Lago Titicaca. 13

settembre 22, 2010

Lago Titicaca. 22.09.2010

Ecco. Peru’. Parola ripetuta da mesi per spiegare questo viaggio, per raccontarlo, per immaginarlo. Luogo che sempre, chissa’ perche’ ho pensato fosse, insieme al Cile e a Cuba, uno di quei posti a cui ero inconsciemente legato. Ora a Puno, sul lago Titicaca, il lago navigabile piu’ alto del mondo, a poco meno di 4000 metri, che abbiamo circumnavigato in bus per circa 3 ore da Copacabana. Passato un confine abbastanza irreale, quello fra Bolivia e Peru’, anche se piu’ organizzato del precedente. Scatta un’altra ora di fuso orario e adesso siamo a -7 dall’Italia.
Tre ore di finestrino, il primo impatto con questo paese, impatto fatto di moltissimi animali al pascolo (maiali, lama, mucche), di confini di pietra molto meglio strutturati che in Bolivia, di scritte politiche ovunque.
“A questo punto credo che sia in Argentina che in Bolivia e in Peru’ ‘tirino su’ muri solo per scriverci sopra delle frasi di propaganda” mi dice Claudio. E in effetti anche in Peru’, anzi forse di piu’ che altrove tutti i muri sono coloratissimi di bandieri, simboli, nomi di politici, frasi ad effetto.
E poi questo finestrino e’ pieno di villaggi, di campi bagnati dall’acqua del lago. Sempre poverta’, ma diversa dalla Bolivia, almeno pare. Vedo anche un trattore, mai visto prima quando erano le mucche a tirare l’aratro.

Un passo indietro. Eravamo in barca sul Lago Titicaca in un punto in cui tutti scendono dal bus e vanno via lago. Anche il bus va via lago sopra un barcone. Suona il telefono di Claudio. Risponde.
“Mandi Claudio, sono Renzo. Renzo Stefanutti. Ti disturbo?”
“Mah, Renzo, io sono sul Lago Titicaca con Mauro, non so dove sei tu” dice Claudio ridendo.
Renzo (nell’ipod fra i pochi cd caricati c’e’ il suo, Il cercli crevat) comincia con la sua anda tutta sudamericana a dire frasi tipo “ce figada”, “ce biel” eccetera.
Ridiamo. Claudio dice: “Renzo, guarda che tu paghi fino al confine, ma io dall’Austria a qua”. Ridendo.

Un altro passo indietro (l’ultimo, giuro). Il gestore della camera da 4 euro, il mitico señor Salomon, in pratica ci ha fatto anche da agenzia turistica, prenotandoci il bus e facendoci trovare un suo amico (Julian), o non sappiamo chi, a Puno che ci ha prelevato e portato in un ostello (6,50 euro a persona, abbiamo tentennato ma poi abbiamo accettato anche se ci sembrava un po’ caro) e in stazione per il biglietto del treno. Una catena partita da Salomon, passata dall’autista della corriera e arrivata fino a qua. E qui, in stazione, la sorpresa che non ti aspetti. Nella nostra testa, nel nostro progetto iniziale a questo punto, a Puno, c’era l’Inka Tren, un treno turistico e costosissimo (ma era l’unica pazzia che ci concedevamo) che attraversava le Ande fino a Cuzco. Dieci ore spettacolari a vedere natura, montagne, vita e mercati attorno ai binari, pranzo e cena sul treno eccetera. Niente da fare. I campesinos peruviani hanno deciso che oggi e domani arrivano in marcia a Puno per protestare, per difendere i diritti sulle loro terre e i loro commerci. Risultato? Treno cancellato per due giorni. E bus che partono solo alla sera di mercoledi’ perche’ i campesinos sembrano incazzati parecchio e bloccano le strade.
Ci assale un po’ di sconforto. Ma poi penso che sia giusto cosi’. Alla fine che cosa c’entra questo treno da 220 dollari con il nostro viaggio fatto di bus di notte, corriere sgangherate, viaggi con umanita’ varia e galline, con gente che sale e cerca di venderti di tutto? Affanculo anche il treno per i turisti, ci diciamo. E domani via per le ultime 7 ore di bus (non si sa quando si parte, dipende dai campesinos, come e’ giusto), quelle che ci porteranno a Cuzco, il destino final del nostro andare.


Cochabamba. 11

settembre 19, 2010

Cochabamba. 18.09.2010

Non avere aspettative e trovarsi in mezzo a qualcosa di bello, senza nemmeno saperlo. Cochabamba (laguna, in lingua quechua, e cochabambini gli abitanti, cosa che fa tenerezza gia’ di per se’) e’ fuori da ogni tratta turistica, rimane ai margini delle traiettorie della Bolivia dei viaggiatori. E invece ci troviamo in centro a camminare in una citta’ colorata, densa, giovanissima, viva. Nel centro, appunto.
Turisti? Nemmeno l’ombra.
La mattina Stefano ci porta all’ufficio del Cevi, dove lavora lui, e ci spiega i progetti che sta seguendo; comincia a parlarci della situazione dell’acqua e ci fa entrare in una logica diversa: per noi l’acqua e’ un bene non in discussione (anche se la lotta contro la privatizzazione dovrebbe metterci in allarme), per loro, qui, si tratta di vita o di morte. E’ giovane, capello di Che Guevara in testa, mente concreta e utopica allo stesso tempo. Parla chiaro, ci da’ un quadro di quello che succede qui in poche parole. Poi ci dice: “Andiamo verso la zona Sud e passiamo per il mercato”. Cominciamo a camminare e in poco tempo ci immergiamo in un mondo. Un mondo con le sue regole, con le sue dinamiche, interno alla citta’. Il mercato piu’ grande dell’America Latina, appena superato da poco da quello di La Paz. Entriamo in un labirinto pazzesco. “Immagina qualcosa da comprare. Qualunque cosa. Qui la trovi”.
Sono stordito da odori e colori, grida, animali, pezzi di carne mai visti e di dubbia provenienza, pesce appoggiato alla bene e meglio, vestiti andini, migliaia di scarpe, la via esoterica con i feti di lama appesi per i riti beneauguranti, la via degli animali (conigli, cani, pulcini, galline, oche, criceti e chissa’ quali altri specie), frutta di tutte le sfumature, cataste di banane, cinquanta tipi di patate diverse in grandi sacche, gente che fa da mangiare, che frigge, gente che dorme. Un caos totale. Donne, tantissime donne. Cosi’ per chilometri. Avevo in testa il mercato delle spezie di Istanbul, ma qua siamo a livelli fuori dall’ordinario. Scattiamo qualche foto di nascosto anche se qualcuno guarda la macchina fotografica con gola e diffidenza. “In fondo, e’ come se qualcuno entrasse da noi all’Upim a fotografare la merce e le commesse” ci fa pensare Stefano.
Per loro in effetti e’ l’ordinario, per noi lo straordinario.
Proseguiamo verso la zona Sud della citta’ e Stefano ci fa parlare con il coordinatore di un centro comunitario per l’acqua e ci spiega un sacco di cose, come funziona l’organizzazione eccetera. Registro tutto, e il quadro si chiarisce piano piano. Qui nel 2000 c’e’ stato uno degli atti di resistenza piu’ grandi degli ultimi decenni: campesinos, ex minatori, ex coltivatori di coca, classe media, tutti in piazza a combattere contro la legge sulla privatizzazione dell’acqua e la multinazionale che si era appropriata anche della pioggia. Un mese di guerriglia urbana, la polizia che reprime con forza, morti e feriti. U campo di battaglia. Per l’acqua.
Prima del 2000 erano gia’ attivi questi centri comunitari di distribuzione dell’acqua. E’ una esperienza unica di organizzazione che nasce dall’esperienza dei campesinos andini che si organizzavano in modo comunitario per l’irrigazione dei campi.
Poi ci portano in mezzo alla zona Sud, zona di case fatte di terra e di assenza quasi totale di acqua. Qua la gente muore per l’acqua, sia perche’ manca sia perche’ e’ di bassissima qualita’.
Ci raccontano della diga che il ministero italiano sta cominciando a costruire, dei prezzi dell’acqua, di come e perche’ la gente negli ultimi 20 e 30 anni si stia accumulando in questa periferia (oltre 200.000 persone abitano questa zona). Dei prezzi, della zona andina, al nord, piena d’acqua e dove i camionisti vanno a riempire le cisterne per poi rivenderla a prezzi altissimi qui, ai piu’ poveri. Dell’indifferenza della societa’ pubblica che non mappa questo territorio. Registro e prendo appunti. Capisco che in questi dieci anni, dopo la guerra dell’acqua, la situazione e’ critica. Respiriamo un sacco di polvere, qua e’ tutto secco, mi immagino che l’Iran sia cosi’. Qua non c’e’ anagrafe, non si sa niente di questa gente, il comune non ci mette le mani. E le case nascono come funghi, sul pendio delle montagne, senza servizi, senza fogne, senza strade. Senza acqua per bere.
Tornando indietro Stefano mi fa notare un impiccato di stoffa appeso a un palo della luce.
“Vedi quello? E’ un segnale. Dice che i ladri qui fanno la stessa fine di quel manichino. Ma anche di peggio. Li bruciano vivi. Qua dentro la polizia non entra. Anche la giustizia, non solo quella poca acqua che hanno, e’ comunitaria”.


Villazon – Cochabamba. 10

settembre 17, 2010

Villazon-Cochabamba. 16.09/17.09.2010

Superato il confine, alle 15.30 ci aspetta il treno che ci porta a Oruro. 17 ore di treno. Ne’ io ne’ Claudio le abbiamo mai fatte, di fila, cosi’, con sedili non proprio comodi e i metri che superano i 4000, la testa pesante, e i film di Silvester Stallone o Toys in spagnolo che passano senza sosta a un ritmo assordante. Quattro fermate: Tupiza, Atocha, Onynu e Oruro. Quelle ufficiali. Nemmeno mettersi a contare quelle in cui il treno si ferma in mezzo al niente, in cui sale e scende gente di tutti i tipi.
Il treno supera distese di nulla, sale bianco vicino ai torrenti. Arriviamo con dieci minuti di ritardo e su un viaggio di 17 ore ci pare un miracolo, abituati come siamo a Trenitalia.
Da li’ ci facciamo portare alla stazione delle corriere. L’altitudine ci tormenta e allora decidiamo di assumere il rimedio piu’ solito a queste coordinate: infuso alle foglie di coca. Un buon te’ che non capiamo se ci aiuta ad alleviare le pene o meno. Alle 10.30 parte l’autobus che in quattro ore ci porta a Cochabamba. Panorami che fanno venire il pelo dritto, montagne come cartapesta tutte attorno e l’altopiano che sembra un mare o un deserto con le dune. Case fatte di terra e qualche mattone, persone sedute lungo la strada. Mi pare tutto assurdo. Rimango incollato per tutto il tempo al finestrino, alle orecchie Carmen Consoli, De Gregori e Keith Jarrett. Saranno certe canzoni, certi collegamenti che la mia testa comincia a fare, la vista di questi spazi infiniti che a volte il cuore mi si riempie di non so che, se malinconia o felicita’.
Da giorni non vediamo le nuvole. Solo cielo sopra le nostre teste.

Arriviamo a Cochamba e ci accoglie Stefano, un ragazzo di Udine, da tre anni qui, che lavora per il Cevi su un progetto riguardante l’acqua: sara’ lui il nostro caronte per i prossimi tempi, per farci capire meglio che cosa e’ successo qui e che cosa succede anche ora su questo tema.


Salta-La Quiaca. 9

settembre 17, 2010

Salta – La Quiaca. 16.09.2010

Difficile scrivere questa puntata. Difficile perche’ si tratta di uno spostamento e non di un luogo fermo o di persone con cui parlare, che ti raccontano un luogo. Difficile anche perche’ forse per me si tratta del viaggio (appunto spostamento) piu’ incredibile della mia vita.
Partiamo da Salta alle 5.30 della mattina, dopo aver abbracciato stretto Mauro Sabbadini che e’ stato con noi per tutto il tempo. Ci ha detto: “Andate via la mattina presto cosi’ ammirate la Quebrada di Humauaica, che e’ Patrimonio dell’Umanita'” ci dice e noi seguiamo questo consiglio, anche se il nome non ci dice nulla e l’Umanita’ ha talmente tanti patrimoni che non mi fido piu’.
Dormiamo fino alle 8 circa, fino alla cittadina di Juyuy. Da li’, da quel momento e per circa le successive 5 ore siamo letteralmente sulla luna. Della luna, io ci ho scritto e ci sto scrivendo gia’ da un po’, con luoghi che hanno a che fare con Lei (Moggessa, Erto, Palcoda eccetera) o con persone. Luna come metafora di mille cose, di terra e tempo, di spazi e dimensioni. Non avrei mai creduto che nel Nord Ovest dell’Argentina fino al confine boliviano ci sia proprio la luna e io l’abbia attraversata. E’ il viaggio piu’ assurdo, su cui scrivero’ con calma e qui sommariamente. Si sale veloci, si superano i tremila metri in questo altipiano andino dalle montagne di pietra colorate di rosso, giallo, grigio con contrasti che ti mozzano il fiato. La strada e’ parallela a un rio e attorno, come in un abbraccio, montagne dappertutto.
Nel bus c’e’ l’umanita’ piu’ varia, uomini con cappelli strani, donne, tante donne coloratissime, con enormi sacchi pieni di vestiti o cose da andare a vendere in chissa’ quale citta’, facce andine, piene di spigoli, rughe e scottate dal sole.
Case ogni tanto, in mezzo a chilometri di nulla. Cimiteri delimitati da qualche pietra che non si capisce quali morti possano contenere. Recinti per delimitare spazi immaginari, legati a qualche sogno. Gente che aspetta autobus e li credo sia li’ da ore perche’ di macchine o corriere se ne vedono pochissime. Da dove vengono e dove vanno non e’ dato sapere.
Persone che scendono e cominciano a camminare verso il nulla.
Ogni tanto qualche asino, qualche lama e sale lungo il fiume. Sale che a volte in lontananza se ne vede in abbondanza e a me sembra una spruzzata di neve o lo zucchero a filato che si mangia nelle sagre.
Entriamo in un paese, Tilcara, ed e’ chiaro che si tratti del centro della luna.
Il fiume nella seconda parte scompare, e anche la vita si assottiglia ancora di piu’, anche se alcuni fantasmi li vedi dispersi assieme a qualche bestia.
Arriviamo alla frontiera con la Bolivia e i 300 metri che camminiamo ci fanno capire che qua, a 3800 metri, non si scherza. Testa che gira, debolezza, stomaco sottosopra.
Ti immagini un confine militarizzato, visto che la Bolivia e’ uno degli stati del Sud America da cui si esporta piu’ droga. Ti immagini una struttura e una coda lunga chissa’ quanto. Invece ci troviamo in un gabbiotto di tre metri per tre davanti a un ufficiale che usa un computer dell’anteguerra. Passiamo mostrando i documenti, ma avremmo potuto tranquillamente entrare senza mostrare niente.
Si vedono le donne-formica, donne che sulle spalle portano le merci dei camion che non possono passare la frontiera senza pagare una tassa. Allora le donne vanno ai camion, riempiono le sacche e piegate sulla schiena se ne vanno di la’ a caricarle su altri camion. Cosi’ tutto il giorno. E, facile pensare, per due lire. Anche meno.
A me piace pensare che in quei sacchi queste donne nascondano anche dei piccoli sassi della luna e che li portino di la’ a mostrare ai bambini che la luna la vedono solo in cielo.


Salta. 8

settembre 15, 2010

Salta. 15.09.2010

Alle 5.30 di mattina prenderemo l’autobus che in sette ore ci portera’ alla frontiera con la Bolivia, alla La Quiaca. Da li’ attraverseremo il confine a piedi e entreremo a Villazon. Alle 15 partira’ un treno che in 17 ore arrivera’ (si spera) a Oruro. Da li’ un autobus ci portera’ a Cochabamba dove ci fermeremo un paio di notti, incontreremo un delegato del Cevi e cercheremo di capire quello che e’ successo li’ attorno al 2000, una vera e propria rivoluzione di piazza che ha fatto cancellare la legge sulla privatizzazione dell’acqua.
Da quel momento Cochabamba e’ diventata una sorta di punto di riferimento mondiale per questa tematica.
Queste le prossime tappe, che saranno fatte quindi di grandi e lunghi spostamenti, di finestrini da dove guardare il mondo che passa per farsi una veloce idea di dove siamo.


Salta. 7

settembre 14, 2010

Salta. 14.09.2010

Salta. Nord Argentina. 1300 metri circa sul livello del mare. Si comincia a salire in alto.
Citta’ di 600.000 abitanti circa, sembra di essere gia’ sulle Ande, le facce sono diverse, tagliate dal vento e inscurite dal sole; ma tutto appare differente rispetto a Buenos Aires e a Colonia. L’aria che si respira ha a che fare con qualcosa d’altro rispetto a quello visto fino ad ora.
Ci fermeremo fino a giovedi’ quando ripartiremo verso il confine con la Bolivia per poi penetrare il paese di Evo Morales.
Qui siamo “scortati” da Mauro Sabbadini e Fernando, due amici che ci fanno sentire come a casa nostra. Caso vuole che abbiamo incrociato questo luogo nel nord ovest dell’Argentina nei giorni della piu’ grande manifestazione religiosa della zona. Domani sono attese 800.000 persone da un po’ tutte le parti per la processione della “Vergine del Milagro”. Ieri, davanti alla Cattedrale abbiamo assistito increduli all’arrivo di decine di pellegrini che dopo 14 giorni di viaggio e oltre 500 chilometri a piedi (una sorta di Cammino di Santiago Sudamericano) vengono accolti da una citta’ in festa.
Mauro ci racconta un sacco di cose, ha mente lucida, viva, esperienza di una marea di cose, parla di tutto e ora lavora come sottosegretario nell’amministrazione comunale di Salta da dove con i suoi occhi guarda il mondo e cerca di migliorarlo. Faremo una chiacchierata per registrare le parole di una persona che da anni vive questo paese, ne conosce le pieghe sociali e storiche e anche le relazioni con l’Italia e il Friuli.
Questa mattina assieme a Fernando siamo andati a camminare nella Quebrada attorno alla citta’, un’oretta in una sorta di piccolo trekking nelle montagne pre andine. In auto, superato il centro, abbiamo attraversato una Villa miseria proprio accanto alla nuova sede municipale. Strano contrasto, come strano qui attorno mi appare un po’ tutto.
Ad un certo punto ci indica delle scarpe appese ai fili della luce. Ricordo di averle viste e fotografate anche al quartiere Ferrari, fuori Buenos Aires. Mi erano sembrate una bizzarria, uno scherzo adolescenziale. “Vedete, quello e’ il segnale che qui, in queste case e in queste vie, vendono droga”. Me ne rimango zitto.
Un contrasto con questa citta’ apparentemente tranquilla e benestante. Apparentemente.
“Qui in Argentina dovresti dare per legge precedenza sempre a destra. Sempre. Solo che, culturalmente, se sei in una Avenida principale come questa la regola scompare. Anche quando ti trovi in una rotonda e’ lo stesso. C’e la legge che dice una cosa, ma culturalmente se ne fa un’altra”. Per me, quel culturalmente, forse spiega l’Argentina tutta.
Guida Fernando, nei dintorni di Salta.
Superato un ponte, ci fermiamo per scattare qualche foto e ci imbattiamo in un gruppo di persone che scendono alla riva di un fiume. Sono tanti, hanno una chitarra e due uomini sono immersi nell’acqua fino alla vita. Entra un ragazzo e i due lo sostengono. Comincia un canto e tutti battono le mani. Uno dei due uomini comincia a parlare all’orecchio del ragazzo che sembra irrigidito dal freddo. Poi d’un tratto lo piegano e gli mettono la testa sotto acqua. Ne segue un applauso. “Un battesimo nel fiume. Deve essere un rito battista o qualcosa del genere” spiega Fernando.
Ci raccontano anche di un’altra famosissima cerimonia religiosa del luogo e penso che tanta fede cosi’ concentrata non l’ho mai vista. E anche l’energia dell’aria nasconde qualcosa di particolare. Io e Claudio ad un certo punto ci guardiamo. “Sono strano, oggi” dico io. “Si’, e’ come se non riuscissi a capire bene dove sono” dice lui.
Ecco, esatto.


Colonia Caroya. 6

settembre 12, 2010

Colonia Caroya. 12.09.2010

Entrare di venerdi’ sera al “9 de julio” a Colonia vuol dire entrare in un mondo altro, fatto di regole proprie; una osteria storica dove incontriamo decine di persone che ci parlano in friulano, che ci raccontano storie, che ci abbracciano. Ad un certo punto attorno al bancone c’e’ un gruppo che si serve da solo, prende fernet, birre e vino mentre l’oste, sconsolato, si siede davanti alla televisione a vedere Racing-Estudiantes.
Incontriamo Lito, il Dario Zampa di Colonia, anzi, come dice Claudio, e’ Dario Zampa che e’ il Lito del Friuli che comincia a raccontare di quella volta in cui Fabian Riz, di quella volta che, nel 1994 arrivarono in Friuli…
E cosi’ per ore. Da li’ ci spostiamo al Macadam, altro luogo storico sull’Avenida San Martin. Qui mangiamo frico e a me pare che sia tutto straordinariamente assurdo.
Durante la trasmissione “Fuarce furlans” di Radio Comunicar con Marta Copetti, in cui raccontiamo il nostro viaggio, incontro Marcos, 17 anni, curiosita’ che gli esce dagli occhi. Ha cominciato a seguire un corso di friulano qui a Colonia. “Siamo in 20 a seguirlo, e siamo anche tanti giovani. Ho appena scritto una storia di emigrazione e vorrei farne un corto, un piccolo video. Poi lo vorrei tradurre anche in friulano”. Lo guardo come fosse un marziano. L’indomani mi tiene per una buona mezz’ora a parlare faccia a faccia su un banco dell’osteria di Caco. Mi chiede di tutto.
Maxi e il suo gruppo di scout ci chiedono se possiamo fare una chiacchierata con i loro ragazzi che hanno il desiderio di fare anche loro un video o qualcosa del genere. Claudio parla per un’ora, gioca con loro attorno a un tavolo colorato. Parla di fantasia, urgenza, liberta’, teatro. Rimango ad ascoltarlo come se fossi uno dei ragazzi e li guardo negli occhi. Sono fermi, concentrati, curiosi. Mi chiedo dove sia andata a finire alle nostre latitudini questa fiamma negli occhi che hanno qui, questo fuoco che li accende.
Puesto Viejo non ha a che fare con questo mondo, con noi, con niente. Il tempo qui non ha le nostre lancette, non corre come corre di solito. Usciamo da Colonia in macchina, quando il sole e’ gia’ sceso. Per chilometri di strada di terra non incontriamo nulla, se non qualche casa qua e la’. Arriviamo dove i friulani alla fine del 1800 costruirono le prime case decidendo che la citta’ si sarebbe sviluppata da un’altra parte. Entriamo nell’osteria D’Olivo, li’ in quel posto dal 1908. Dentro c’e’ un mondo. Tre-quattro boliviani che qualche parola di friulano la masticano di sicuro per non restare ai margini. Quattro vecchi che bevono vino e che allo spagnolo mescolano il friulano, gente che entra ed esce a comprare qualsiasi cosa si possa immaginare. Perche’ qui si vendono pelapatate, cazzuole, qualsiasi tipo di bibite, compreso il Punto e Mes che non vedevo da 20 anni, cibi, cacciaviti, pile. Calpestiamo un pavimento di madera che ci dicono e’ li’ da 100 anni. Parliamo con l’oste che ci porta nel retro del locale e ci mostra liquori e grappe di ottantanni fa, i registri impolverati delle consumazioni dei clienti. “Qui si faceva credito per un anno. Qui segnavamo il nome del cliente e tutte le sue consumazioni. Quando vendevano i prodotti dei campi venivano a pagare. Se il raccolto andava male, aspettavamo di ricevere i soldi” ci spiega.
Stasera ce ne andiamo da questo posto strano, difficile da definire. Nel pomeriggio accompagneremo Maxi che va a fare volontariato, insieme ad altri amici, con i bambini di un quartiere povero di Colonia. Stanotte, poi, ci aspettano 1000 chilometri sulla Ruta 9 (Panamericana) verso Nord per arrivare a Salta dove ci aspetta Mauro Sabbadini.


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