Cosa ho messo nello zaino (3)

Cosa ho messo nello zaino (3)
di Enrico Brizzi

Affidate le vostre anime e cominciate a camminare. Un passo dopo l’altro, come sapete fare da sempre. Puntate la cima più alta dell’Argentario, questo promontorio che un tempo era un’isola, e da lassù, circondati dall’immensità del Tirreno, vi riempite il cuore di buoni propositi. È abbastanza facile e consueto, dalla cima dei monti. Poi scendete di nuovo schiacciati al livello del mare, percorrete la lingua di terra del tombolo, sospesa fra la laguna e il mare aperto, e cominciate a guadagnare strada sotto il sole, verso un rosario di paesi e frazioni disseminati fra campi e frutteti. Cominciano gli incontri, e in tutto quell’aperto ogni uomo e ogni donna finiscono per raccontarvi un brandello della propria storia. Al terzo giorno di marcia raggiungete Saturnia sotto un cielo che pare di bronzo; potete fare il bagno alle cascate, e in quell’odore penetrante di zolfo mascherare i vostri volti con la creta bianca che si raccoglie a piene mani sul fondo del fiume. Ormai la fatica fa parte del vostro marciare insieme, e siete come consacrati all’impresa. Risalite per due giorni l’alta valle dell’Albegna. Primi boschi. Caprioli, cinghiali, voci di lupi liberi. Nelle radure fioriscono spontanee le orchidee. Le case si fanno più rade, vi fermate a ogni frazione per domandare da bere e ormai siete rassegnati ad apparire gente sospetta. A Triana c’è un castello che non si può visitare e una fontana. Comincia a piovere, vi rifugiate in una rimessa. Una vecchia vi offre delle frittelle e spiega la strada per Santa Fiora. Seguite il sentiero del versante meridionale dell’Amiata sotto una specie di uragano. Abeti cadono sotto i fulmini. Scendete su Abbadia San Salvatore, piantate la tenda vicino all’abbazia sollevati come i pellegrini medioevali. Il sesto giorno di marcia seguite i diverticoli della via Francigena fino a Radicofani. Terre spopolate, i maiali neri pascolano liberi. Ormai non sentite più la fatica, ma i piedi cominciano a riempirsi di vesciche. Traversate la Val d’Orcia, vi portate a Sarteano, Cetona, Chiusi. È l’ottavo giorno di marcia e tuo fratello deve rientrare in città. Come da solenne giuramento, l’amico noto come “il Vietnamita” ti raggiunge l’indomani alla stazione di Chiusi e ripartite insieme verso l’Umbria. Tappe semplici si trasformano in tormenti, se i piedi sono coperti di piaghe e vesciche, e fermarsi un giorno non servirebbe a niente. Serve curarsi ogni sera e ogni mattina, mentre sotto la veranda della tenda arde il fuoco azzurrino del campingaz e l’odore di caffè solubile arriva ad annunciarti che anche oggi sei ancora vivo. “Non verbis sed herbis redeunt in corpora vires” dicevano gli antichi, e anche noi camminatori d’oggi abbiamo a disposizione un buon campionario di medicamenti naturali per non appesantire l’organismo con prodotti chimici. Camminerai finché le piaghe non si cureranno, e forse le vesciche si trasformeranno in calli più in fretta di quanto tu possa credere. [continuerà nei prossimi giorni…]

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