Cosa ho messo nello zaino (4), di Enrico Brizzi

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Cosa ho messo nello zaino (4)
di Enrico Brizzi

Assieme all’amico noto come “il Vietnamita” traversate l’anfiteatro di colline a sud del Trasimeno, vi perdete una dozzina di volte per via dei pali della segnaletica mancanti o abbattuti dai bracconieri, e in qualche modo, neri come il carbone, all’undicesimo pomeriggio di viaggio raggiungete l’antica e nobile città di Perugia. È l’unico grande centro che toccherete, è la metà del viaggio e potete rifugiarvi a casa del vostro amico free lance Galerio V. Anche lui lascia una ragazza a casa per unirsi al drappello, e in tre riprendete la strada verso Assisi. È strano passare così tanti giorni lontani dalle donne, e quando appaiono, specie se portano uno zaino in spalla e sembrano comprendere quel che vi ha spinti lontano da casa, irrompono nel tempo quieto della marcia come apparizioni fiammeggianti, capaci di rimettere in discussione quasi tutto quello che sapevi prima di partire. Ora sai di preciso dove stai andando, ed è il posto ai piedi del Conero dove, meno di un anno fa, hai passato con tua moglie la prima notte di nozze. Sarà là ad aspettarti, e ora la seconda parte del tuo viaggio sembra un ritorno fitto di sorprese. Percorrete a ritroso il tragitto dell’ultimo viaggio di San Francesco fra le balze del Subasio, dormite presso una rocca devastata dalle artiglierie quasi cinque secoli fa e mai più ricostruita, e da Nocera Umbra attaccate la dorsale appenninica fino a un valico percorribile solo a piedi, vicino all’epicentro del terremoto che quasi dieci anni fa ha raso al suolo molte frazioni disperse. Allora vi si spalancano sotto le prime valli marchigiane, e ormai l’acqua dei torrenti va a gettarsi nei fiumi che sfociano in Adriatico. Quando cominciate di nuovo a incontrare paesi, vi scambiano per scout sbandati, per ladri di polli, per gente che cerca lavoro nei campi. Dormite presso paesi chiamati Casaluna, Cuccagna, Osterianuova. Nei boschi cinghiali a non finire e spari dei bracconieri. Sul monte di Crispiero, tentando di raggiungere la chiesa rupestre di Sant’Eustachio, trovate il sentiero interrotto da una frana e il buio vi sorprende ancora lungo la strada del ritorno. Giacigli di fortuna: rifugi, angoli nascosti di proprietà, radure mimetizzate fra le ginestre. Di tre restate due, e diventa impegnativo arrivare in tempo all’appuntamento con il Quinto Uomo. Però in qualche modo ci arrivate, e anche dopo trecento chilometri di marcia e diciotto notti fuori di casa la strada non ha finito di riservarvi i suoi colpi di scena. A piedi è difficile scappare, e una volta piantata la tenda diventa quasi impossibile. È come fondare ogni sera una città minuscola, e una volta fondata serve difenderla. Il Quinto Uomo non è un vero camminatore, per questo gli hai riservato il tratto più facile, ma si batte come una tigre, e a forza di medicazioni, racconti introspettivi e micidiali frecce scoccate al cuore del Futuro, arrivate a vedere i campi di grano che affacciano sul mare, e il cerchio del tuo viaggio pare richiudersi in qualcosa di fiammeggiante e adatto a contenere tutte le storie dei tuoi amici e delle persone che vi hanno offerto da mangiare. All’editore avevi promesso una guida di trekking, ma al tuo ritorno, il primo giorno in cui ti sei seduto al computer, hai scritto senza accorgertene di te e tuo fratello, di quello che avevi lasciato a casa e dell’incertezza che sentivi. A sera ti sei accorto che quel che avevi scritto non somigliava a una guida di trekking, ma al primo capitolo di un nuovo romanzo. E così, come non facevi da molti anni, anziché domandarti come sarebbe andata a finire la storia, hai semplicemente seguito l’onda del ricordo e la spuma d’emozioni dolci e dolorose che portava con sé verso riva.

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