Primo marzo. Anch’io ero clandestino (5)
di Bozidar Stanisic
Il piccolo segreto sul perché questo scritto non sussiste né nel suono, né nel significato della parola clandestino [i nomi che diamo agli altri sono il rispecchio della nostra relazione con gli altri e i diversi e parlano più di noi che dei nominati]. E’ nell’immagine di quel banco, nella piccola cella al confine italo-sloveno. Aveva una superficie di legno talmente liscia che non riuscivo a sedermi senza tenermi con le mani ai lati. Così si fa, ricordo, sul bordo delle barche quando ci troviamo nella tempesta. E quanti tali come me – come venni nominato dal Grasso – si erano seduti prima di me? Da dove e per dove erano partiti? Dove sono ora, che vita fanno? E io, con queste parole povere ma camminatrici libere [Sofocle] dico che so benissimo che non riesco né a migliorare la loro vita, né a rasserenare il loro animo, né quello di migliaia dei disperati che sognano altre sponde del Mare Nostrum. Spero almeno che chi legge questo racconto, che non è un racconto vero, in futuro si fermi almeno per un attimo prima di pronunciare la parola clandestino. Potrebbe risvegliare la memoria di molti Friulani e Italiani che hanno dimenticato le valigie di cartone dei nonni e dei padri, a loro volta non raramente i sans papier in molti Paesi del mondo? Che pure molti di noi, immigrati da lungo tempo presenti in Italia, meno imitiamo le abitudini di consumo e la voglia di cariera e prestigio e più lottiamo in modo nonviolento per un’autentica cultura di solidarietà e accoglienza? E la memoria risvegliata potrebbe richiamare al chiaro del sole i sensi di solidarietà e cultura di accoglienza con chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese.

Pubblicato da Mauro Daltin 


