchi e nuovi amici, passanti, ospiti, gendarmi… Ci vuoi raccontare l’incontro/scontro che ti ha più colpito?
Il pensiero ciclistico-filosofico mi ha portato ad abolire le classifiche, come se il viaggio lento fosse uno stato di grazia senza cedimenti e senza picchi. Quando mi chiedono di dire qual è il luogo più bello o la persona più straordinaria che ho incontrato, resto sempre perplesso. D’altronde, dare un ex-aequo a tutti mi sa troppo di comunismo cinese, e in questo devo ammettere che forse la domanda ha un po’ di senso. Ti faccio due nomi, allora. Uno potrebbe essere Mate, una persona che in realtà non trovo in questo viaggio perché; quando arrivo a casa sua, a Lesina-Hvar, mi dicono che è stato sepolto due giorni prima. Una bella botta. Ma racconto com’era, il vecchio Mate, col suo spirito ecumenico e pacifico nel mezzo della guerra fratricida, programmata non da Caino e Abele, che si sparavano tra loro, ma da qualcuno che stava più in su e più al sicuro. L’altra è Ivan Pocek, un pacifista montenegrino che ama i confini e le differenze, sentendole come una ricchezza e un ventaglio di possibilità di scambi. E non come una minaccia, come una linea oltre la quale il diverso sta in agguato. Percezione tristissima e diffusissima, che relega chi prova questi sentimenti poco fraterni nel CPT dell’ignoranza.

Torni di nuovo nei Balcani, dopo averli attraversati per andare a Istanbul. Sembra che ci sia una calamita che ti trascina a Est. E’ così? Sud America e Balcani: mondi apparentemente così lontani e così diversi che conosci molto bene. Come li descriveresti in breve?

Bè, se dici a un dalmata che è un balcanico non so se concorderebbe con te. I Balcani sono ormai, almeno in questi decenni, un luogo mentale più che geografico. Un luogo dove succede il male, la gente si spara, ci sono le guerre e i fantasmi delle guerre passate – quelle degli ustascia e dei cetnici – si aggirano per l’immaginario collettivo come lo spettro di Banco nel castello di Macbeth. Detto questo, i Balcani, con e senza virgolette, mi piacciono per molte ragioni, anche se la Dalmazia secondo me è fuori da questo immaginario. Ma l’attrazione fatale verso est ha ragioni molto più prosaiche. Lo confesso? Amerei molto vagabondare per un paio di mesi tra Francia e Gran Bretagna, a cattedrali, formaggi, paté, dolmen e ostriche. Ma le finanze sono piuttosto asfittiche e quindi mi dirigo sempre verso quei paesi che mi permettono lunghe permanenze senza prostrare le economie familiari. Preferisco cento giorni da pecora che un giorno da leone. “Lui” non sarebbe molto fiero di me, I’m sorry. Non sarà una ragione molto letteraria ma è vera. In più la gente mi piace ed è ospitale. Dell’Albania, che ho percorso in bici un paio d’anni fa, ho un ricordo molto bello. Comunque, se faccio il botto e vendo 50.000 copie, il prossimo libro si intitolerà “Allonsanfàn en biciclette” e disserterò sulle differenze tra le ostriche del Mediterraneo e quelle dell’Atlantico. Quanto al Sud America e i Balcani non mi lancio in descrizioni in breve: sono così diversi e distanti nel mio immaginario che in realtà non li accosto, anche se tutti e due hanno un posto nel mio hard disk. Ecco: se devo dire le cose dei due paesi che mi vengono in mente per prime sono; la musica, il calore umano e le civiltà precolombiane per il Sud America; per i “Balcani” – ci mettiamo le virgolette – il fascino del vicino che è lontano, della splendida lingua, che sogno di imparare alla perfezione anche se dovrò accontentarmi del poco che so, e delle amicizie imprevedibili che ho costruito con persone che provengono o vivono là.

“Non si va mai abbastanza piano” dici a un certo punto nel libro. E’ la lentezza il segreto per godersi un viaggio e il mondo in generale?
Per me sì. La lentezza ha trasformato, in parte almeno, il mio modo di percepire le cose e di pensarle. È un viaggio continuo che ti allontana dal tuo modo di essere di quand’eri un veloce, uno che prendeva l’auto e diceva: vado là, sfreccio lì, vado a trovare Tizio o Caio. Il cambio è profondo ma non è percepibile agli altri, per i quali sei semplicemente uno che va in bici e che racconta delle banalità. “Avete visto com’era il monte Cavallo, stamane?” “Certo che l’abbiamo visto, bello.” “L’acqua dei fossi comincia a sgelare e fa dei disegni bellissimi.” “Bè, certo, dev’essere bello”. Mi rendo conto che solo apparentemente parliamo delle stesse cose, ma in realtà sto percorrendo uno spazio diverso. Minima Pedalia, che racconta di questo viaggio lento e continuo, mi ha permesso di incontrarmi con i pochi abitanti di questo pianeta obliquo, vicino e lontanissimo. Più passa il tempo e meno mi vien voglia di spiegarle, queste cose. Ho maturato una sorta di segreta ed egoistica soddisfazione di essere uno dei pochi – non certo il solo, ma siamo pochi, ne sono certo – a conoscere l’ingresso segreto nel mondo di Alice. So dov’è la caverna del tesoro, quando ho bisogno di dobloni ci vado, li prelevo in silenzio e me li godo. Sono una bella figura di egoista, lo so…

3 risposte a La Dalmazia di Emilio Rigatti

  1. estremamente interessante. complimenti. Finalmente qualcuno che si occupa di viaggi e turismo fuori dal main stream. Saluti dall’Istria.

  2. squidoo.Com scrive:

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  3. caro emilio, tempo fa ti ho scritto una email : io sono figlio di profughi fiumani e polesani, nato in Italia dopo l’esodo. Il tuo libro mi ha sospinto ad emularti e dopo il giro dell’Istria (in verità molto impegnativo per i continui saliscendi) nel 2010, quest’anno con un amico ho seguito pari-pari il tuo percorso, ma solo sino a Ragusa, rientrando in traghetto da Ragusa a Spalato e da Splato a Fiume: proticamente una minicrociera, economica e rilassante. Siamo appena tornati (28 giugno 2013) dopo 660 km in 11 giorni ! Grazie Emilio ! Augusto Rippa Christi Marincovich. Email

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