Va’ dove ti porta il treno (4), di Pino Cacucci

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(Foto di di Paolo Picciotto)

Ultimo viaggio in Sicilia assieme a Pino Cacucci. Poi raggrupperò i tre reportage pubblicati (di Emilio Rigatti, Enrico Brizzi e Pino Cacucci) in dei file pdf così da poterli scaricare interamente.

Va’ dove ti porta il treno (4)
di Pino Cacucci

Ripreso un altro treno sulla stessa tratta, eccoci finalmente a Noto, una “scenografia” di piazze e scalinate e terrazze, trionfo del barocco siciliano che lo storico dell’arte Cesare Brandi definì “giardino di pietra”, quella che qui ha un colore tra il rosa e il dorato, finemente intagliata in facciate e balconi, dove la monumentalità di chiese e palazzi, orgoglio di un’aristocrazia legata al vicerè spagnolo, si alterna alla città “minore”.
Riprendiamo la strada ferrata, attraversando i vigneti del rinomato Nero d’Avola, un rosso corposo che scaturisce da un vitigno robusto, in certi casi “ingentilito” sposandolo per esempio con il frappato, antichissimo vitigno di probabili origini iberiche, dando così origine al pregiato Cerasuolo di Vittoria.
Dopo Avola c’è Cassibile, passata alla storia perché qui, il 3 settembre 1943, il generale Castellano firmò, per conto di Badoglio e dei Savoia, l’armistizio con le forze alleate rappresentate dal generale Bedell Smith. L’accordo rimase segreto fino all’8 settembre, quando venne reso pubblico alla radio senza aver messo in preallarme le truppe italiane, che nel giro di poche ore si ritrovarono nel caos totale, da alleate a nemiche dei tedeschi, preda facile di ogni rappresaglia.
E infine, Siracusa. Se arrivassimo dal mare, come fecero i corinzi guidati da Archia sette secoli prima dell’era cristiana… allora vedremmo l’isola di Ortigia sovrastata dai torrioni del castello Maniace, neanche un chilometro quadrato che i siracusani chiamano semplicemente “lo scoglio”, proteso a riparare le acque placide del vasto golfo sullo Ionio, il Porto Grande.
E chissà che meraviglie dovettero vedere i romani, che la conquistarono nel 212 a. C.: le mura, i templi, l’agorà, i sontuosi palazzi… Meraviglie che si dedicarono scelleratamente a distruggere in un immane saccheggio, anche se il console Marcello ordinò di risparmiare almeno gli edifici sacri. Erano inveleniti, i figli della lupa: da due anni assediavano Siracusa e per opera di un certo Archimede e dei suoi specchi “ustori”, si erano visti incendiare le navi come per un sortilegio, colpite da una sorta di raggi laser ante litteram, in un’epoca nella quale non si metteva in conto l’uso dell’energia solare a scopi bellici.
Noi, invece, arriviamo in treno, e subito visitiamo la sua isola ormai unita alla terraferma dall’ampio ponte Nuovo. Ortigia pullula di palazzi, cupole e campanili, in un armonioso tripudio di stili risalenti ai greci, ma con successivi apporti normanni, aragonesi, e infine il barocco, ovviamente. La fortezza quadrata fu fatta edificare nel 1239 da Federico II, e venne chiamata castello Maniace dal nome di un generale bizantino che si era incaricato di erigere una precedente postazione difensiva sulla punta estrema dell’isola Ortigia.
Ma forse il luogo di maggiore incanto è la Fonte Aretusa, sorgente che sgorga in una grotta a pochi passi dal mare, un mito che ha affascinato attraverso tante epoche ispirando poeti e scrittori, da Virgilio a Ovidio, citata da Cicerone nelle Verrine, cantata anche dall’arabo Edrisi, e in tempi più recenti da Milton, Gide e D’Annunzio.
Aretusa, ancella della dea della caccia Artemide, per sfuggire alle mire del focoso Alfeo, dio fluviale figlio di Oceano, fuggì dai boschi dell’Elide finendo a Siracusa, dove Artemide la tramutò in fonte. Ma Zeus fece altrettanto con Alfeo, che divenuto acqua di fiume, raggiunse la bramata ninfa scorrendo sottoterra. I poeti greci narravano che quando a Olimpia venivano sacrificati animali lungo il fiume Alfeo, le acque della sorgente a Ortigia si tingevano di rosso.
Nel centro di Siracusa si possono visitare numerose catacombe, le principali sono quelle di San Giovanni, di Vigna Cassia e di Santa Lucia: queste ultime conservano le reliquie della “santa protettrice degli occhi”, venerata dai fedeli locali e di tante parti d’Italia, al punto che esiste un sito internet dove affidare le suppliche scritte o rivolgere i relativi ringraziamenti. Il culto di Santa Lucia riguardò anche il Sommo Poeta: Dante Alighieri ebbe in gioventù una grave infiammazione agli occhi, dovuta, a suo dire, alle letture eccessive, e rivoltosi a Santa Lucia, era stato da questa miracolato. Riacquistata la vista, Dante le dedicò un posto d’onore nella Divina Commedia, facendone il simbolo della “grazia illuminante”, nonché sua umanissima soccorritrice venuta a condurlo in salvo dopo lo smarrimento nella selva oscura, portandolo in Purgatorio: Venne una donna e disse: I’ son Lucia, lasciatemi pigliar costui che dorme; sì l’agevolerò per la sua via

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