Va’ dove ti porta il treno (3), di Pino Cacucci

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Va’ dove ti porta il treno (3)
di Pino Cacucci

A Scicli scendiamo nell’attesa del treno che arriva in direzione opposta: si viaggia a binario unico e nelle stazioni si aspetta il segnale verde. Scicli è un piccolo gioiello barocco, il suo Palazzo Beneventano fu definito da sir Anthony Blunt “il più bello della Sicilia, di un pallido giallo oro che al sole acquista un’indescrivibile opulenza”. Mandorli, ulivi, vigne e distese di carrubi. Il possente e longevo carrubo è l’albero sempreverde che fa parte del territorio siciliano fin dai tempi più remoti, e se una volta offriva soprattutto cibo per gli animali da soma, oggi dai suoi baccelloni bruni, le silique, l’industria farmaceutica ricava componenti per gli antibiotici e per prodotti cosmetici, mentre lo sciroppo ricavato dalle carrube, così diffuso nella zona di Scicli, intensifica le facoltà intellettive per gli studenti in vista d’esami e dà energia nei lavori più duri. Negli anni ’40 veniva usato come rimedio a tutti i mali possibili e immaginabili, un toccasana universale, oggi è molto più apprezzato in Inghilterra, Germania e Francia – dove si esporta in grandi quantità – che in Italia.
Passando daIspica si impone una sosta, sia per il centro abitato come per quello disabitato, nonché per la zona della cosiddetta “cava”, e infine per il mare che dista appena sei chilometri. Anche Ispica ha avuto l’esistenza spaccata in due dal terremoto del 1693. Sulla collina è risorta la cittadina settecentesca, dove si è “innestato” il palazzo Bruno di Belmonte – odierno municipio – progettato da Ernesto Basile nel 1906, sorta di castello liberty assai suggestivo, con le sue torri angolari, le maioliche e le inferriate di ferro battuto, mentre l’Ispica medievale è rimasta abbandonata, i cui ruderi hanno dato vita al Parco archeologico della Forza, nome derivato da fortilitium, la dimora fortificata dei signori feudali Statella che sorgeva sullo sperone roccioso. In quanto alla “cava”, non è opera dell’uomo ma dei corsi d’acqua nell’altopiano calcareo che hanno scavato un canalone, quasi un canyon, lungo 13 chilometri, il più vasto e profondo della Sicilia orientale, dove vale la pena visitare le labirintiche catacombe. E infine il mare: tra Pozzallo e Pachino si estende un litorale di sabbia fine e dune intervallate da alte scogliere, odierni paradisi per villeggianti che in tempi remoti furono scenario di un evento nefasto, quando una tempesta fece naufragare proprio tra queste spiagge da sogno l’intera flotta romana inviata in aiuto ad Attilio Regolo durante la Prima guerra punica.
Storia e leggenda si sono ormai fuse e confuse, nella tragica vicenda di Attilio Regolo. Sconfitto con le sue due legioni dai Cartaginesi in Nord Africa, fu fatto prigioniero, e quando i romani si rifecero nella battaglia di Palermo del 254 a. C., catturando a loro volta un gran numero di cartaginesi, il console venne inviato a Roma per trattare la pace, ma Attilio Regolo convinse il Senato a continuare la guerra perché il nemico, a suo avviso, era stremato dal lungo conflitto. A quel punto, il console tornò a Cartagine per non venire meno al giuramento fatto, e quei cattivoni dei nordafricani lo avrebbero infilato in una botte irta di chiodi per poi farlo rotolare da un pendio.
[continuerà nei prossimi giorni…]

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