Primo marzo. Anch’io ero clandestino (5)

marzo 10, 2010

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (5)
di Bozidar Stanisic

Il piccolo segreto sul perché questo scritto non sussiste né nel suono, né nel significato della parola clandestino [i nomi che diamo agli altri sono il rispecchio della nostra relazione con gli altri e i diversi e parlano più di noi che dei nominati]. E’ nell’immagine di quel banco, nella piccola cella al confine italo-sloveno. Aveva una superficie di legno talmente liscia che non riuscivo a sedermi senza tenermi con le mani ai lati. Così si fa, ricordo, sul bordo delle barche quando ci troviamo nella tempesta. E quanti tali come me – come venni nominato dal Grasso – si erano seduti prima di me? Da dove e per dove erano partiti? Dove sono ora, che vita fanno? E io, con queste parole povere ma camminatrici libere [Sofocle] dico che so benissimo che non riesco né a migliorare la loro vita, né a rasserenare il loro animo, né quello di migliaia dei disperati che sognano altre sponde del Mare Nostrum. Spero almeno che chi legge questo racconto, che non è un racconto vero, in futuro si fermi almeno per un attimo prima di pronunciare la parola clandestino. Potrebbe risvegliare la memoria di molti Friulani e Italiani che hanno dimenticato le valigie di cartone dei nonni e dei padri, a loro volta non raramente i sans papier in molti Paesi del mondo? Che pure molti di noi, immigrati da lungo tempo presenti in Italia, meno imitiamo le abitudini di consumo e la voglia di cariera e prestigio e più lottiamo in modo nonviolento per un’autentica cultura di solidarietà e accoglienza? E la memoria risvegliata potrebbe richiamare al chiaro del sole i sensi di solidarietà e cultura di accoglienza con chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese.


Primo marzo. Anch’io ero clandestino (4)

marzo 9, 2010

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (4)
di Bozidar Stanisic

E, alla fine, che cosa mi ha spinto a scrivere tutto questo di cui solo una parte potrebbe assomigliare a un racconto? Che nella patria di Dante, Galileo, Bruno, Michelangelo, Vico, Manzoni, Leopardi, Fermi, Balducci, Moravia, Pavese, don Milani, Fellini… c’è qualcosa che oggi viene dimenticato? Soltanto quei sessanta milioni che nell’arco di un secolo erano partiti per l’intero mondo, con le valigie di carta? Oppure in una domanda semplice: come stanno con la coscienza tutti coloro che hanno alzato la mano in segno d’accordo con i promotori della Legge? Perché ancora speravo, insieme a molte altre persone con la coscienza civile, che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non firmasse la Legge? E l’ha firmata. Perché sento la fratellanza del pensiero di Bruno Segre, nella sua lettera al Presidente: Memore del fascismo e delle sue aberrazioni razziste, mi permetto di rivolgermi a Lei per chiederLe di non ratificare il cosiddetto «pacchetto sicurezza» approvato in via definitiva dal Senato il 2 luglio scorso, dopo ben tre voti di fiducia imposti dal governo. Si tratta di un provvedimento che, in palese violazione dei princìpi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, introduce nei confronti dei gruppi sociali più deboli misure persecutorie e discriminatorie che, per la loro gravità, superano persino le mostruosità previste dalle leggi razziali del 1938. Si pensi, per citare un unico esempio, al divieto imposto alle madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile: un divieto che, inibendo alle genitrici il riconoscimento della prole, farà si che i figli, sottratti alle madri che li hanno generati, vengano confiscati dallo Stato che li darà successivamente in adozione.
[Se una Legge come questa fosse approvata in Croazia o in Serbia, l’Europa in modo unisono direbbe che è razzista. Ma è approvata a Roma. E l’Europa è forte contro i deboli, è debole contro i forti. Ma non poteva almeno chiedersi quanta fantasia macabra leghista ci voleva per proporre il divieto di registrazione anagrafica dei neonati i cui genitori sono clandestini? Anche se non è approvata la proposta sui presidi delle scuole e sui medici, che dovevano diventare spie, il contenuto della proposta testimonia abbastanza il clima che piace ai leghisti…]


Primo marzo. Anch’io ero clandestino (3)

marzo 8, 2010

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (3)
di Bozidar Stanisic

Perché racconto tutto ciò? Non credo che io sia una vera vittima della storia in movimento. Mentre molti scrittori, pittori, musicisti e altri artisti del mio Paese, in fuga, dispersi per l’intero globo terrestre, non avevano neppure un angolino per realizzarsi in modo creativo, io, a Zugliano, avevo una casa, al Centro Balducci generosamente offerta da una famiglia friulana, in cui scrivevo: lo facevo per non dimenticare non solo la mia vita precedente, in un Paese situato fra l’Occidente e l’Oriente, ma pure per la complessità dell’esilio e del trovarmi nel Paese altrui, in cui, nel mio caso, avevo trovato mani tese. Potrei dimenticare che il mio amico prete sloveno pagò una multa salata perche teneva un clandestino nella canonica e lo fece con molta serenità? Oppure una ex studentessa del corso serale a Maglaj, in Bosnia, che a me e a mia moglie procurò un falso lasciapassare con cui riuscimmo a raggiungere il porto di Spalato? [E lei, conoscendo le mie attività per la pace, mi disse: «Prenda questo foglio e vada via, quella situazione non è per lei». Ero stupefatto del gesto, non riuscii allora neppure a ringraziarla e lei se ne andò in fretta perché qualcuno non ci osservasse]. Dimenticare mille e una storia di una guerra fratricida, in cui, nonostante tutto, molti non hanno perso l’umanità? Che la vita nuova da molti di noi chiedeva di rifarsi da insegnanti, medici, farmacisti, infermieri, impiegati…per diventare autisti, operai, badanti, beby sitter? Forse la storia davvero è inpercepibile, un fenomeno dominato da forze oscure ma le sue conseguenze possono essere considerate tanto invisibili da non vedere il volto del prossimo rispecchiarsi nel nostro? [Fino al mese di aprile di 1992 ancora insegnavo in una scuola superiore nel mio paese nativo. Nell’estate dell’anno precedente con i miei passai le vacanze a Malta. Eravamo turisti. Visitammo anche l’isola di Gozo, dove, in una grotta, secondo una leggenda, imprigionato da Calipso, Ulisse passò sette anni. Un anno dopo siamo partiti noi e finora non siamo tornati a vivere nella nostra Itaca]. Leggi il seguito di questo post »


Primo marzo. Anch’io ero clandestino (2)

marzo 5, 2010

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (2)
di Bozidar Stanisic

Tre mesi prima ero fuggito dalla Bosnia perché non trovavo nessuna ragione per partecipare a una guerra civile e fratricida, che, infine, era all’opposto delle mie convinzioni sull’inutilità delle guerre. I miei, moglie e figlio, erano rimasti in Croazia, che per me non era un luogo sicuro perché il governo croato considerava disertori tutti i maschi e li rispediva in Bosnia. Un amico sloveno mi trovò rifugio presso una chiesa cattolica di una cittadina nei pressi del confine con l’Italia. Anche se per il prete e per la donna della canonica ero uno sconosciuto, trovai un’accoglienza umana calorosa. Stavo con loro a tavola a mangiare, anche nell’occasione in cui, già diventato amico, il prete fece un raduno di tutti i preti della sua diocesi a cui era invitato pure il vescovo. E mi mise al centro tavola. Mai nella mia vita vidi tanti preti in un unico posto e tutti erano gentili con me che non sono praticante.
Passavo metà delle giornate aiutando nell’orto, nella vigna su una collina da cui si vedeva il Golfo di Trieste; guidavo un furgone per trasportare aiuti umanitari ai campi profughi nelle vicinanze del paese. Mi restavano alcune ore pomeridiane per la scrittura e così riuscii a finire la gran parte di un mio libro di racconti che, un anno dopo, con il titolo “I buchi neri di Sarajevo”, sarà pubblicato da un editore triestino. Ogni tanto, volendo informarmi presso i consolati e le ambasciate di vari Paesi sui percorsi per ottenere un visto d’ingresso, andavo a Lubiana. Mia moglie era d’accordo con me di andare il più lontano possibile, possibilmente in Canada o in Australia. Leggi il seguito di questo post »


Primo marzo. Anch’io ero clandestino (1)

marzo 3, 2010

Pubblico a puntate un bellissimo pezzo dell’amico scrittore bosniaco Bozidar Stanisic che ringrazio per avermi dato la possibilità di riproporlo qui.

Primo marzo. Anch’io ero clandestino (1)
di Bozidar Stanisic

Il 14 agosto 1992, nelle vicinanze del confine italo-sloveno, mi fermò una pattuglia della polizia slovena, mi chiese i documenti. Li avevo, ma erano di uno Stato che non c’è più, dell’ex Jugoslavia. Uno dei poliziotti via telefono mandò al comando questo messaggio: «Abbiamo uno… Mandate una jeep per portarlo… E’ un clandestino!». Il clandestino ero io.
Presentarsi agli altri, gentilmente; poi con un sorriso-maschera gentile ripetere due, tre volte il proprio nome e cognome, esotici perché non italiani, credo sia una delle situazioni comuni della vita quotidiana di ogni immigrato mentre si trova a vari sportelli oppure in una semplice festa in prezenza di persone finora sconosciute. Ci sono però immigrati che oltre a presentarsi in modo borghese potrebbero fare altre scelte, soprattutto come testimoni della storia. Un giovane colombiano di nome Alvaro potrebbe presentarsi come colui che ha vissuto l’uccisione di tutti i suoi nove familiari ed è riuscito a fuggire perché voleva vivere malgrado tutto; un kurdo di nome Jusef e sua moglie Aisha che su una zattera di gomme di auto usate sono riusciti a raggiungere un’altra sponda di un grande fiume in Iraq e a salvarsi dai loro persecutori; una ragazza sudanese di nome Asef originaria del Darfour è riuscita a passare a piedi la gran parte del Sahara e via mare a raggiungere l’isola di Lampedusa; un uomo di nome Ivan, dell’ex Jugoslavia: ingannato dalla follia nazionalista, da militare aveva passato due anni in una guerra fratricida e aveva deciso di disertare; un’argentina di nome Dolores insieme a millioni di suoi connazionali, ha subìto le conseguenze del crac finanziario del suo Paese ed è venuta in Italia, paese nativo dei suoi bisnonni… E così via, c’è una moltitudine di persone presenti in Italia, di nome comune aggiuntivo extracomunitarie, che potrebbe presentarsi in modo insolito, come è tragicamente insolita la storia in movimento che aveva colpito e colpisce i milioni di volti, dall’impoverimento alle guerre, quasi mai senza complicità diretta o indiretta dei centri del potere politico, economico, finnanziario e militare dei Paesi i cui nomi, come echi di un paradosso della storia già nominata, per loro sono i simboli della loro speranza.
E colui che vi racconta tutto ciò, oltre a presentarsi come disertore, traditore di più di una delle patrie, uno di cinque milioni di persone che nel periodo 1991-2000 hanno cambiato la «residenza», potrebbe considerarsi anche come ex-clandestino, perché clandestino lo era, un giorno solo ma lungo come nessun altro. E non solo lungo, ma pure indimenticabile – perché dimenticare è uguale a rinnunciare alla sostanza della nostra umanità.


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